lunedì 22 giugno 2026

Una nuova vita

 


“… Ovunque andasse vedeva i suoi occhi / parlarle d’amore – profondi – intensi, / il volto tatuato nel sole, / nelle figure delle nubi in cielo…” Dalla raccolta “ITACA NEL CUORE” – Poesie dell’autrice.

Una nuova vita

(tratto dalla raccolta QUELL'ESTATE DEL 1984 e altri racconti)

    Solleva lo sguardo verso l'orologio in camera da letto: Le venti e trenta… è tardi. Ludna scatta in piedi. Lascia il foglio aperto sul piccolo tavolo, s'asciuga le lacrime con un fazzoletto e s'affretta a scendere al piano di sotto per mettere a letto la signora. Probabilmente la troverà addormentata sulla poltrona, come fa di solito.
    Il buio l'ha colta all'improvviso in tutto il suo silenzio. Mentre la mente cercava conforto nella scrittura, ombre vaganti hanno preso forma dagli angoli più bui della sua stanza e il tempo di ogni sera è sceso implacabile portandosi appresso i suoi fantasmi.
    La pioggia picchietta secca sui vetri della finestra, sottile avvolge silenziosa la sera in un manto triste, grigio e informe. È la prima di settembre, e potrebbe essere l’annuncio della fine dell’estate.
    Ludna è colta da brividi di freddo: troppo leggera la veste di cotone a maniche corte per quella serata umida, ma non ha tempo per coprirsi meglio. L’abito morbido che indossa, regalatole dalla figlia della signora che sta assistendo, è in fantasia blu leggermente aderente, e ne mette in risalto la figura aggraziata.
    Fisico sottile dalle forme armoniose, pelle vellutata e bronzea, grandi occhi profondi marrone scuro, la giovane, poco più che ventenne, ha uno sguardo misterioso e distaccato, una bellezza e un fascino che non passano inosservati.
Il foglio sul tavolo, scritto in arabo, comincia così:

Mio adorato marito,

finalmente ho trovato un lavoro, la signora che assisto è buona con me e mi tratta bene. Il piccolo paesino, dove mi trovo, è situato a ridosso del mare ed è abitato da pressappoco mille, millecinquecento anime. Ti ho già raccontato del corso serale per stranieri e della lingua italiana che sto imparando pian piano? Forse sì, però non ti ho detto che tutto qui è semplice, e la vita tranquilla scorre lenta tra le varie occupazioni. Sai certi giorni, quando qualcuno del luogo mi rivolge il saluto, mi sembra ancora di essere al paese, nessuno fa caso al colore della mia pelle, nessuno mi sfugge o mi guarda come una diversa.

    La vecchietta assopita sulla poltrona si fa docilmente guidare a letto, Ludna le toglie gli abiti con movimenti lenti e le infila la camicia da notte. Con dolcezza l’aiuta a sdraiarsi, la copre con il lenzuolo e la coperta di lana leggera, poi le augura la buona notte. L’anziana donna minuta e fragile, è avanti con gli anni. Parla poco, ma riesce ancora a fare qualche passo da sola; su di lei Ludna vigila protettiva, occupandosi dei pasti e dell’assistenza notturna. È un lavoro che tutto sommato le piace, la fa sentire utile, e qualche volta le dà l’illusione di aver trovato una nuova famiglia.
    Giunta in paese, da altri luoghi non molto ospitali, e dopo le vicissitudini attraversate, Ludna pensa sia stata una vera fortuna trovare quella sistemazione che le assicura un’occupazione e una casa dove stare.
    Da tempo, l’anziana signora trascorre le sue giornate in silenzio, sulla poltrona scolorita vicino alla finestra del soggiorno, avvolta nel suo affezionato scialle di lana verde acqua e lo sguardo fisso in direzione del mare. In qualche giornata pare rianimarsi con un lavoro a maglia e qualche giro di ferri, ma in definitiva è poco attiva. La figlia passa a farle compagnia nel tardo pomeriggio e si ferma qualche ora per la cena.
    Sono di quei momenti, quando non ha il corso serale, le sue discese verso il mare, nell’ora dell’imbrunire con la spiaggia quasi sempre deserta. Costeggia il sentiero di ghiaia che corre ripido e stretto a mezza costa e raggiunge direttamente la spiaggia. Poggia i piedi nudi sulla lingua di sabbia fredda e compatta e cerca contatto con le onde schiumose della risacca.

Quando riesco scendo alla spiaggia - scrive al marito - punto gli occhi verso l'orizzonte, respiro a fondo e aspetto che il vento mi riporti la voce delle onde, l'odore intenso o solo un istante del nostro mare. Basterebbe così poco mio caro, ma non lo sento, anche in quella risacca docile di certe giornate che mi carezza il pensiero, che mi cattura, non riesco a trovarci un'onda di ricordo. Chi pensa che il mare sia tutto uguale non l’ha mai osservato bene. Qua io lo vedo diverso, e vedo diverso ogni elemento della natura. Sono la luce, i venti che cambiano, è l'aria che respiro e forse sono anche io diversa. Oh, mio caro, sapessi quanto mi mancano i colori dorati delle sabbie del deserto, il sapore del sale del nostro mare, il colore infuocato del sole, i nostri rapidi tramonti.

    Tutto sommato trova piacevole quell'ora malinconica tutta sua, spesso accompagnata dal vento che sale dall’immensa distesa d’acqua in brezza leggera e gioca con la sua figura sottile, smuovendole l’abito e arruffandole i lunghi capelli neri, ricci. La donna può lasciare andare i pensieri e farsi cullare dai suoni, dal gracchiare di qualche gabbiano, dalle nenie che si levano dal frastuono delle onde di certe giornate. In tutta quella vita attorno, che si è fatta parte integrante del suo trascorrere, ci trova sprazzi di tranquillità e per qualche ora il suo cuore trova un po’ di pace.

Anche se non potrò mai dimenticare quanto queste acque, in apparenza tranquille, possano essere violente e causa di tante tragedie, a loro mi sento legata - confida al marito - perché posso raccontare i miei ricordi, le mie pene e sono convinta che quella risacca lenta, che sfiora i miei piedi con una carezza, comprenda la mia sofferenza, la mia solitudine, e la tristezza infinita che mi porto dentro.

    La giovane, purtroppo, ha avuto modo di vederne, di sentirne sulla pelle la forza, la potenza di quelle acque. Ha conosciuto la spaventosa furia delle onde alte che mettono in serio pericolo chi si possa trovare a bordo di una barca a vela o di un grosso barcone e, nel ricordare la sua esperienza, una morsa l'afferra allo stomaco e la possiede fino a prosciugarle la bocca. È un dolore sordo, martellante, che non dà tregua, e finisce per stordirla, mentre irripetibili immagini e sensazioni provate si affollano nella mente. Vorrebbe tanto dimenticare, ma sa che non sarà mai possibile. Certe esperienze non si dimenticano.
    I momenti terribili trascorsi su un barcone vecchio e in cattive condizioni, con pochi giubbotti di salvataggio, stracolmo di uomini, donne, bambini, in mezzo ad acque furibonde sfidando la sorte, hanno scavato nella sua anima un solco indelebile, una ferita profonda, aperta, che non trova unguenti per rimarginarsi.
    Di quei giorni non c’è visione che riesca a cancellare dagli occhi. Spesso si fanno vive alla sera, prima di coricarsi, o di notte quando il ricordo la sveglia assillandola con immagini strazianti di terrore e gli fa rileggere la morte negli occhi di tanti suoi fratelli… il disperato sgomento sui volti dei compagni di viaggio, sente le loro grida nelle orecchie, e ripensa al suo amore.
    Ma il mare non ha colpe, lui non è il nemico, Ludna ora ha capito che ben più pericoloso e temibile è quello sciacallo che s'annida dietro le porte, che circola indisturbato: il nemico che si offre come amico per quei viaggi disperati chiamati della speranza; l'avvoltoio che gioca, specula sulla miseria e la disperazione, che baratta vite per denaro.
    Eppure - si ripete - avevamo un’alternativa? Cedere a qualche scafista, come li chiamano qua, o morire, questo avevamo. Giovani e disperati eravamo, senza più un lavoro. Che altro avremmo potuto fare?... C'erano la guerra, le violenze, la siccità, la miseria; i campi erano troppo secchi, non trovavamo più sorgo per mangiare. Abbiamo venduto i nostri pochi averi e la gente del paese, i nostri genitori, ci hanno aiutato a racimolare 1000 dollari per affrontare il viaggio. Sapevamo di non aver più niente da perdere e avevamo il diritto di sperare in un futuro migliore… I pericoli, la morte, erano lontani da noi… ci sentivamo forti, pronti ad affrontare tutto, anche i disagi del lungo viaggio per raggiungere la nostra meta finale: La Germania.
    In realtà eravamo solo tanto ingenui e incoscienti. Non immaginavamo quello che avremmo affrontato: le quattro settimane di viaggio nel deserto… i letti dove dormivamo in Libia pieni di insetti… le costrizioni a lavorare per i padroni del posto in attesa dell’imbarco…i pericoli che ho corso ogni giorno di venire violentata e poi c’è stato ciò che abbiamo visto… tutta quella gente morta, e sepolta come sacchi di cui liberarsi, a pochi metri da dove dormivamo… senza pietà… né rispetto… per loro e per noi. Allora ci siamo detti che era mille volte meglio affrontare il viaggio in mare, anche se entrambi non sapevamo nuotare e abbiamo pregato… pregato perché avvenisse presto.
    Considerazioni, pensieri silenziosi affollano la sua mente, e suonano più come scuse della sua coscienza, e certi giorni logorano con un rimorso intenso e pesante. Di certo non l’aiutano a stare meglio, né a trovare pace. Non esiste formula che possa cancellare l’amarezza e la consapevolezza di non poter più tornare indietro, né di poter ritrovare la spensieratezza della sua giovinezza.

 Mio amato, sono trascorsi ormai parecchi mesi, quasi un anno per la precisione, dalla nostra ultima volta insieme e mi manchi. Mi manca il conforto della tua presenza, la dolce armonia della tua voce, e l'odore fresco e profumato di cannella della tua pelle... vorrei baciare le tue calde labbra, accarezzarti ancora... Non penso a quella misera stanza da cui siamo fuggiti, ma mi mancano le strade polverose della nostra arida terra, e continua a mancarmi la sua natura selvaggia e calda, l'odore invadente delle nostre spezie. Mi manca la nostra gente.

    Ludna fa un lungo sospiro, alza la testa dal foglio: lacrime copiose prendono a rigarle silenziose il volto scarno e le offuscano la vista. Lascia che scivolino libere come un piccolo ruscello che si fa strada tra i sassi, ma cadendo non fanno rumore. Gocce sparse vanno dalle mani alla penna e si fissano sul foglio, altre bagnano il tavolo. Per un attimo rabbrividisce ancora, ma spera di poter placare la solita morsa che l’afferra alla gola e le stringe il cuore.

 Quando ho ripreso a scrivere questa mia lettera volevo parlarti di tante cose, ma perdonami, adesso non trovo più la forza di continuare. Ti racconto solo questo.
Ieri sono andata alla spiaggia, camminavo e lasciavo le mie orme sulla sabbia. La spiaggia era silenziosa e deserta, e la sabbia, come al solito, compatta, così ho provato a scrivere il tuo nome piccolo, poi più grande... e non puoi immaginare quanto questo mi abbia dato conforto. Mentre scrivevo vedevo lo sguardo intenso dei tuoi occhi, il tuo volto dolce e bellissimo. Mi guardava, mi sorrideva e io ero felice, così camminavo e continuavo a scriverlo. Oggi sono corsa là, sicura di ritrovarti ancora, ma questa notte il mare ha cancellato tutto, non un segno qualsiasi, niente, la marea si era presa ogni cosa. La spiaggia appariva diversa, come se io non fossi mai passata di là e tu non fossi mai esistito. Allora ho capito. Ogni momento ha un suo tempo, il nostro è superato e non potrà più tornare. Provo amarezza al ricordo, mi ripeto che ormai devo farmene una ragione; ma ci sono giorni, come oggi, in cui la ferita geme di più.

Ti amo mio caro, ti amerò per sempre.

Tua devota Ludna

    Tira su con il naso, posa la penna, piega il foglio e lo infila in una busta. Non spedirà mai questa lettera. La ripone, con tutte le altre, in una piccola scatola di latta nel cassetto del tavolino.

***

    Se n'è andato il marito, da solo, una fredda notte di ottobre, accompagnato dal pesante frastuono della sala macchine di un grosso barcone a motore. Aveva solo ventidue anni. Intossicazione da esalazioni di gas, le avevano detto. Per fare posto ai vivi, era stato gettato nel mare Mediterraneo con altri compagni morti quella notte e il loro futuro sognato inghiottito da quelle acque fredde e distanti.
    Ne aveva visti morire tanti così nella stiva, vicino ai motori. Non riuscivano a respirare, vomitavano, i bambini piangevano, e chiedevano di uscire a prendere un po’ di aria, ma non era pronta a perdere proprio lui. Si è mai pronti? Se non l’avessero fermata sarebbe finita anche lei in mare, nel disperato ed estremo tentativo di raggiungere il suo amore.
    Conoscerlo, amarlo, era stato il dono più grande che la vita le avesse potuto dare, un universo, il suo universo, improvvisamente dileguatosi per sempre. Implorare il Cielo, pregarlo, scongiurarlo di prendersi anche lei… per giorni interi, sa Allah quanto ci avesse provato, ma senza alcun risultato.
    Ludna, sul ponte del barcone, disperata, provata da quel dolore lancinante, una pietra a giorni che le pesava sul cuore, congelata dal freddo e pressata da centinaia di altri disperati, ormai senza più forze, né interesse per la sua vita, irrimediabilmente sola, si sarebbe salvata. Il viaggio, lungo e pieno di insidie, su quel barcone che oscillava pericolosamente in balia delle onde, aveva in serbo per lei ancora giorni terribili, pressata da notti insonni interminabili: con le labbra bruciate dal sale, senza più lacrime per piangere, né cibo e acqua, in mezzo a compagni che continuavano a morire.
    Alla fine, la flebile luce, che vedeva accendersi all'orizzonte nelle notti cupe e tempestose e di sconforto più vivo, quella stessa luce che non rispondeva alle sue suppliche, l'avrebbe guidata fuori dalla disperazione, per consegnarle una nuova vita.
    Suo marito aveva sacrificato la sua perché fosse possibile e pensò che se avesse provato ad amarla, quella nuova vita, sarebbe stato un po' come continuare ad amare suo marito. Tutti i sogni che avevano fatto insieme, le parole stesse che si erano detti, non meritavano di essere calpestati, sarebbe stato come tradire il ricordo stesso.

Stefania Pellegrini ©

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