giovedì 14 maggio 2026

Racconto: Villa Belvedere

 



Il racconto è tratto dalla raccolta EVASIONI TRA LE RIGHE edita da CTL Editore Livorno


BUONA LETTURA


    Varcò la soglia di quella dimora dei primi del Novecento, un bel palazzo bianco, con fregi stile Liberty sulla facciata, circondato da un grande parco con statue in pietra e grosse piante secolari, e si sentì improvvisamente persa. Avrebbe trovato il modo di uscirne?
    La dimora, conosciuta come Villa Belvedere, era situata al colmo di una piccola collina che dominava il mare. Una larga e lunga scala centrale, in granito bianco, conduceva alla porta di ingresso che era a vetri con motivi floreali, incorniciati da ferro battuto nero.
    Mentre percorreva il lungo corridoio bianco, asettico e disadorno, fu avvolta da un enorme silenzio. Un silenzio a dir poco invadente che pareva volerle mettere a nudo l’anima e poi c’era quella luce opalina delle applique alle pareti, si sentì a disagio e non poté fare a meno di chiedersi cosa ci facesse là. Benché fosse stata una sua scelta, perché il luogo sperava rappresentasse la soluzione ai suoi continui malesseri, qualcosa la inquietava. Il mondo fuori le parve improvvisamente lontano, irraggiungibile.
    Le sarebbe bastato girarsi e oltrepassare di nuovo la porta, nessuno l’avrebbe obbligata a restare. Ma non lo fece. Non era tanto essere là a metterle ansia, ma il problema, quel problema che stava semplicemente dentro di lei, e fuori da lì non sarebbe stata meglio, finché non se ne fosse liberata.
    Purtroppo anche la sua fantasia di scrittrice, che la portava sempre a immaginare e scrivere nuove storie, non la stava aiutando a trovare spiegazioni per quello che le accadeva da un po’ di tempo.
    Serena era sempre più smarrita, con la sensazione di essere finita in mezzo a un fitto bosco buio, alla ricerca di un sentiero che la conducesse fuori dal labirinto dove era finita. Era sempre un camminare sotto un cielo senza i colori e la separazione da Sergio, in quella sua assenza che accresceva giorno dopo giorno la forza dell’amore che provava per lui, non faceva che peggiorare il suo stato d’animo.

***

    Tornò al presente, e si ritrovò in una stanza arredata semplicemente con un letto, una poltrona e un piccolo scrittoio in legno, le pareti erano rosa con una finestra che affacciava sul grande giardino sottostante. Si avvicinò ai vetri e il suo sguardo abbracciò piane di olivi millenari e vigne cariche di grappoli gravidi di succhi maturi, la distesa azzurra e immobile del mare in lontananza e vette acute di montagne sullo sfondo. Le parve per un attimo di trovarsi in una terra di mezzo, su una terrazza che dominava l’infinito.
    Quell’infinito, che tante volte aveva cercato tra le mura di casa sua, adesso l’aveva davanti. Lo guardava, eppure non provava niente, come avesse un’armatura intorno al cuore che impedisse alle sue emozioni di fuoriuscire.
    Scacciò l’idea… non le piacque. Provare… anche solo tristezza o rabbia, sarebbe stato sempre qualcosa, ma l’apatia no… non era nelle sue corde. Dove era finito il piacere?
    C’era qualcosa che non andava in lei da qualche tempo e quel qualcosa si era presentato, una mattina al risveglio, con la sensazione di non essere la persona della sera prima.
    Passarono le settimane e la sensazione si fece concreta certezza. Un giorno, all’improvviso realizzò, e iniziò a preoccuparsi. Possibile? In un lampo tutto le fu chiaro: stava entrando nei personaggi dei suoi romanzi. Li sentiva… erano dentro… si muovevano dentro di lei. La logoravano, la costringevano a condividere le loro ansie, ad assumerne gli atteggiamenti… a inseguirne le abitudini… in qualche modo le loro vite, e lei subiva incapace di ribellarsi.
    Provò a liberarsene, a strappare le pagine di quei romanzi, addirittura a bruciarle, ma inutilmente. Quelle compagnie scomode e ingombranti, che limitavano la sua creatività e la sua libertà d’azione, continuarono a farle visita, di tanto in tanto anche fino a sera, catapultandola in una realtà parallela, ostaggio delle loro manie.
    Spostò lo sguardo verso il mare e le sembrò di stare meglio. Una luce flebile accompagnata da una sensazione di pace si fece spazio in lei, ma si dissolse in un attimo e tutto tornò lontano come la montagna, come quelle vette che si lasciavano carezzare dallo sguardo.
    Il largo sentiero sterrato, che saliva dal paese poco più a valle, era deserto. Le si presentò come un fermo immagine privo di movimenti, di suoni, e le sembrò di essere finita fuori dal tempo.
    Sentì che faticava a respirare e cominciò a sudare. Così, forse nel tentativo di evadere da quello stato ansioso, la sua mente la portò su una spiaggia. La giornata era velata, poco luminosa e un vento gelido le si infilava sotto la maglietta salendole su, su, lungo tutta la schiena. Vide in lontananza due cavalli bianchi. All'improvviso uno dei due nitrì come a richiamare l’altro, ed entrambi partirono al galoppo. I loro corpi parevano dotati di una grazia nascosta e solcarono l’aria con un movimento fluido, come fossero dentro il sogno.
    Avanzavano verso di lei, che restò immobile a guardarli, incapace di muoversi. Galoppavano, testa e collo di ognuno allo stesso ritmo, galoppavano allineati. Un attimo dopo gli zoccoli toccarono la sabbia. Adesso erano vicini, così vicini, che poteva vedere bene le froge pulsare affannate, il sudore lucido sulle groppe. Ma… a un certo punto, uno dei due tornò indietro e svanì. L’altro si fermò, come in attesa.
    “Sergio, Sergio, dove sei? - Si lamentò a voce alta rabbrividendo. - Perché non sei qua con me?”
    Doveva chiamarlo, sentirlo almeno al telefono. Prese il cellulare e compose il numero di casa. Gli squilli risuonarono a vuoto, dall’altra parte nessuno rispose.
    In quel mentre fu chiamata per la prima visita medica.

***

    Qualche giorno dopo il suo arrivo, uno degli ospiti le parlò di un boschetto non lontano, all’incirca a un chilometro dalla Villa. Prese a farvi lunghe passeggiate, si inoltrava tra i sentieri e di tanto in tanto incontrava qualche piccolo scoiattolo che, appena la vedeva, s’arrampicava rapido sul tronco di un albero. In quel boschetto, di pini marittimi e alti cespugli di ginestre e rododendri e un mutare continuo di umori e colori, ritrovava ossigeno per il suo corpo stanco, e un po’ dell’energia di un tempo. Era una natura incontaminata che, per brevi momenti, l’aiutava a ritrovare anche un po’ se stessa.
    Trascorsero ancora dei giorni, qualche mese addirittura, ma Serena non stava meglio. Il più delle volte era una lotta continua contro quegli stati di doppia personalità.
    Eppure il medico l’aveva rassicurata, non era affetta da alcuna patologia preoccupante. Le parlava di un mondo che si era creata per sfuggire a qualcosa e, prima o poi, ne sarebbe uscita da sola. Ma a volte, lei si stancava di lottare, precipitava in un buco nero e finiva per sentirsi piccola, piccola, poco più grande di un guscio di tartaruga. Sì, come un guscio capovolto e sperduto in mezzo al mare. Vedeva Sergio salutarla dalla riva e la corrente portarla via… allora provava a tornare indietro, cercava di contrastarla con tutte le sue forze… quella corrente, ma il flusso impetuoso la trascinava via… via, sempre più lontano. Sergio, la terra ferma, si facevano grandi come un punto sulla carta geografica, poi più niente. Solo acqua, tanta acqua tutto attorno.
    Quelli era i momenti di maggiore spaesamento, di forti mal di testa che la lasciavano esausta, con attacchi di ansia e crisi di pianto.
    Gli episodi dissociativi continuarono a importunarla, forse con minore intensità di prima o fu solo una sua impressione. C’è da dire, però che, in certe ore della giornata, l’idea del volto di Sergio cominciava a portarle un po' di conforto e serenità, anche se ogni nuovo giorno, passato lontano da lui, era sofferenza e smarrimento, e spesso la notte si svegliava e guardava il soffitto per ore, o si girava nel letto senza riuscire a riprendere sonno.
    Un mattino, durante la solita passeggiata, le parve di averlo vicino. Lui era lì, lo sentiva respirare. Era dietro di lei, ne era certa, ma non trovò il coraggio di chiamarlo. Poi in mezzo ai suoni del vento le arrivò l’eco della sua voce, e lei d’istinto si voltò. Ma non lo vide, non c’era. Turbata e delusa si soffermò a ricordare i tratti del suo volto, il sorriso, il colore degli occhi, ma notò che certi particolari le sfuggivano. Continuò a cercare, e trovò solo un vuoto dentro, profondo come quello di un pozzo di cui non vedi il fondo.

***

    Una domenica pomeriggio sua figlia Simona le portò un romanzo da leggere. L’aveva trovato in casa su un ripiano della libreria. Era un libro appartenuto a Sergio che Serena aveva dimenticato proprio lì, su quello scaffale e le bastò un attimo per ricordare, e riconoscerne la copertina, perché l’aveva regalato lei stessa al marito.
    Le fece piacere averlo con sé, pensò che sfogliare quelle pagine, sentirne gli odori, sarebbe stato un po’ come, ritrovare il piacere di certi silenzi condivisi, risentirne i respiri, sfiorare le impronte lasciate sulla carta. Passò le sue mani sulla copertina liscia più volte, ma non riuscì ad aprire il libro. Certi ricordi erano ancora tutti lì, dentro di lei, come fantasmi pronti a pugnalarla alle spalle. Di loro portava già troppe ferite che sanguinavano in silenzio, molto meglio non provasse a risvegliarli.
    Tenne le considerazioni per sé e rientrando in camera appoggiò il romanzo sullo scrittoio, avrebbe provato a leggerlo più avanti, quando si fosse sentita pronta. La giornata, e riavere il libro in particolare, l’avevano provata. Si sedette sulla poltrona azzurra che aveva avvicinato alla finestra e in breve si appisolò.
    Quando fu risvegliata per la cena, la sera era già scesa da un pezzo. Il silenzio della stanza le risuonò attorno come la dissonanza di una canzone nostalgica, che l’attirava verso ombre lontane; un gusto di mandorle amare le salì in bocca. Guardò oltre la finestra in cerca di una visione confortante, ma il buio aveva indossato il suo vestito più cupo. Rabbrividendo, scese per la cena.
    Passarono ancora alcuni giorni. Il libro era ancora sullo scrittoio, nella stessa posizione della prima sera, Serena non l’aveva più toccato e lo evitava di proposito. Poi una mattina, appena risvegliatasi dopo aver sognato suo marito, trovò il coraggio di riprenderlo in mano. Con timore ancora, ne sfogliò lentamente alcune pagine e fu allora che trovò il biglietto, un biglietto ripiegato. Lo aprì incuriosita e, quando ne riconobbe la calligrafia, le sue mani presero a tremare. Cercò la poltrona per sedersi, assalita da un improvviso mancamento.
    “Mia cara - scriveva suo marito - so di non avere più molto tempo.” Gli occhi le si inumidirono, ma cercò di reprimere l’emozione e seguitò a leggere:
    “Mesi? Forse solo poche settimane, ma me ne vado sereno. Mi hai regalato momenti indimenticabili. Sei stata la cosa più bella che potesse capitarmi…”
    Si alzò a prendere un fazzoletto dal cassetto per asciugarsi il viso rigato dalle lacrime, poi tornò alla poltrona e riprese a leggere:
    “Ti scrivo perché non voglio che la mia scomparsa ti faccia alzare un muro attorno e ti porti a isolarti dagli altri. Devi continuare a vivere! Devi farlo per me, perché attraverso te continuerò a vivere anch’io.”
    Non riuscì a proseguire, sentì formarsi un nodo in gola, poggiò il foglio sullo scrittoio e andò in cerca di una giacca per scendere in giardino.
    Aveva bisogno di aria.
    Si era sforzata di impedire a Sergio di morire per tenerlo con sé, ne aveva negato il fatto, nella speranza di poterlo riportare indietro, si era chiusa in un altro mondo, ma lui era morto, e ora era il momento di lasciarlo andare.
    Si diresse verso la fontana in pietra, situata in mezzo al grande giardino davanti alla Villa, per sedersi sulla panchina in ferro lì vicino. Gli altri ospiti erano nelle loro camere e c’era attorno un’aria ferma, quieta, la pioggia del giorno prima aveva smesso di cadere, ma la temperatura era scesa di qualche grado.
    Raggiunse la sottile linea del mare con lo sguardo. Il tramonto si stava compiendo sulla lunga distesa azzurra. Una miriade di pennellate in cielo, rosse, arancio, gialle, stavano virando verso il rosa, sfaldandosi sarebbero presto state assorbite dal blu della sera. Una nota positiva le risuonò in petto, e poco dopo, un po’ più serena, ritrovò la forza di rientrare in camera.
    Quel giorno finì così e per la prima volta dopo del tempo, andò a letto con la sensazione di essersi liberata delle sue compagnie ingombranti.
    Sognò Sergio che le diceva:
    “Sappi che io non ti lascerò mai veramente. Non mi vedrai, ma ogni volta che mi chiamerai io verrò a trovarti, sarò sempre vicino a te.”
    Si risvegliò con quel ricordo e si sentì di buon umore.
    Trascorsero ancora dei giorni, e dopo di allora qualcosa cambiò. I suoi personaggi scomodi a volte si ripresentavano, ma sempre con visite brevi e prese a sperare che rientrassero presto tra le pagine dei suoi libri. I sogni iniziarono a portarle una vaga sensazione: Sergio, benché non lo vedesse, era lì con lei. A volte lo sentiva nella stanza, altre sdraiato sul letto con il suo tepore sul petto, il respiro lento e tranquillo.
    Una mattina, ripensando a tutto questo, le venne da fare una considerazione: Incredibile, passi giorni, mesi, anni, accanto a qualcuno e mai pensi alla sofferenza che può darti la sua mancanza. Non gli parli del bisogno che hai di lui, di quanto sia importante per te, dai tutto per scontato.
    Se ne andarono ancora alcune settimane, tutto sommato abbastanza tranquille, poi un lunedì…
    Uscì presto quella mattina, il cielo era terso, pareva aver assunto la trasparenza dell’acqua, ma la temperatura, scesa di brutto, aveva reso l’aria molto fredda e fuori non incontrò nessuno. Con il suo cappotto di panno verde petrolio, il cappello e i guanti di lana neri si avventurò verso il sentiero che scendeva fino al paese. Cercò un taxi e all’autista chiese di essere portata a un certo indirizzo.
    L’auto, appena fuori dall’abitato, superò un paio di tornanti, poi prese un lungo rettilineo costeggiando filari di vigne dai toni rossastri e bruniti, in parte già spogli. Lo spettacolo della natura e quei colori trasmisero a Serena un senso di pace, ma davanti all’aspetto desolato delle vigne si sentì pervasa da un velo di tristezza.
    Dopo una decina di minuti il tassista fermò l’auto davanti a un’alta cancellata in ferro. Aspettò che la donna scendesse, poi si accese una sigaretta.

***

    Al cimitero che dava sulla strada si accedeva da una stradina laterale. Serena si addentrò in quella grande oasi silenziosa dove regnava la pace dell’eterno. Alti cipressi costeggiavano la via centrale e sentì un forte odore di crisantemi.
    Percorse alcune stradine laterali sterrate oltrepassando tombe di marmo bianco e di granito nero, alcune sormontate da statue di figure angeliche, veri e propri monumenti funebri maestosi ed eleganti.
    Quando arrivò davanti a una lapide, in marmo con una piccola croce a lato, ne accarezzò con una mano la foto e disse semplicemente:
    “Ciao amore, mi hai chiamato?”
    “Finalmente ho trovato la strada. Lo so è la prima volta che torno dopo il funerale. Ho avuto bisogno di tempo. Mi ero persa, convinta che negando la tua morte…”
    Sentì un nodo in gola, cercò di deglutire, poi riprese:
    “Non avrei dovuto farlo, solo ora mi accorgo. Sono stata egoista.
    Poi, ho trovato il tuo biglietto… e ho capito.
    L’avevi lasciato in un romanzo di Wilburn Smith, ricordi? Be’, con quello ho realizzato. Ho capito che dovevo lasciarti andare, non potevo continuare a tenerti così, morto… Sei morto!
    Ho vissuto in un mondo parallelo per non soffrire e questo mi ha allontanato da te… o sei tu che ti stai allontanando da me?... Non ci capisco più niente, perché quando cerco di ricordare qualche particolare di te, ti trovo sempre meno. È come se la tua immagine si facesse sempre più confusa e se ne stesse andando pian piano dalla mia mente, e questo mi ha fatto… mi sta facendo paura, non voglio che accada.
    Ho ancora il cuore a pezzi, ma non fuggirò più, te lo prometto.”
    Guardò l’orologio, doveva andare. Si avvicinò alla foto sorridente del marito e gli diede un bacio, poi si asciugò le lacrime e si incamminò verso l’uscita.
    “Da sola ritroverà la via, le aveva detto lo psicoterapeuta.” Ma senza l’aiuto di Sergio - pensò - chissà se ci sarei riuscita.
    Quando tornò a Villa Belvedere, chiese di parlare con il suo dottore. Era pronta a tornare a casa. Adesso era certa, i suoi personaggi scomodi l’avrebbero lasciata in pace.
    Sarebbe andato tutto meglio. Sentiva che sarebbe stato così.
    Con il tempo il dolore, per l’assenza del marito, si attenuò, ma non scomparve, cambiò solo forma. Da profondo, prepotente, assoluto, come una tenaglia che le stringeva il cuore, si fece una sorta di compagno malinconico, paziente e accomodante, e Serena lentamente riprese a vivere. Nei giorni in cui era particolarmente triste e vedeva il mondo girarle attorno irraggiungibile e lontano, saliva al cimitero, riferiva a Sergio i suoi pensieri, e gli parlava delle sue giornate.

Stefania Pellegrini ©



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