venerdì 20 marzo 2026

Il ballo di Vera e Vito

 


Ispirato da una storia vera

BUONA LETTURA

L’ampia stanza è piena di gente, la festa è appena iniziata. Una sala da ballo si direbbe con festoni appesi alle pareti tra cui grossi fiocchi e fiori in carta crespa colorata. I tavolini e le sedie sono allineanti lungo la parete a destra per lasciare uno spazio libero al centro per chi desideri ballare.

Sul fondo, al centro, è disposto un gruppo composto da tre musicisti con chitarre e pianola. La cantante, una moretta carina, sta intonando una canzone.

Vera entra per mano a Vito con il passo lento, leggermente dondolante, incerto. Tiene lo sguardo leggermente abbassato, i suoi capelli sono grigi, lisci, ravviati alla bene meglio.

Si aggiusta gli occhiali di metallo in un gesto di imbarazzo, e si appoggia alla mano di Vito che la sta guidando verso due sedie ancora libere. Quel clima di allegria che si rincorre nella sala, la stordisce, le fa provare una sensazione di disagio. Cerca di ignorarlo dicendosi che non ha motivo di farsi suggestionare dall’ambiente. Accanto ha Vito.

Di riflesso a quel pensiero, volge lo sguardo verso il compagno. Pensa alla sua anima gentile, alla sua capacità di accogliere i suoi capricci e scatti di insoddisfazione sempre con pazienza, pronto ad assecondarla con i gesti che un cavaliere di altri tempi rivolgerebbe alla sua dama. A lei piace questa sua premura rispettosa, sembra dirle che di lui può fidarsi.

Vito si alza, le solleva dolcemente la mano e la guida lentamente verso il centro della stanza dove qualcuno sta già ballando.

È sempre ben vestito, anche oggi indossa pantaloni lunghi di gabardine beige e una polo di colore abbinata. Ha uno sguardo dolce, paziente, ancora piacevole con i capelli brizzolati pepe e sale leggermente mossi, i baffi e occhi vispi.

Il suono degli strumenti riempie la sala, al centro la coppia dondola lenta. Vera è goffa, pare un po' frastornata tra le braccia del suo compagno che la guida con garbo e dimostra le capacità di un esperto ballerino. Non sa dirsi perché abbia accettato l'invito, con lo sguardo smarrito segue un punto lontano, ma dopo tutto non le dispiace di essere lì in mezzo anche se si accorge di non avere più la leggerezza e la disinvoltura di un tempo.

Un tempo. Ecco... se c'è stato. C'è stato, ma sarà stato quasi mezzo secolo prima, si dice.

Dentro di sé c'è ancora quella Vera, ma ne è passata tanta acqua tra gli argini dalla donna allegra e piacevole che probabilmente è stata.

Vera continua a muoversi al ritmo della musica, la giovane cantante sta intonando Yesterday dei Beatles, Vito la cinge per la vita con delicatezza e sente che le gira un po’ la testa. Stranamente quella ballata lenta non le procura malinconia, ma accende qualcosa dentro di lei che le suggerisce di lasciarsi andare, di abbandonarsi al ritmo delle note e scopre siano movimenti che le procurano benessere perché vanno a mitigare il suo bisogno di attenzioni, e di vicinanza.

Spesso è spaventata da quei malesseri che la fanno sentire un oggetto inutile, abbandonato al degrado dei giorni e quando capita se la prende con la figlia con pensieri mai positivi.

Se almeno la vedessi anche solo qualche volta... invece, quella là è senza cuore e chissà dov’è andata. Ma quando si farà viva gliene dico quattro. Se ne frega di me. Deve sapere come la penso.

Per fortuna ha le braccia di Vito, come adesso, e la sua presenza, a scacciare i torli molesti, e trova quel senso di pace, che non sa spiegarsi da dove arrivi, ma è come un giglio spuntato da sotto la neve ghiacciata, sempre inatteso.

Torna a sedersi, il suo volto è come trasognato, alza lo sguardo verso di lui, e le sorride aprendo leggermente quelle sue labbra così abituate a restare contratte. Nei suoi occhi si è accesa una strana luce viva, probabilmente da un fiorire di tiepida gratitudine.


Ad un certo punto, in un angolo della sala si crea un po’ di movimento da un avvicendamento di persone, presto sarà tempo di intervallo per i musicisti e della merenda per tutti.

Su alcuni tavoli posti al fondo sono apparse teglie di torte e tranci di pizza, la musica si è già interrotta, e qualcuno si alza, qualcun altro prende a parlare animatamente.

In quel preciso istante, una giovane donna, apparsa sulla porta, guarda in giro come se cercasse qualcuno, poi decisa va verso di loro.

Che ci fai qui? Dove sei stata per tutto questo tempo?” Esordisce con tono brusco e risentito Vera.

Ciao mamma, ci siamo viste appena due giorni fa. Ti ricordi?” Aggiunge sorpresa la giovane. “Lo sai che lavoro e non posso passare tutti i giorni. Come stai oggi?”

Vera si riprende subito, e risponde con lo stesso tono:

Bene, bene. Come vuoi che stia?”

Una donna dello staff nota la nuova arrivata e si avvicina per salutarla, in mano tiene un bicchiere di plastica con una bibita che porge a Vera e Vito.

Allora, che ve ne pare non è una bella festa?”

Sì – risponde Vera, accennando un tiepido sorriso – dovreste organizzarle più spesso.” Tanto basta per farle tornare il sereno sul volto. Si volge ancora verso la figlia, e aggiunge con voce giuliva:

Mi sto proprio divertendo.”

Vera continua a parlare mentre Vito dal canto suo è rimasto in silenzio e in disparte. Sta provando un po’ di disagio per la situazione, e ha lasciato la mano della compagna facendo un passo indietro. Ora vorrebbe tanto essere da un’altra parte, allontanarsi, ma per educazione resta lì come un allocco.

Quando, dopo qualche minuto, la donna si accorge di non averlo più accanto, con fare leggero, dice alla figlia:

Oh, ma che sbadata. Non vi ho presentati, sono proprio maleducata”. E volgendosi verso di lui aggiunge sorridendo:” Questo è Vito.”

Ma sì mamma - aggiunge la figlia – tranquilla, me l’hai già presentato.”


Prima che un susseguirsi di giorni scanditi dalle stesse ripetizioni non l’avessero avvolta in un velo di profonda solitudine, Vera credeva di ricordare quasi tutto, ma ora non ne più tanto sicura.

Forse Vito ha ancora una moglie, ma con lei lui è accorto, affettuoso, e le dà la compagnia di cui ha bisogno, che importanza può avere allora il resto, lui non ne parla e lei quella donna non l’ha mai vista.

La loro frequentazione non è nata tanto da una specie di attrazione, ma più per un'abitudine, consolidata tra loro, di condivisione. Il tempo di Vera e Vito non è più fatto di iniziative e di domande o aspettative, entrambi hanno bisogno di una quotidianità gestita da altri che non crei conflitti o dubbi e soprattutto di abitudini per poter trovare la sicurezza dietro cui ripararsi, e proteggersi da ciò che appare loro sconosciuto e faccia paura.

Se non c'è più percezione del prima si può parlare solo di tempo sfumato ed è quindi un tempo fuori controllo il loro, che in qualche modo li ha sconfitti, eppure entrambi sono riusciti a trovare una loro dimensione dove le emozioni continueranno a esistere perché i loro cuori, per suonare la stessa nota, non hanno bisogno di tempo, né di memoria.

Inedito 2026

Stefania Pellegrini©

TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALL'AUTRICE©


mercoledì 14 gennaio 2026

Uno sbaglio di gioventù

 


Joaquin Sorolla

Buona lettura


    “Volevi vedermi?”

    “Sì, tua nonna Elvira dice che mi è partito il cervello, ma quella là cosa vuoi che capisca, è vecchia. Ho bisogno che tu mi faccia un grosso favore.”
    “Certo, sai che puoi contare sempre su di me.” Rispose Luca.
    “Prima però devo raccontarti una storia accaduta tanti anni fa. È un po’ lunga quindi siediti comodo vicino a me.”
    Prese le mani del nipote tra le sue e proseguì: “Le mie gambe non reggono più e sono costretto su questa sedia a rotelle, ma sai che la testa mi funziona ancora.”
    Il giovane guardò il nonno con tenerezza, i suoi occhi un po' velati e pensò che non aveva motivo di dubitare di lui.
    “Certo nonno, vai avanti - gli rispose sorridendogli con dolcezza - non preoccuparti, ti ascolto volentieri.”
    “Ti ringrazio figliolo è importante per me.”
    “Al tempo di questa storia, ero appena un ragazzino, avrò avuto circa quattordici, quindici anni ed ero un po' vivace. Frequentavo un ragazzo di un paio di anni più grande e spesso insieme a lui mi mettevo nei guai. Niente di così riprovevole, ma spesso trasgredivo le regole che i miei genitori mi ripetevano con qualche scappellotto.
    A scuola, in quel periodo, ero distratto, mi annoiavo e raggiungevo a malapena la sufficienza. Stavo crescendo ed ero in eterno conflitto con me stesso, e ogni volta che dovevo fare una scelta era sempre quella sbagliata. I miei davano la colpa alle cattive compagnie, ma era solo perché non sapevo come usare la testa.
    Erano i primi di giugno, la scuola stava per finire e non avevamo compiti da fare a casa, così passavo i miei pomeriggi in giro con gli amici. Pranzavo e uscivo subito per andare in piazzetta ad aspettarli seduto sugli scalini vicino alla fontana. Eravamo un gruppetto di tre, a volte di quattro ragazzi, più o meno della stessa età. Ascoltavamo musica, o fumavamo qualche sigaretta fregata agli adulti, ma il più delle volte organizzavamo qualcosa.
    Spesso finivamo per sottrarre, per qualche ora, la vespa al fratello più grande di Enzo, il mio più caro amico, ed era sempre uno spasso, qualcosa che ci elettrizzava, anche perché sapevamo che i grandi non volevano. Pochi ancora potevano permettersi quel mezzo per noi proibito ed entrarne in possesso ci faceva sentire adulti. 
    Enzo sapeva come mettere in moto quella vespa rossa fiammante, quindi era un gioco da bambini prendercela, girare la chiave, avviare e via. Dopo una mezz’ora, a volte un’ora, rimettevamo la vespa al suo posto e ci andava sempre bene perché nessuno, ma soprattutto il fratello, ci beccava mai.
    Ci salivamo anche in tre e correvamo a tutto gas per i viottoli dei campi o tra i sentieri di ghiaia e terra. Le gambe penzoloni, i capelli liberi al vento, l’aria che ci veniva incontro in pieno viso, le grida… era divertente impennare il mezzo, ancora più spassoso se qualcuno cadeva a terra. Ridevamo fino quasi a farci venire le lacrime agli occhi. Ci sentivamo padroni del mondo e invincibili.
    Possedere una vespa a quell’età, la fine degli anni cinquanta, era il sogno di ogni ragazzo, ma i nostri genitori non potevano permetterselo e la scusa che sentivamo più spesso era: “C’è la bicicletta del nonno dietro il fienile, se vuoi prendi quella, con quei cosi potresti farti male e poi non hai l’età.”
    Quel giorno all'appuntamento in piazzetta arrivò solo Enzo. Gli altri, avevano preferito andare al fiume e non ci avevano aspettato.
    Faceva caldo e c’era afa. Sotto il sole pareva stare come sopra a un girarrosto. I nostri genitori erano tornati nei campi per i fieni, e noi eravamo riusciti a svignarcela con la scusa dei compiti. Purtroppo per prelevare la vespa, senza essere beccati, dovevamo aspettare ancora una buona mezz’ora perché erano appena le due del pomeriggio.
    A quei tempi non sapevamo neanche cosa fossero i cellulari, né tanto meno il telefono fisso nelle case. Per ascoltare un po’ di musica dovevamo usare una radiolina a pile, ma quel giorno non avevamo neanche quella. Ragazzine in giro non ne vedevamo e ci annoiavamo.
    Enzo tirò fuori due sigarette del fratello e ci mettemmo a fumare mentre ci allontanavamo dalla piazzetta per imboccare il sentiero che all’epoca andava verso campi coltivati. 
    In giro non incontrammo nessuno, faceva troppo caldo.
  Poco prima di lasciare il paese, un po’ isolato, c’era un muretto a secco basso che divideva due proprietà e dove ci piaceva sederci perché era lontano dallo sguardo critico degli adulti. Quel giorno lo raggiungemmo per chiacchierare della nostra estate che avremmo trascorso separati.
    Enzo sarebbe salito agli alpeggi con la famiglia, mentre i miei mi avrebbero mandato al sud a trascorrere le vacanze al mare dai parenti e mi aspettava un’estate in barca a pescare con nonno Annibale. Per qualche mese non ci saremmo visti ed eravamo abbastanza contrariati per questo, ma purtroppo a quell’età sono gli altri a decidere e noi potevamo solo ubbidire.
    Dicevo prima che faceva parecchio caldo e a un certo punto ad Enzo venne l'idea di comprarci un gelato. Ma non avevamo soldi. Di quelli ne vedevamo sempre pochi e in casa i miei non ne lasciavano.
    Con qualche lira racimolata rovistando tra i nostri salvadanai riuscimmo a passare dalla latteria per comprarci un Mottarello.”
    Allo sguardo interrogativo di Luca l’anziano precisò:
    “Oggi non esistono più latterie come quelle e quel tipo di gelato credo non lo producano più. Era un cuore alla panna su un bastoncino di legno rivestito di cioccolato fondente. Buono.
    Comunque mentre stavamo aspettando il nostro turno, Enzo vide qualcosa luccicare sul pavimento. Pensando a una monetina, si chinò per raccoglierla e lesto la mise nella tasca dei pantaloni.
    Nella latteria oltre a noi c’era una donna che stava conversando con il proprietario, ma nessuno dei due si accorse del gesto. Comprammo felici il nostro gelato e uscimmo ridendo dal negozio con la nostra piccola sorpresa.
    Ci allontanammo gustandoci quello stecco che ci sembrava speciale perché non era così usuale, come oggi, mangiarne uno. Quando ci sentimmo al sicuro, al solito muretto, Enzo estrasse l’oggetto dalla tasca. Ma quella che credevamo una monetina, era una medaglia in oro.
    Io avrei voluto riportarla subito al negoziante, Enzo diceva no che l’avrebbero incolpato del furto e sarebbe passato per un ladro.
    Insomma per fartela breve, tra una discussione e un'altra, non la restituimmo.


    Luca, che in tutto quel racconto non aveva avuto il coraggio di interrompere il nonno, attese curioso il finale della storia.
    Il vecchio mise la mano in tasca ed estrasse qualcosa.
    “Eccola, ce l’ho ancora io. Enzo all’epoca voleva disfarsene per non fare brutta figura e per timore dei suoi, così me l’ero fatta dare e per tutto questo tempo l’ho custodita in una scatola. L’altro giorno, facendo mettere in ordine alla nonna, è di nuovo saltata fuori.”
    “Adesso quello che ti chiedo è di trovarne il proprietario. Voglio restituirla a lui o ai suoi familiari, non è giusto che continui a tenerla io.” Gli disse mostrandogliela.
    “Hai visto? È una medaglia concessa al Valor Militare. A quel tempo eravamo ragazzini e non ne capivamo l’importanza, ma adesso so cosa possa aver significato per chi l’ha ricevuta e perduta.”
    “Vedi – disse girando la medaglia – abbiamo il nome: Rino e il cognome: Tassoni, non dovrebbe essere difficile rintracciarne il proprietario o la famiglia.”
    “Nonno, ci proverò. Ma è passato tanto tempo. Perché non l’hai fatto tu prima?”
    “Non lo so. All’epoca ero un ragazzo e dopo è finita in quella scatola dove tenevo i ricordi di gioventù e me ne sono completamente dimenticato.”

    Il sabato successivo, come d'abitudine, il nipote tornò a trovare il nonno.
    “Allora, che notizie mi porti? Sono impaziente di sapere.” Gli chiese l'anziano.
    “Ecco nonno, non molto. All’archivio del comune ho trovato diverse famiglie con quel cognome e due persone hanno anche lo stesso nome, ma uno appartiene a un bambino di dieci anni e l’altro a un uomo morto da qualche anno. Tu mi dirai è quello, ma non è così.”
    La nonna entrò nella stanza e Luca, ad un cenno del vecchio, portò il suo discorso su altro. Capì che lei era all'oscuro delle intenzioni del nonno e aspettò che tornasse in cucina per riprendere il racconto.
    “Sono passato all’indirizzo indicato e ho trovato un’anziana che da uno spiraglio di porta, mi ha assicurato che suo marito Primo non ha mai ricevuto alcuna medaglia al valore e a me è sembrato scortese insistere. A quel punto è intervenuta una donna piuttosto giovane che, spalancando la porta, mi ha suggerito di ripassare per parlare con la nipote.
    Oltretutto perché quel nome... Primo? Sono comunque tornato e ho scoperto che l’anziana ha l'Alzheimer, e da quando ha perso il marito non ricorda più niente. Mi dispiace. Sai però, la cosa più incresciosa è che neanche la nipote mi è stata di aiuto, sa solo che il nonno aveva fatto parte di una formazione partigiana che ha combattuto per la liberazione, ma nessuno le ha mai parlato di una medaglia.”
    “A questo punto ci rimane solo la speranza che la nipote chieda, come mi ha promesso, all’unica sorella ancora in vita dell'uomo.”
    “E quindi? Che facciamo?” Aggiunse preoccupato il vecchio.
    “Quindi, non so. Potrei pregare un amico che lavora al giornale di pubblicare un annuncio, ma non so se funziona. Per intanto aspettiamo. Se non escono novità credo sia il caso che continui a conservarla tu.”
    “Ah dimenticavo, ho lasciato il numero del vostro telefono, se esce qualcosa chiamano qua. Ma non ci sperare troppo.”

    Un mese se ne andò senza alcuna novità, ma quando l'anziano aveva ormai perso le speranze, Luca, spulciando su internet un elenco dell’A.N.P.I. sulle medaglie d’oro concesse al Valor Militare, rintracciò un cognome uguale alla persona che stavano cercando e scoprì trattarsi di una medaglia consegnata in memoria. L’uomo, un contadino, nato nei pressi di Modena nel 1914, era caduto a Monte di Santa Giulia di Palagano, provincia di Modena, il 9 gennaio del 1945. Fine della storia.
    Poteva trattarsi di lui, ma poteva essere solo un caso di omonimia. Se non ché qualche giorno appresso il nonno ricevette la telefonata che aspettavano e si poté fare completa chiarezza.
    Alla visita che seguì in presenza di Luca, la donna raccontò di due suoi fratelli, i primi nati di otto, a cui i genitori avevano dato lo stesso nome: Rino, distinguendoli con Primo e Secondo. Ambedue furono arruolati, ma quando giunse l’8 settembre entrarono in una formazione partigiana. Quando finì la guerra Rino Primo, che lavorava in fabbrica, tornò vivo a casa, mentre l’altro, che si occupava della terra dei genitori, caduto sotto il fuoco nemico, ci tornò in una bara.
    Quando la famiglia ritirò la medaglia concessa in sua memoria, lei era piccola  e non capiva poi molto sul suo reale significato. Così un giorno per farla vedere a una amica e potersene vantare la prese di nascosto e se la mise in tasca.
    Caso volle però che la mamma la chiamasse e le ordinasse di andare subito a comprare una bottiglia di latte. Quando la bimba arrivò in latteria, ed estrasse i soldi per pagare, la medaglia le scivolò via dalla tasca e tornata a casa si dimenticò dell'amica e della medaglia
    Fu solo, qualche giorno dopo, quando i genitori si accorsero della sparizione e misero a soqquadro la cascina, che si accorse di non averla più nella tasca del grembiule e cercandola non la trovò da nessuna parte. L'anziana raccontò anche che quella sparizione aveva fatto soffrire molto la madre perché era l'ultima cosa che le rimaneva del figlio, ma per il timore di punizioni la bambina non aveva mai detto di averla presa lei e di averla poi smarrita. 
    "Tutto è bene quel finisce bene", pensò il nonno. Dopo quasi settant'anni la medaglia tornava a casa e lui poteva mettere a tacere la sua coscienza, rimediando, se pur con molto ritardo, a uno sbaglio di gioventù. Ma tale pensiero non lo consolò. Con il suo gesto irresponsabile, per la scelta sbagliata e la sua mancanza di coraggio, aveva fatto soffrire qualcuno, e a questo non avrebbe mai potuto porre rimedio. 
    - Il coraggio, pensò,  è una virtù che non tutti hanno, soprattutto a quindici anni. Spesso si finisce per dare ascolto alla testa degli altri, perché è la scelta più semplice, ma non si pensa mai alle conseguenze. -

Stefania Pellegrini©

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