lunedì 22 giugno 2026

Una nuova vita

 


“… Ovunque andasse vedeva i suoi occhi / parlarle d’amore – profondi – intensi, / il volto tatuato nel sole, / nelle figure delle nubi in cielo…” Dalla raccolta “ITACA NEL CUORE” – Poesie dell’autrice.

Una nuova vita

(tratto dalla raccolta QUELL'ESTATE DEL 1984 e altri racconti)

    Solleva lo sguardo verso l'orologio in camera da letto: Le venti e trenta… è tardi. Ludna scatta in piedi. Lascia il foglio aperto sul piccolo tavolo, s'asciuga le lacrime con un fazzoletto e s'affretta a scendere al piano di sotto per mettere a letto la signora. Probabilmente la troverà addormentata sulla poltrona, come fa di solito.
    Il buio l'ha colta all'improvviso in tutto il suo silenzio. Mentre la mente cercava conforto nella scrittura, ombre vaganti hanno preso forma dagli angoli più bui della sua stanza e il tempo di ogni sera è sceso implacabile portandosi appresso i suoi fantasmi.
    La pioggia picchietta secca sui vetri della finestra, sottile avvolge silenziosa la sera in un manto triste, grigio e informe. È la prima di settembre, e potrebbe essere l’annuncio della fine dell’estate.
    Ludna è colta da brividi di freddo: troppo leggera la veste di cotone a maniche corte per quella serata umida, ma non ha tempo per coprirsi meglio. L’abito morbido che indossa, regalatole dalla figlia della signora che sta assistendo, è in fantasia blu leggermente aderente, e ne mette in risalto la figura aggraziata.
    Fisico sottile dalle forme armoniose, pelle vellutata e bronzea, grandi occhi profondi marrone scuro, la giovane, poco più che ventenne, ha uno sguardo misterioso e distaccato, una bellezza e un fascino che non passano inosservati.
Il foglio sul tavolo, scritto in arabo, comincia così:

Mio adorato marito,

finalmente ho trovato un lavoro, la signora che assisto è buona con me e mi tratta bene. Il piccolo paesino, dove mi trovo, è situato a ridosso del mare ed è abitato da pressappoco mille, millecinquecento anime. Ti ho già raccontato del corso serale per stranieri e della lingua italiana che sto imparando pian piano? Forse sì, però non ti ho detto che tutto qui è semplice, e la vita tranquilla scorre lenta tra le varie occupazioni. Sai certi giorni, quando qualcuno del luogo mi rivolge il saluto, mi sembra ancora di essere al paese, nessuno fa caso al colore della mia pelle, nessuno mi sfugge o mi guarda come una diversa.

    La vecchietta assopita sulla poltrona si fa docilmente guidare a letto, Ludna le toglie gli abiti con movimenti lenti e le infila la camicia da notte. Con dolcezza l’aiuta a sdraiarsi, la copre con il lenzuolo e la coperta di lana leggera, poi le augura la buona notte. L’anziana donna minuta e fragile, è avanti con gli anni. Parla poco, ma riesce ancora a fare qualche passo da sola; su di lei Ludna vigila protettiva, occupandosi dei pasti e dell’assistenza notturna. È un lavoro che tutto sommato le piace, la fa sentire utile, e qualche volta le dà l’illusione di aver trovato una nuova famiglia.
    Giunta in paese, da altri luoghi non molto ospitali, e dopo le vicissitudini attraversate, Ludna pensa sia stata una vera fortuna trovare quella sistemazione che le assicura un’occupazione e una casa dove stare.
    Da tempo, l’anziana signora trascorre le sue giornate in silenzio, sulla poltrona scolorita vicino alla finestra del soggiorno, avvolta nel suo affezionato scialle di lana verde acqua e lo sguardo fisso in direzione del mare. In qualche giornata pare rianimarsi con un lavoro a maglia e qualche giro di ferri, ma in definitiva è poco attiva. La figlia passa a farle compagnia nel tardo pomeriggio e si ferma qualche ora per la cena.
    Sono di quei momenti, quando non ha il corso serale, le sue discese verso il mare, nell’ora dell’imbrunire con la spiaggia quasi sempre deserta. Costeggia il sentiero di ghiaia che corre ripido e stretto a mezza costa e raggiunge direttamente la spiaggia. Poggia i piedi nudi sulla lingua di sabbia fredda e compatta e cerca contatto con le onde schiumose della risacca.

Quando riesco scendo alla spiaggia - scrive al marito - punto gli occhi verso l'orizzonte, respiro a fondo e aspetto che il vento mi riporti la voce delle onde, l'odore intenso o solo un istante del nostro mare. Basterebbe così poco mio caro, ma non lo sento, anche in quella risacca docile di certe giornate che mi carezza il pensiero, che mi cattura, non riesco a trovarci un'onda di ricordo. Chi pensa che il mare sia tutto uguale non l’ha mai osservato bene. Qua io lo vedo diverso, e vedo diverso ogni elemento della natura. Sono la luce, i venti che cambiano, è l'aria che respiro e forse sono anche io diversa. Oh, mio caro, sapessi quanto mi mancano i colori dorati delle sabbie del deserto, il sapore del sale del nostro mare, il colore infuocato del sole, i nostri rapidi tramonti.

    Tutto sommato trova piacevole quell'ora malinconica tutta sua, spesso accompagnata dal vento che sale dall’immensa distesa d’acqua in brezza leggera e gioca con la sua figura sottile, smuovendole l’abito e arruffandole i lunghi capelli neri, ricci. La donna può lasciare andare i pensieri e farsi cullare dai suoni, dal gracchiare di qualche gabbiano, dalle nenie che si levano dal frastuono delle onde di certe giornate. In tutta quella vita attorno, che si è fatta parte integrante del suo trascorrere, ci trova sprazzi di tranquillità e per qualche ora il suo cuore trova un po’ di pace.

Anche se non potrò mai dimenticare quanto queste acque, in apparenza tranquille, possano essere violente e causa di tante tragedie, a loro mi sento legata - confida al marito - perché posso raccontare i miei ricordi, le mie pene e sono convinta che quella risacca lenta, che sfiora i miei piedi con una carezza, comprenda la mia sofferenza, la mia solitudine, e la tristezza infinita che mi porto dentro.

    La giovane, purtroppo, ha avuto modo di vederne, di sentirne sulla pelle la forza, la potenza di quelle acque. Ha conosciuto la spaventosa furia delle onde alte che mettono in serio pericolo chi si possa trovare a bordo di una barca a vela o di un grosso barcone e, nel ricordare la sua esperienza, una morsa l'afferra allo stomaco e la possiede fino a prosciugarle la bocca. È un dolore sordo, martellante, che non dà tregua, e finisce per stordirla, mentre irripetibili immagini e sensazioni provate si affollano nella mente. Vorrebbe tanto dimenticare, ma sa che non sarà mai possibile. Certe esperienze non si dimenticano.
    I momenti terribili trascorsi su un barcone vecchio e in cattive condizioni, con pochi giubbotti di salvataggio, stracolmo di uomini, donne, bambini, in mezzo ad acque furibonde sfidando la sorte, hanno scavato nella sua anima un solco indelebile, una ferita profonda, aperta, che non trova unguenti per rimarginarsi.
    Di quei giorni non c’è visione che riesca a cancellare dagli occhi. Spesso si fanno vive alla sera, prima di coricarsi, o di notte quando il ricordo la sveglia assillandola con immagini strazianti di terrore e gli fa rileggere la morte negli occhi di tanti suoi fratelli… il disperato sgomento sui volti dei compagni di viaggio, sente le loro grida nelle orecchie, e ripensa al suo amore.
    Ma il mare non ha colpe, lui non è il nemico, Ludna ora ha capito che ben più pericoloso e temibile è quello sciacallo che s'annida dietro le porte, che circola indisturbato: il nemico che si offre come amico per quei viaggi disperati chiamati della speranza; l'avvoltoio che gioca, specula sulla miseria e la disperazione, che baratta vite per denaro.
    Eppure - si ripete - avevamo un’alternativa? Cedere a qualche scafista, come li chiamano qua, o morire, questo avevamo. Giovani e disperati eravamo, senza più un lavoro. Che altro avremmo potuto fare?... C'erano la guerra, le violenze, la siccità, la miseria; i campi erano troppo secchi, non trovavamo più sorgo per mangiare. Abbiamo venduto i nostri pochi averi e la gente del paese, i nostri genitori, ci hanno aiutato a racimolare 1000 dollari per affrontare il viaggio. Sapevamo di non aver più niente da perdere e avevamo il diritto di sperare in un futuro migliore… I pericoli, la morte, erano lontani da noi… ci sentivamo forti, pronti ad affrontare tutto, anche i disagi del lungo viaggio per raggiungere la nostra meta finale: La Germania.
    In realtà eravamo solo tanto ingenui e incoscienti. Non immaginavamo quello che avremmo affrontato: le quattro settimane di viaggio nel deserto… i letti dove dormivamo in Libia pieni di insetti… le costrizioni a lavorare per i padroni del posto in attesa dell’imbarco…i pericoli che ho corso ogni giorno di venire violentata e poi c’è stato ciò che abbiamo visto… tutta quella gente morta, e sepolta come sacchi di cui liberarsi, a pochi metri da dove dormivamo… senza pietà… né rispetto… per loro e per noi. Allora ci siamo detti che era mille volte meglio affrontare il viaggio in mare, anche se entrambi non sapevamo nuotare e abbiamo pregato… pregato perché avvenisse presto.
    Considerazioni, pensieri silenziosi affollano la sua mente, e suonano più come scuse della sua coscienza, e certi giorni logorano con un rimorso intenso e pesante. Di certo non l’aiutano a stare meglio, né a trovare pace. Non esiste formula che possa cancellare l’amarezza e la consapevolezza di non poter più tornare indietro, né di poter ritrovare la spensieratezza della sua giovinezza.

 Mio amato, sono trascorsi ormai parecchi mesi, quasi un anno per la precisione, dalla nostra ultima volta insieme e mi manchi. Mi manca il conforto della tua presenza, la dolce armonia della tua voce, e l'odore fresco e profumato di cannella della tua pelle... vorrei baciare le tue calde labbra, accarezzarti ancora... Non penso a quella misera stanza da cui siamo fuggiti, ma mi mancano le strade polverose della nostra arida terra, e continua a mancarmi la sua natura selvaggia e calda, l'odore invadente delle nostre spezie. Mi manca la nostra gente.

    Ludna fa un lungo sospiro, alza la testa dal foglio: lacrime copiose prendono a rigarle silenziose il volto scarno e le offuscano la vista. Lascia che scivolino libere come un piccolo ruscello che si fa strada tra i sassi, ma cadendo non fanno rumore. Gocce sparse vanno dalle mani alla penna e si fissano sul foglio, altre bagnano il tavolo. Per un attimo rabbrividisce ancora, ma spera di poter placare la solita morsa che l’afferra alla gola e le stringe il cuore.

 Quando ho ripreso a scrivere questa mia lettera volevo parlarti di tante cose, ma perdonami, adesso non trovo più la forza di continuare. Ti racconto solo questo.
Ieri sono andata alla spiaggia, camminavo e lasciavo le mie orme sulla sabbia. La spiaggia era silenziosa e deserta, e la sabbia, come al solito, compatta, così ho provato a scrivere il tuo nome piccolo, poi più grande... e non puoi immaginare quanto questo mi abbia dato conforto. Mentre scrivevo vedevo lo sguardo intenso dei tuoi occhi, il tuo volto dolce e bellissimo. Mi guardava, mi sorrideva e io ero felice, così camminavo e continuavo a scriverlo. Oggi sono corsa là, sicura di ritrovarti ancora, ma questa notte il mare ha cancellato tutto, non un segno qualsiasi, niente, la marea si era presa ogni cosa. La spiaggia appariva diversa, come se io non fossi mai passata di là e tu non fossi mai esistito. Allora ho capito. Ogni momento ha un suo tempo, il nostro è superato e non potrà più tornare. Provo amarezza al ricordo, mi ripeto che ormai devo farmene una ragione; ma ci sono giorni, come oggi, in cui la ferita geme di più.

Ti amo mio caro, ti amerò per sempre.

Tua devota Ludna

    Tira su con il naso, posa la penna, piega il foglio e lo infila in una busta. Non spedirà mai questa lettera. La ripone, con tutte le altre, in una piccola scatola di latta nel cassetto del tavolino.

***

    Se n'è andato il marito, da solo, una fredda notte di ottobre, accompagnato dal pesante frastuono della sala macchine di un grosso barcone a motore. Aveva solo ventidue anni. Intossicazione da esalazioni di gas, le avevano detto. Per fare posto ai vivi, era stato gettato nel mare Mediterraneo con altri compagni morti quella notte e il loro futuro sognato inghiottito da quelle acque fredde e distanti.
    Ne aveva visti morire tanti così nella stiva, vicino ai motori. Non riuscivano a respirare, vomitavano, i bambini piangevano, e chiedevano di uscire a prendere un po’ di aria, ma non era pronta a perdere proprio lui. Si è mai pronti? Se non l’avessero fermata sarebbe finita anche lei in mare, nel disperato ed estremo tentativo di raggiungere il suo amore.
    Conoscerlo, amarlo, era stato il dono più grande che la vita le avesse potuto dare, un universo, il suo universo, improvvisamente dileguatosi per sempre. Implorare il Cielo, pregarlo, scongiurarlo di prendersi anche lei… per giorni interi, sa Allah quanto ci avesse provato, ma senza alcun risultato.
    Ludna, sul ponte del barcone, disperata, provata da quel dolore lancinante, una pietra a giorni che le pesava sul cuore, congelata dal freddo e pressata da centinaia di altri disperati, ormai senza più forze, né interesse per la sua vita, irrimediabilmente sola, si sarebbe salvata. Il viaggio, lungo e pieno di insidie, su quel barcone che oscillava pericolosamente in balia delle onde, aveva in serbo per lei ancora giorni terribili, pressata da notti insonni interminabili: con le labbra bruciate dal sale, senza più lacrime per piangere, né cibo e acqua, in mezzo a compagni che continuavano a morire.
    Alla fine, la flebile luce, che vedeva accendersi all'orizzonte nelle notti cupe e tempestose e di sconforto più vivo, quella stessa luce che non rispondeva alle sue suppliche, l'avrebbe guidata fuori dalla disperazione, per consegnarle una nuova vita.
    Suo marito aveva sacrificato la sua perché fosse possibile e pensò che se avesse provato ad amarla, quella nuova vita, sarebbe stato un po' come continuare ad amare suo marito. Tutti i sogni che avevano fatto insieme, le parole stesse che si erano detti, non meritavano di essere calpestati, sarebbe stato come tradire il ricordo stesso.

Stefania Pellegrini ©

giovedì 14 maggio 2026

Racconto: Villa Belvedere

 



Il racconto è tratto dalla raccolta EVASIONI TRA LE RIGHE edita da CTL Editore Livorno


BUONA LETTURA


    Varcò la soglia di quella dimora dei primi del Novecento, un bel palazzo bianco, con fregi stile Liberty sulla facciata, circondato da un grande parco con statue in pietra e grosse piante secolari, e si sentì improvvisamente persa. Avrebbe trovato il modo di uscirne?
    La dimora, conosciuta come Villa Belvedere, era situata al colmo di una piccola collina che dominava il mare. Una larga e lunga scala centrale, in granito bianco, conduceva alla porta di ingresso che era a vetri con motivi floreali, incorniciati da ferro battuto nero.
    Mentre percorreva il lungo corridoio bianco, asettico e disadorno, fu avvolta da un enorme silenzio. Un silenzio a dir poco invadente che pareva volerle mettere a nudo l’anima e poi c’era quella luce opalina delle applique alle pareti, si sentì a disagio e non poté fare a meno di chiedersi cosa ci facesse là. Benché fosse stata una sua scelta, perché il luogo sperava rappresentasse la soluzione ai suoi continui malesseri, qualcosa la inquietava. Il mondo fuori le parve improvvisamente lontano, irraggiungibile.
    Le sarebbe bastato girarsi e oltrepassare di nuovo la porta, nessuno l’avrebbe obbligata a restare. Ma non lo fece. Non era tanto essere là a metterle ansia, ma il problema, quel problema che stava semplicemente dentro di lei, e fuori da lì non sarebbe stata meglio, finché non se ne fosse liberata.
    Purtroppo anche la sua fantasia di scrittrice, che la portava sempre a immaginare e scrivere nuove storie, non la stava aiutando a trovare spiegazioni per quello che le accadeva da un po’ di tempo.
    Serena era sempre più smarrita, con la sensazione di essere finita in mezzo a un fitto bosco buio, alla ricerca di un sentiero che la conducesse fuori dal labirinto dove era finita. Era sempre un camminare sotto un cielo senza i colori e la separazione da Sergio, in quella sua assenza che accresceva giorno dopo giorno la forza dell’amore che provava per lui, non faceva che peggiorare il suo stato d’animo.

***

    Tornò al presente, e si ritrovò in una stanza arredata semplicemente con un letto, una poltrona e un piccolo scrittoio in legno, le pareti erano rosa con una finestra che affacciava sul grande giardino sottostante. Si avvicinò ai vetri e il suo sguardo abbracciò piane di olivi millenari e vigne cariche di grappoli gravidi di succhi maturi, la distesa azzurra e immobile del mare in lontananza e vette acute di montagne sullo sfondo. Le parve per un attimo di trovarsi in una terra di mezzo, su una terrazza che dominava l’infinito.
    Quell’infinito, che tante volte aveva cercato tra le mura di casa sua, adesso l’aveva davanti. Lo guardava, eppure non provava niente, come avesse un’armatura intorno al cuore che impedisse alle sue emozioni di fuoriuscire.
    Scacciò l’idea… non le piacque. Provare… anche solo tristezza o rabbia, sarebbe stato sempre qualcosa, ma l’apatia no… non era nelle sue corde. Dove era finito il piacere?
    C’era qualcosa che non andava in lei da qualche tempo e quel qualcosa si era presentato, una mattina al risveglio, con la sensazione di non essere la persona della sera prima.
    Passarono le settimane e la sensazione si fece concreta certezza. Un giorno, all’improvviso realizzò, e iniziò a preoccuparsi. Possibile? In un lampo tutto le fu chiaro: stava entrando nei personaggi dei suoi romanzi. Li sentiva… erano dentro… si muovevano dentro di lei. La logoravano, la costringevano a condividere le loro ansie, ad assumerne gli atteggiamenti… a inseguirne le abitudini… in qualche modo le loro vite, e lei subiva incapace di ribellarsi.
    Provò a liberarsene, a strappare le pagine di quei romanzi, addirittura a bruciarle, ma inutilmente. Quelle compagnie scomode e ingombranti, che limitavano la sua creatività e la sua libertà d’azione, continuarono a farle visita, di tanto in tanto anche fino a sera, catapultandola in una realtà parallela, ostaggio delle loro manie.
    Spostò lo sguardo verso il mare e le sembrò di stare meglio. Una luce flebile accompagnata da una sensazione di pace si fece spazio in lei, ma si dissolse in un attimo e tutto tornò lontano come la montagna, come quelle vette che si lasciavano carezzare dallo sguardo.
    Il largo sentiero sterrato, che saliva dal paese poco più a valle, era deserto. Le si presentò come un fermo immagine privo di movimenti, di suoni, e le sembrò di essere finita fuori dal tempo.
    Sentì che faticava a respirare e cominciò a sudare. Così, forse nel tentativo di evadere da quello stato ansioso, la sua mente la portò su una spiaggia. La giornata era velata, poco luminosa e un vento gelido le si infilava sotto la maglietta salendole su, su, lungo tutta la schiena. Vide in lontananza due cavalli bianchi. All'improvviso uno dei due nitrì come a richiamare l’altro, ed entrambi partirono al galoppo. I loro corpi parevano dotati di una grazia nascosta e solcarono l’aria con un movimento fluido, come fossero dentro il sogno.
    Avanzavano verso di lei, che restò immobile a guardarli, incapace di muoversi. Galoppavano, testa e collo di ognuno allo stesso ritmo, galoppavano allineati. Un attimo dopo gli zoccoli toccarono la sabbia. Adesso erano vicini, così vicini, che poteva vedere bene le froge pulsare affannate, il sudore lucido sulle groppe. Ma… a un certo punto, uno dei due tornò indietro e svanì. L’altro si fermò, come in attesa.
    “Sergio, Sergio, dove sei? - Si lamentò a voce alta rabbrividendo. - Perché non sei qua con me?”
    Doveva chiamarlo, sentirlo almeno al telefono. Prese il cellulare e compose il numero di casa. Gli squilli risuonarono a vuoto, dall’altra parte nessuno rispose.
    In quel mentre fu chiamata per la prima visita medica.

***

    Qualche giorno dopo il suo arrivo, uno degli ospiti le parlò di un boschetto non lontano, all’incirca a un chilometro dalla Villa. Prese a farvi lunghe passeggiate, si inoltrava tra i sentieri e di tanto in tanto incontrava qualche piccolo scoiattolo che, appena la vedeva, s’arrampicava rapido sul tronco di un albero. In quel boschetto, di pini marittimi e alti cespugli di ginestre e rododendri e un mutare continuo di umori e colori, ritrovava ossigeno per il suo corpo stanco, e un po’ dell’energia di un tempo. Era una natura incontaminata che, per brevi momenti, l’aiutava a ritrovare anche un po’ se stessa.
    Trascorsero ancora dei giorni, qualche mese addirittura, ma Serena non stava meglio. Il più delle volte era una lotta continua contro quegli stati di doppia personalità.
    Eppure il medico l’aveva rassicurata, non era affetta da alcuna patologia preoccupante. Le parlava di un mondo che si era creata per sfuggire a qualcosa e, prima o poi, ne sarebbe uscita da sola. Ma a volte, lei si stancava di lottare, precipitava in un buco nero e finiva per sentirsi piccola, piccola, poco più grande di un guscio di tartaruga. Sì, come un guscio capovolto e sperduto in mezzo al mare. Vedeva Sergio salutarla dalla riva e la corrente portarla via… allora provava a tornare indietro, cercava di contrastarla con tutte le sue forze… quella corrente, ma il flusso impetuoso la trascinava via… via, sempre più lontano. Sergio, la terra ferma, si facevano grandi come un punto sulla carta geografica, poi più niente. Solo acqua, tanta acqua tutto attorno.
    Quelli era i momenti di maggiore spaesamento, di forti mal di testa che la lasciavano esausta, con attacchi di ansia e crisi di pianto.
    Gli episodi dissociativi continuarono a importunarla, forse con minore intensità di prima o fu solo una sua impressione. C’è da dire, però che, in certe ore della giornata, l’idea del volto di Sergio cominciava a portarle un po' di conforto e serenità, anche se ogni nuovo giorno, passato lontano da lui, era sofferenza e smarrimento, e spesso la notte si svegliava e guardava il soffitto per ore, o si girava nel letto senza riuscire a riprendere sonno.
    Un mattino, durante la solita passeggiata, le parve di averlo vicino. Lui era lì, lo sentiva respirare. Era dietro di lei, ne era certa, ma non trovò il coraggio di chiamarlo. Poi in mezzo ai suoni del vento le arrivò l’eco della sua voce, e lei d’istinto si voltò. Ma non lo vide, non c’era. Turbata e delusa si soffermò a ricordare i tratti del suo volto, il sorriso, il colore degli occhi, ma notò che certi particolari le sfuggivano. Continuò a cercare, e trovò solo un vuoto dentro, profondo come quello di un pozzo di cui non vedi il fondo.

***

    Una domenica pomeriggio sua figlia Simona le portò un romanzo da leggere. L’aveva trovato in casa su un ripiano della libreria. Era un libro appartenuto a Sergio che Serena aveva dimenticato proprio lì, su quello scaffale e le bastò un attimo per ricordare, e riconoscerne la copertina, perché l’aveva regalato lei stessa al marito.
    Le fece piacere averlo con sé, pensò che sfogliare quelle pagine, sentirne gli odori, sarebbe stato un po’ come, ritrovare il piacere di certi silenzi condivisi, risentirne i respiri, sfiorare le impronte lasciate sulla carta. Passò le sue mani sulla copertina liscia più volte, ma non riuscì ad aprire il libro. Certi ricordi erano ancora tutti lì, dentro di lei, come fantasmi pronti a pugnalarla alle spalle. Di loro portava già troppe ferite che sanguinavano in silenzio, molto meglio non provasse a risvegliarli.
    Tenne le considerazioni per sé e rientrando in camera appoggiò il romanzo sullo scrittoio, avrebbe provato a leggerlo più avanti, quando si fosse sentita pronta. La giornata, e riavere il libro in particolare, l’avevano provata. Si sedette sulla poltrona azzurra che aveva avvicinato alla finestra e in breve si appisolò.
    Quando fu risvegliata per la cena, la sera era già scesa da un pezzo. Il silenzio della stanza le risuonò attorno come la dissonanza di una canzone nostalgica, che l’attirava verso ombre lontane; un gusto di mandorle amare le salì in bocca. Guardò oltre la finestra in cerca di una visione confortante, ma il buio aveva indossato il suo vestito più cupo. Rabbrividendo, scese per la cena.
    Passarono ancora alcuni giorni. Il libro era ancora sullo scrittoio, nella stessa posizione della prima sera, Serena non l’aveva più toccato e lo evitava di proposito. Poi una mattina, appena risvegliatasi dopo aver sognato suo marito, trovò il coraggio di riprenderlo in mano. Con timore ancora, ne sfogliò lentamente alcune pagine e fu allora che trovò il biglietto, un biglietto ripiegato. Lo aprì incuriosita e, quando ne riconobbe la calligrafia, le sue mani presero a tremare. Cercò la poltrona per sedersi, assalita da un improvviso mancamento.
    “Mia cara - scriveva suo marito - so di non avere più molto tempo.” Gli occhi le si inumidirono, ma cercò di reprimere l’emozione e seguitò a leggere:
    “Mesi? Forse solo poche settimane, ma me ne vado sereno. Mi hai regalato momenti indimenticabili. Sei stata la cosa più bella che potesse capitarmi…”
    Si alzò a prendere un fazzoletto dal cassetto per asciugarsi il viso rigato dalle lacrime, poi tornò alla poltrona e riprese a leggere:
    “Ti scrivo perché non voglio che la mia scomparsa ti faccia alzare un muro attorno e ti porti a isolarti dagli altri. Devi continuare a vivere! Devi farlo per me, perché attraverso te continuerò a vivere anch’io.”
    Non riuscì a proseguire, sentì formarsi un nodo in gola, poggiò il foglio sullo scrittoio e andò in cerca di una giacca per scendere in giardino.
    Aveva bisogno di aria.
    Si era sforzata di impedire a Sergio di morire per tenerlo con sé, ne aveva negato il fatto, nella speranza di poterlo riportare indietro, si era chiusa in un altro mondo, ma lui era morto, e ora era il momento di lasciarlo andare.
    Si diresse verso la fontana in pietra, situata in mezzo al grande giardino davanti alla Villa, per sedersi sulla panchina in ferro lì vicino. Gli altri ospiti erano nelle loro camere e c’era attorno un’aria ferma, quieta, la pioggia del giorno prima aveva smesso di cadere, ma la temperatura era scesa di qualche grado.
    Raggiunse la sottile linea del mare con lo sguardo. Il tramonto si stava compiendo sulla lunga distesa azzurra. Una miriade di pennellate in cielo, rosse, arancio, gialle, stavano virando verso il rosa, sfaldandosi sarebbero presto state assorbite dal blu della sera. Una nota positiva le risuonò in petto, e poco dopo, un po’ più serena, ritrovò la forza di rientrare in camera.
    Quel giorno finì così e per la prima volta dopo del tempo, andò a letto con la sensazione di essersi liberata delle sue compagnie ingombranti.
    Sognò Sergio che le diceva:
    “Sappi che io non ti lascerò mai veramente. Non mi vedrai, ma ogni volta che mi chiamerai io verrò a trovarti, sarò sempre vicino a te.”
    Si risvegliò con quel ricordo e si sentì di buon umore.
    Trascorsero ancora dei giorni, e dopo di allora qualcosa cambiò. I suoi personaggi scomodi a volte si ripresentavano, ma sempre con visite brevi e prese a sperare che rientrassero presto tra le pagine dei suoi libri. I sogni iniziarono a portarle una vaga sensazione: Sergio, benché non lo vedesse, era lì con lei. A volte lo sentiva nella stanza, altre sdraiato sul letto con il suo tepore sul petto, il respiro lento e tranquillo.
    Una mattina, ripensando a tutto questo, le venne da fare una considerazione: Incredibile, passi giorni, mesi, anni, accanto a qualcuno e mai pensi alla sofferenza che può darti la sua mancanza. Non gli parli del bisogno che hai di lui, di quanto sia importante per te, dai tutto per scontato.
    Se ne andarono ancora alcune settimane, tutto sommato abbastanza tranquille, poi un lunedì…
    Uscì presto quella mattina, il cielo era terso, pareva aver assunto la trasparenza dell’acqua, ma la temperatura, scesa di brutto, aveva reso l’aria molto fredda e fuori non incontrò nessuno. Con il suo cappotto di panno verde petrolio, il cappello e i guanti di lana neri si avventurò verso il sentiero che scendeva fino al paese. Cercò un taxi e all’autista chiese di essere portata a un certo indirizzo.
    L’auto, appena fuori dall’abitato, superò un paio di tornanti, poi prese un lungo rettilineo costeggiando filari di vigne dai toni rossastri e bruniti, in parte già spogli. Lo spettacolo della natura e quei colori trasmisero a Serena un senso di pace, ma davanti all’aspetto desolato delle vigne si sentì pervasa da un velo di tristezza.
    Dopo una decina di minuti il tassista fermò l’auto davanti a un’alta cancellata in ferro. Aspettò che la donna scendesse, poi si accese una sigaretta.

***

    Al cimitero che dava sulla strada si accedeva da una stradina laterale. Serena si addentrò in quella grande oasi silenziosa dove regnava la pace dell’eterno. Alti cipressi costeggiavano la via centrale e sentì un forte odore di crisantemi.
    Percorse alcune stradine laterali sterrate oltrepassando tombe di marmo bianco e di granito nero, alcune sormontate da statue di figure angeliche, veri e propri monumenti funebri maestosi ed eleganti.
    Quando arrivò davanti a una lapide, in marmo con una piccola croce a lato, ne accarezzò con una mano la foto e disse semplicemente:
    “Ciao amore, mi hai chiamato?”
    “Finalmente ho trovato la strada. Lo so è la prima volta che torno dopo il funerale. Ho avuto bisogno di tempo. Mi ero persa, convinta che negando la tua morte…”
    Sentì un nodo in gola, cercò di deglutire, poi riprese:
    “Non avrei dovuto farlo, solo ora mi accorgo. Sono stata egoista.
    Poi, ho trovato il tuo biglietto… e ho capito.
    L’avevi lasciato in un romanzo di Wilburn Smith, ricordi? Be’, con quello ho realizzato. Ho capito che dovevo lasciarti andare, non potevo continuare a tenerti così, morto… Sei morto!
    Ho vissuto in un mondo parallelo per non soffrire e questo mi ha allontanato da te… o sei tu che ti stai allontanando da me?... Non ci capisco più niente, perché quando cerco di ricordare qualche particolare di te, ti trovo sempre meno. È come se la tua immagine si facesse sempre più confusa e se ne stesse andando pian piano dalla mia mente, e questo mi ha fatto… mi sta facendo paura, non voglio che accada.
    Ho ancora il cuore a pezzi, ma non fuggirò più, te lo prometto.”
    Guardò l’orologio, doveva andare. Si avvicinò alla foto sorridente del marito e gli diede un bacio, poi si asciugò le lacrime e si incamminò verso l’uscita.
    “Da sola ritroverà la via, le aveva detto lo psicoterapeuta.” Ma senza l’aiuto di Sergio - pensò - chissà se ci sarei riuscita.
    Quando tornò a Villa Belvedere, chiese di parlare con il suo dottore. Era pronta a tornare a casa. Adesso era certa, i suoi personaggi scomodi l’avrebbero lasciata in pace.
    Sarebbe andato tutto meglio. Sentiva che sarebbe stato così.
    Con il tempo il dolore, per l’assenza del marito, si attenuò, ma non scomparve, cambiò solo forma. Da profondo, prepotente, assoluto, come una tenaglia che le stringeva il cuore, si fece una sorta di compagno malinconico, paziente e accomodante, e Serena lentamente riprese a vivere. Nei giorni in cui era particolarmente triste e vedeva il mondo girarle attorno irraggiungibile e lontano, saliva al cimitero, riferiva a Sergio i suoi pensieri, e gli parlava delle sue giornate.

Stefania Pellegrini ©