“… Ovunque andasse vedeva i suoi occhi / parlarle d’amore – profondi – intensi, / il volto tatuato nel sole, / nelle figure delle nubi in cielo…” Dalla raccolta “ITACA NEL CUORE” – Poesie dell’autrice.
"C'è qualcosa di affascinante, d'intrigante sulla scrittura delle prime parole di una storia. Non sai mai dire con precisione dove ti porterà. A me ha portato qua... in questo blog, dove ogni storia, piccola o grande, trova spazio per raccontarsi." - Stefania Pellegrini
Stefania Pellegrini ©
Ispirato da una storia vera
BUONA LETTURA
L’ampia stanza è piena di gente, la festa è appena iniziata. Una sala da ballo si direbbe con festoni appesi alle pareti tra cui grossi fiocchi e fiori in carta crespa colorata. I tavolini e le sedie sono allineanti lungo la parete a destra per lasciare uno spazio libero al centro per chi desideri ballare.
Sul fondo, al centro, è disposto un gruppo composto da tre musicisti con chitarre e pianola. La cantante, una moretta carina, sta intonando una canzone.
Vera entra per mano a Vito con il passo lento, leggermente dondolante, incerto. Tiene lo sguardo leggermente abbassato, i suoi capelli sono grigi, lisci, ravviati alla bene meglio.
Si aggiusta gli occhiali di metallo in un gesto di imbarazzo, e si appoggia alla mano di Vito che la sta guidando verso due sedie ancora libere. Quel clima di allegria che si rincorre nella sala, la stordisce, le fa provare una sensazione di disagio. Cerca di ignorarlo dicendosi che non ha motivo di farsi suggestionare dall’ambiente. Accanto ha Vito.
Di riflesso a quel pensiero, volge lo sguardo verso il compagno. Pensa alla sua anima gentile, alla sua capacità di accogliere i suoi capricci e scatti di insoddisfazione sempre con pazienza, pronto ad assecondarla con i gesti che un cavaliere di altri tempi rivolgerebbe alla sua dama. A lei piace questa sua premura rispettosa, sembra dirle che di lui può fidarsi.
Vito si alza, le solleva dolcemente la mano e la guida lentamente verso il centro della stanza dove qualcuno sta già ballando.
È sempre ben vestito, anche oggi indossa pantaloni lunghi di gabardine beige e una polo di colore abbinata. Ha uno sguardo dolce, paziente, ancora piacevole con i capelli brizzolati pepe e sale leggermente mossi, i baffi e occhi vispi.
Il suono degli strumenti riempie la sala, al centro la coppia dondola lenta. Vera è goffa, pare un po' frastornata tra le braccia del suo compagno che la guida con garbo e dimostra le capacità di un esperto ballerino. Non sa dirsi perché abbia accettato l'invito, con lo sguardo smarrito segue un punto lontano, ma dopo tutto non le dispiace di essere lì in mezzo anche se si accorge di non avere più la leggerezza e la disinvoltura di un tempo.
Un tempo. Ecco... se c'è stato. C'è stato, ma sarà stato quasi mezzo secolo prima, si dice.
Dentro di sé c'è ancora quella Vera, ma ne è passata tanta acqua tra gli argini dalla donna allegra e piacevole che probabilmente è stata.
Vera continua a muoversi al ritmo della musica, la giovane cantante sta intonando Yesterday dei Beatles, Vito la cinge per la vita con delicatezza e sente che le gira un po’ la testa. Stranamente quella ballata lenta non le procura malinconia, ma accende qualcosa dentro di lei che le suggerisce di lasciarsi andare, di abbandonarsi al ritmo delle note e scopre siano movimenti che le procurano benessere perché vanno a mitigare il suo bisogno di attenzioni, e di vicinanza.
Spesso è spaventata da quei malesseri che la fanno sentire un oggetto inutile, abbandonato al degrado dei giorni e quando capita se la prende con la figlia con pensieri mai positivi.
Se almeno la vedessi anche solo qualche volta... invece, quella là è senza cuore e chissà dov’è andata. Ma quando si farà viva gliene dico quattro. Se ne frega di me. Deve sapere come la penso.
Per fortuna ha le braccia di Vito, come adesso, e la sua presenza, a scacciare i tarli molesti, e trova quel senso di pace, che non sa spiegarsi da dove arrivi, ma è come un giglio spuntato da sotto la neve ghiacciata, sempre inatteso.
Torna a sedersi, il suo volto è come trasognato, alza lo sguardo verso di lui, e le sorride aprendo leggermente quelle sue labbra così abituate a restare contratte. Nei suoi occhi si è accesa una strana luce viva, probabilmente da un fiorire di tiepida gratitudine.
Ad un certo punto, in un angolo della sala si crea un po’ di movimento da un avvicendamento di persone, presto sarà tempo di intervallo per i musicisti e della merenda per tutti.
Su alcuni tavoli posti al fondo sono apparse teglie di torte e tranci di pizza, la musica si è già interrotta, e qualcuno si alza, qualcun altro prende a parlare animatamente.
In quel preciso istante, una giovane donna, apparsa sulla porta, guarda in giro come se cercasse qualcuno, poi decisa va verso di loro.
“Che ci fai qui? Dove sei stata per tutto questo tempo?” Esordisce con tono brusco e risentito Vera.
“Ciao mamma, ci siamo viste appena due giorni fa. Ti ricordi?” Aggiunge sorpresa la giovane. “Lo sai che lavoro e non posso passare tutti i giorni. Come stai oggi?”
Vera si riprende subito, e risponde con lo stesso tono:
“Bene, bene. Come vuoi che stia?”
Una donna dello staff nota la nuova arrivata e si avvicina per salutarla, in mano tiene un bicchiere di plastica con una bibita che porge a Vera e Vito.
“Allora, che ve ne pare non è una bella festa?”
“Sì – risponde Vera, accennando un tiepido sorriso – dovreste organizzarle più spesso.” Tanto basta per farle tornare il sereno sul volto. Si volge ancora verso la figlia, e aggiunge con voce giuliva:
“Mi sto proprio divertendo.”
Vera continua a parlare mentre Vito dal canto suo è rimasto in silenzio e in disparte. Sta provando un po’ di disagio per la situazione, e ha lasciato la mano della compagna facendo un passo indietro. Ora vorrebbe tanto essere da un’altra parte, allontanarsi, ma per educazione resta lì come un allocco.
Quando, dopo qualche minuto, la donna si accorge di non averlo più accanto, con fare leggero, dice alla figlia:
“Oh, ma che sbadata. Non vi ho presentati, sono proprio maleducata”. E volgendosi verso di lui aggiunge sorridendo:” Questo è Vito.”
“Ma sì mamma - aggiunge la figlia – tranquilla, me l’hai già presentato.”
Prima che un susseguirsi di giorni scanditi dalle stesse ripetizioni non l’avessero avvolta in un velo di profonda solitudine, Vera credeva di ricordare quasi tutto, ma ora non ne più tanto sicura.
Forse Vito ha ancora una moglie, ma con lei lui è accorto, affettuoso, e le dà la compagnia di cui ha bisogno, che importanza può avere allora il resto, lui non ne parla e lei quella donna non l’ha mai vista.
La loro frequentazione non è nata tanto da una specie di attrazione, ma più per un'abitudine, consolidata tra loro, di condivisione. Il tempo di Vera e Vito non è più fatto di iniziative e di domande o aspettative, entrambi hanno bisogno di una quotidianità gestita da altri che non crei conflitti o dubbi e soprattutto di abitudini per poter trovare la sicurezza dietro cui ripararsi, e proteggersi da ciò che appare loro sconosciuto e faccia paura.
Se non c'è più percezione del prima si può parlare solo di tempo sfumato ed è quindi un tempo fuori controllo il loro, che in qualche modo li ha sconfitti, eppure entrambi sono riusciti a trovare una loro dimensione dove le emozioni continueranno a esistere perché i loro cuori, per suonare la stessa nota, non hanno bisogno di tempo, né di memoria.
Inedito 2026
Stefania Pellegrini©
TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALL'AUTRICE©
Buona lettura
Buona lettura
Anna e Serena vivevano a Genova, si
muovevano disinvolte sulle scogliere o tra le acque del mare, ma molto meno
lungo i sentieri di montagna.
L’idea dell’escursione era nata alla loro
amica Giovanna che le stava ospitando a Chatillon per una breve vacanza, e
voleva far conoscere loro le bellezze del luogo. Il Castello di Ussel lo
vedevano tutti i giorni sul promontorio scosceso che domina dall’alto
Chatillon, e curiose di visitarlo avevano manifestato il desiderio di ammirarlo
da vicino, tanto più che l’amica aveva parlato di una gradevole passeggiata.
L’intenzione era di raggiungerlo
approfittando del percorso pedonale per godere della vista sulla piana
sottostante. Giovanna ne aveva parlato come un’escursione con poco dislivello.
Dopo aver affrontato la prima salita ripida, il resto del percorso sarebbe
stato pianeggiante o in leggera discesa. Solitamente il Castello era chiuso
alle visite ma, le aveva spiegato l'amica, girando attorno ai due lati
accessibili, se non altro, potevano apprezzare la sua struttura compatta, con
le due torrette cilindriche sul lato d’ingresso a sud, e vedere una delle tre
torri quadrangolari sul lato nord. Da lì si sarebbero potute soffermare
sull’ampio spiazzo erboso adiacente per osservare il panorama del fondo valle e
sostare per il picnic.
Quel giorno di luglio l’aria calda
condensava qualche nuvola che si raggruppava qua e là in nembostrati, per cui
Giovanna, interpretandole come passeggeri in lento dissolvimento, organizzò la
gita.
Prepararono gli zainetti con borracce
d’acqua, qualche panino per il pranzo e al mattino verso le 8:30 raggiunsero la
stazione di Chatillon con la macchina. Da lì avrebbero imboccato a piedi la
strada che porta a Pontey dove, appena a sinistra dopo l’attraversamento del
ponte sulla Dora Baltea, avrebbero preso la mulattiera che porta fino alla
frazione di Ussel.
Euforiche per l’escursione, la prima da
quando erano giunte in Valle d’Aosta, Anna e Serena imboccarono il selciato in
pietra della mulattiera, leggermente in salita, parlando e scherzando
allegramente con l’amica.
Nei pressi di un piccolo ponticello dove
il percorso si restringe e la vegetazione, costituita da alberi, dirada
lievemente lasciando spazio a scorci interessanti sul borgo di Chatillon e la
sottostante Dora Baltea, il loro fiato cominciò a fare qualche capriccio e
rallentarono il passo, soffermandosi ad ammirare il paesaggio attorno. Erano
circondate da un’aria tranquilla, il sole coperto a tratti dalle nuvole rendeva
il caldo piacevole. Il silenzio della natura, apparentemente appisolata, era
interrotto solo da qualche uccellino appollaiato sulle fronde di alberi vicini
che, di tanto in tanto, lanciava richiami canori.
Ad un certo punto, con un paio di svolte
decise guadagnarono quota e, proseguendo in fila indiana tra una vegetazione
rigogliosa, si ritrovarono su un sentiero sterrato. Fu allora che le due
ragazze richiamarono l’attenzione dell’amica per fermarsi a bere dalla
borraccia, e soprattutto per riprendere fiato. Sentivano il cuore in gola e
avevano le magliette sudate.
Intanto
in quel lasso di tempo si era alzato un leggero vento che muoveva la
vegetazione, le foglie degli alberi e in cielo, salendo da dietro le montagne,
si stavano formando agglomerati di nubi sempre più compresse, dei cumulonembi
dalla forma imponente e scura alla base.
Stavano camminando da una ventina di
minuti quando cominciarono a sentire le prime gocce, e videro l’aria minacciosa
del cielo grigio, scuro come graffite. Ma Giovanna rassicurò fiduciosa le
amiche. Quattro, cinque minuti al massimo ed avrebbero raggiunto Ussel. Il
Castello era vicino, c’era solo da percorrere un viottolo in pietra leggermente
in salita. Ed aggiunse: “Sono solo quattro passi.”
Però, sappiamo bene cosa può accadere nei
climi montani. Dopo le prime gocce di avvertimento, la pioggia prese a scendere
a scrosci. Le ragazze vi si trovarono in mezzo, senza la possibilità di
ripararsi ed il passaggio dall’acqua alla grandine fu immediato, repentino.
Sassolini freddi e grandi come piselli cominciarono a cadere e a rimbalzare sul
terreno, sulla vegetazione, provocando inizialmente un forte crepitio, poi un
rumore di colpi secchi e ritmati.
Nel giro di pochi secondi, vestite con
corti pantaloncini e magliette sportive sbracciate, si ritrovarono zuppe
d’acqua, investite da una scarica gelida, violenta, che non risparmiò nessuna
parte del loro corpo. Giovanna non riuscì neanche a prendere il K-Way nello
zaino tanto l’evento fu rapido.
La grandine colpiva, rimbalzava sulle loro
gambe e provocava dolore e rossore sulla pelle. Anna e Serena non si erano mai
trovate in una situazione simile e presero a lamentarsi per gli arti freddi e
doloranti.
Accelerarono il passo, cercando di
ripararsi la testa come potevano. Giovanna davanti, le altre dietro. Il terreno
era diventato fanghiglia. Avevano i polpacci e le ginocchia graffiate, ed erano
sfinite. Intanto Giovanna cercava di rincuorare le amiche e le esortava a tener
duro. Non mancava più molto, Ussel era poco sopra.
La temperatura era scesa di qualche grado,
si era fatto freddo attorno ed un forte vento ostacolava la loro salita.
Cominciarono ad aver paura di non farcela, cinquecento metri sembravano
un'eternità. Erano spaventate ed attraversate da forti brividi di freddo.
Allora, con il corpo piegato in avanti, lo sguardo rivolto in basso, i capelli
corti zuppi, si misero a correre. Scivolavano, si rialzavano e riprendevano a
correre, finché… finché abbandonato il sentiero trafelate, giunsero in vista
dei caseggiati, e poterono riprendere fiato.
Il Castello dall’aspetto tetro, era alla
loro sinistra, l’acqua correva sull’asfalto della strada deserta come un
ruscelletto in piena, trascinando foglie, aghi di abete, terriccio.
Non grandinava più, ed era calato un po'
il vento, ma una pioggia fitta ed insistente continuava a scendere dal cielo
completamente nero.
Pensarono di andare alla ricerca di un
bar, un luogo dove poter trovare rifugio. Bisognava aspettare, diceva Giovanna.
Il temporale si sarebbe presto spostato.
Fu allora che udirono una voce femminile.
Era di un’anziana affacciatasi sull’uscio di una casetta in pietra, con ciotole
di gerani rossi alle finestre.
“Ragazze, non smetterà in fretta, venite
in casa. Siete tutte bagnate, ed immagino abbiate freddo. Entrate – La sua voce
vibrava come corde di violino – vi asciugate e se avete un cambio potete
togliervi quella roba bagnata e sporca. Venite! Vi preparo qualcosa di
caldo.”
“Lei è gentile, grazie – aggiunse con tono
riconoscente Giovanna – siamo un po’ stravolte, approfittiamo volentieri.
Volevamo vedere il Castello e proseguire per il Ponte delle Capre, ma adesso
non so più.”
La donna si muoveva rapida, probabilmente
oltre gli ottanta. Minuta, capelli bianchi corti, un po’ arruffati, occhi
piccoli vivaci, ricordava un folletto. Le fece accomodare in cucina, una ampia
stanza con la stufa a legna e due larghe finestre che davano sul Castello.
Mise dell’acqua sul fuoco per una tisana e
prese a dire:
“A… A proposito del Castello. C’è una
storia, avvenuta tanti anni fa, la conoscete?” E, senza aspettare risposta, aggiunse
con occhi che si accendevano di nuova luce:
“Ve la racconto io”.
“In un tempo lontano, io non lo ricordo,
ero piccolina, nella frazione viveva una giovane. Avrà avuto circa venti anni,
più o meno la vostra età, quando la madre si suicidò gettandosi dalla rupe del
Castello.
La
nonna mi ha raccontato che aveva capelli mori, snella, simpatica. Carina, sì...
insomma, credo un tipo come voi. La perdita inaspettata lasciò la ragazza
affranta dal dolore, e con il senso di colpa per non essere riuscita a fermare
la madre.
Trascorsero un paio di mesi. Poi la
giovane cominciò ad udire voci, che pare sentisse solo lei.
Dolci, non cattive, ma insistenti.
Le sussurravano parole, la chiamavano.
Senza sapere come, ogni notte si ritrovava
sullo spiazzo erboso del Castello.
La vecchietta si alzò dalla sedia. Versò
la tisana nelle tazze e riprese a dire:
Un
giorno trovò il coraggio di raccontarlo ad un’amica. E disse che quando era là
vedeva figure angeliche che ballavano e cantavano.
Le descrisse come bellissime, con lunghe
vesti bianche e capelli biondi sciolti fino alla vita. E raccontò che in mezzo
a loro vedeva il volto della madre… avvolto da un velo trasparente che
sorrideva e poi la salutava, e cercava di rassicurarla e le diceva che stava
bene.
Lilli era una lontana cugina di mia madre
e, lei che la conosceva bene, mi ha detto che non era una visionaria, ma gli
altri purtroppo, tutti nella frazione, quando cominciò a circolare la sua
storia, dissero che si era sognando tutto, e poi che aveva perso il lume della
ragione.
Così quando un giorno di ottobre Lilli
parlò ai paesani di un fatto che avrebbe presto colpito Ussel e portato morte e
dolore, tutti ci scherzarono sopra e risero.
Provò in vari modi a metterli in guardia,
come le aveva suggerito la madre, ma nessuno la prese sul serio. Per tutti
diventò: “la pazza”, pure i bambini la canzonavano.
Così
un giorno sparì.”
La vecchietta si fece silenziosa, pareva
assorta. Sollevò la tazza della tisana tra le mani e prese a sorseggiare il
liquido tiepido. In quel mentre, un gattino bianco e nero entrò nella stanza
miagolando.
“Volete sapere come andò? - Riprese la
donna sorridendo ed accarezzando il gattino che faceva le fusa.
“Andò che dopo una settimana circa,
qualcuno si ammalò. Cominciò con strane febbri che andavano, venivano. Vomito…
diarrea, che il dottore curò come influenza. Ma dovete sapere che le persone
non guarivano e l’epidemia si allargava.
Alla fine la causa era nell’acqua. Era
inquinata, forse da un animale morto. Ma ci misero un po’ a scoprirlo. Intanto
i più fragili, diversi anziani, morivano.”
“E a quel punto?” – Chiese Serena –
“Le male lingue si misero in moto.
Dovevano dare la colpa a qualcuno… si sa come vanno le cose a volte nei paesi e
qualcuno sparse la voce che era la vendetta di Lilli.
Era stata lei ad avvelenare l’acqua.” –
precisò l’anziana e, rivolgendo lo sguardo fuori, aggiunse:
“Ragazze sta tornando il sole, non piove
più. Potete riprendere la vostra escursione. Il percorso per il Ponte delle
Capre dovrebbe essere piacevole, un tratto è addirittura in discesa.”
“Si è mai saputo che ne è stato di Lilli?”
– Chiese allora Anna.
“No. Qualcuno, all’epoca, pensò fosse
caduta in qualche burrone, qualcun altro disse di averla vista aggirarsi nei
boschi. Ma in verità nessuno la vide più.”
La tre ragazze uscirono da quella casa in
silenzio. Il cielo era tornato limpido, di un blu profondo che pareva un
dipinto di Van Gogh.
Anna e Serena avevano lo sguardo
perplesso, Giovanna invece appariva tranquilla, ed appena si furono allontanate
esordì dicendo:
“Non avrete creduto a quella storia?
Capisco che vi sia apparsa affascinante e costellata di magia, ma proprio per
questo non è affidabile.”
“Dici?” Aggiunse Anna sollevando le
ciglia.
“Ma non può essersi inventata tutto.”
Ribatté Serena.
” Da queste parti ogni anziano ha una
storia, una leggenda come questa da raccontare. Magari l’epidemia c’è stata ed
è esistita anche quella Lilli… ma sul resto ho qualche dubbio.”
Concluse
Giovanna alzando le spalle mentre conduceva le amiche verso il Castello.
Ma
Serena replicò:
“Comunque non la si può sminuire. La
vecchietta le ha solo dato la sua interpretazione. Leggenda o non leggenda, è
pur sempre una storia. Un viaggio nel mondo di Lilli e della sua mamma che, in
qualche modo, lei ha fatto rivivere. E pensate, se non c'era la grandine non
avremmo mai incontrato la vecchietta. Per me è stato bello.”
“Anche per me.- Aggiunse
Anna.
“Sapete, – proseguì seria in volto - in un
modo o in un altro, mi piacerebbe non essere dimenticata.”
“Ma va là, – disse Giovanna dandole una
pacca sulle spalle – a cosa vai a pensare. Noi non moriremo.” Ed esplose in una
sonora risata.
Stefania Pellegrini ©
(racconto pubblicato sulla raccolta: "Chatillon si racconta" ed. 2)