venerdì 20 marzo 2026

Il ballo di Vera e Vito

 


Ispirato da una storia vera

BUONA LETTURA

L’ampia stanza è piena di gente, la festa è appena iniziata. Una sala da ballo si direbbe con festoni appesi alle pareti tra cui grossi fiocchi e fiori in carta crespa colorata. I tavolini e le sedie sono allineanti lungo la parete a destra per lasciare uno spazio libero al centro per chi desideri ballare.

Sul fondo, al centro, è disposto un gruppo composto da tre musicisti con chitarre e pianola. La cantante, una moretta carina, sta intonando una canzone.

Vera entra per mano a Vito con il passo lento, leggermente dondolante, incerto. Tiene lo sguardo leggermente abbassato, i suoi capelli sono grigi, lisci, ravviati alla bene meglio.

Si aggiusta gli occhiali di metallo in un gesto di imbarazzo, e si appoggia alla mano di Vito che la sta guidando verso due sedie ancora libere. Quel clima di allegria che si rincorre nella sala, la stordisce, le fa provare una sensazione di disagio. Cerca di ignorarlo dicendosi che non ha motivo di farsi suggestionare dall’ambiente. Accanto ha Vito.

Di riflesso a quel pensiero, volge lo sguardo verso il compagno. Pensa alla sua anima gentile, alla sua capacità di accogliere i suoi capricci e scatti di insoddisfazione sempre con pazienza, pronto ad assecondarla con i gesti che un cavaliere di altri tempi rivolgerebbe alla sua dama. A lei piace questa sua premura rispettosa, sembra dirle che di lui può fidarsi.

Vito si alza, le solleva dolcemente la mano e la guida lentamente verso il centro della stanza dove qualcuno sta già ballando.

È sempre ben vestito, anche oggi indossa pantaloni lunghi di gabardine beige e una polo di colore abbinata. Ha uno sguardo dolce, paziente, ancora piacevole con i capelli brizzolati pepe e sale leggermente mossi, i baffi e occhi vispi.

Il suono degli strumenti riempie la sala, al centro la coppia dondola lenta. Vera è goffa, pare un po' frastornata tra le braccia del suo compagno che la guida con garbo e dimostra le capacità di un esperto ballerino. Non sa dirsi perché abbia accettato l'invito, con lo sguardo smarrito segue un punto lontano, ma dopo tutto non le dispiace di essere lì in mezzo anche se si accorge di non avere più la leggerezza e la disinvoltura di un tempo.

Un tempo. Ecco... se c'è stato. C'è stato, ma sarà stato quasi mezzo secolo prima, si dice.

Dentro di sé c'è ancora quella Vera, ma ne è passata tanta acqua tra gli argini dalla donna allegra e piacevole che probabilmente è stata.

Vera continua a muoversi al ritmo della musica, la giovane cantante sta intonando Yesterday dei Beatles, Vito la cinge per la vita con delicatezza e sente che le gira un po’ la testa. Stranamente quella ballata lenta non le procura malinconia, ma accende qualcosa dentro di lei che le suggerisce di lasciarsi andare, di abbandonarsi al ritmo delle note e scopre siano movimenti che le procurano benessere perché vanno a mitigare il suo bisogno di attenzioni, e di vicinanza.

Spesso è spaventata da quei malesseri che la fanno sentire un oggetto inutile, abbandonato al degrado dei giorni e quando capita se la prende con la figlia con pensieri mai positivi.

Se almeno la vedessi anche solo qualche volta... invece, quella là è senza cuore e chissà dov’è andata. Ma quando si farà viva gliene dico quattro. Se ne frega di me. Deve sapere come la penso.

Per fortuna ha le braccia di Vito, come adesso, e la sua presenza, a scacciare i torli molesti, e trova quel senso di pace, che non sa spiegarsi da dove arrivi, ma è come un giglio spuntato da sotto la neve ghiacciata, sempre inatteso.

Torna a sedersi, il suo volto è come trasognato, alza lo sguardo verso di lui, e le sorride aprendo leggermente quelle sue labbra così abituate a restare contratte. Nei suoi occhi si è accesa una strana luce viva, probabilmente da un fiorire di tiepida gratitudine.


Ad un certo punto, in un angolo della sala si crea un po’ di movimento da un avvicendamento di persone, presto sarà tempo di intervallo per i musicisti e della merenda per tutti.

Su alcuni tavoli posti al fondo sono apparse teglie di torte e tranci di pizza, la musica si è già interrotta, e qualcuno si alza, qualcun altro prende a parlare animatamente.

In quel preciso istante, una giovane donna, apparsa sulla porta, guarda in giro come se cercasse qualcuno, poi decisa va verso di loro.

Che ci fai qui? Dove sei stata per tutto questo tempo?” Esordisce con tono brusco e risentito Vera.

Ciao mamma, ci siamo viste appena due giorni fa. Ti ricordi?” Aggiunge sorpresa la giovane. “Lo sai che lavoro e non posso passare tutti i giorni. Come stai oggi?”

Vera si riprende subito, e risponde con lo stesso tono:

Bene, bene. Come vuoi che stia?”

Una donna dello staff nota la nuova arrivata e si avvicina per salutarla, in mano tiene un bicchiere di plastica con una bibita che porge a Vera e Vito.

Allora, che ve ne pare non è una bella festa?”

Sì – risponde Vera, accennando un tiepido sorriso – dovreste organizzarle più spesso.” Tanto basta per farle tornare il sereno sul volto. Si volge ancora verso la figlia, e aggiunge con voce giuliva:

Mi sto proprio divertendo.”

Vera continua a parlare mentre Vito dal canto suo è rimasto in silenzio e in disparte. Sta provando un po’ di disagio per la situazione, e ha lasciato la mano della compagna facendo un passo indietro. Ora vorrebbe tanto essere da un’altra parte, allontanarsi, ma per educazione resta lì come un allocco.

Quando, dopo qualche minuto, la donna si accorge di non averlo più accanto, con fare leggero, dice alla figlia:

Oh, ma che sbadata. Non vi ho presentati, sono proprio maleducata”. E volgendosi verso di lui aggiunge sorridendo:” Questo è Vito.”

Ma sì mamma - aggiunge la figlia – tranquilla, me l’hai già presentato.”


Prima che un susseguirsi di giorni scanditi dalle stesse ripetizioni non l’avessero avvolta in un velo di profonda solitudine, Vera credeva di ricordare quasi tutto, ma ora non ne più tanto sicura.

Forse Vito ha ancora una moglie, ma con lei lui è accorto, affettuoso, e le dà la compagnia di cui ha bisogno, che importanza può avere allora il resto, lui non ne parla e lei quella donna non l’ha mai vista.

La loro frequentazione non è nata tanto da una specie di attrazione, ma più per un'abitudine, consolidata tra loro, di condivisione. Il tempo di Vera e Vito non è più fatto di iniziative e di domande o aspettative, entrambi hanno bisogno di una quotidianità gestita da altri che non crei conflitti o dubbi e soprattutto di abitudini per poter trovare la sicurezza dietro cui ripararsi, e proteggersi da ciò che appare loro sconosciuto e faccia paura.

Se non c'è più percezione del prima si può parlare solo di tempo sfumato ed è quindi un tempo fuori controllo il loro, che in qualche modo li ha sconfitti, eppure entrambi sono riusciti a trovare una loro dimensione dove le emozioni continueranno a esistere perché i loro cuori, per suonare la stessa nota, non hanno bisogno di tempo, né di memoria.

Inedito 2026

Stefania Pellegrini©

TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALL'AUTRICE©


mercoledì 14 gennaio 2026

Uno sbaglio di gioventù

 


Joaquin Sorolla

Buona lettura


    “Volevi vedermi?”

    “Sì, tua nonna Elvira dice che mi è partito il cervello, ma quella là cosa vuoi che capisca, è vecchia. Ho bisogno che tu mi faccia un grosso favore.”
    “Certo, sai che puoi contare sempre su di me.” Rispose Luca.
    “Prima però devo raccontarti una storia accaduta tanti anni fa. È un po’ lunga quindi siediti comodo vicino a me.”
    Prese le mani del nipote tra le sue e proseguì: “Le mie gambe non reggono più e sono costretto su questa sedia a rotelle, ma sai che la testa mi funziona ancora.”
    Il giovane guardò il nonno con tenerezza, i suoi occhi un po' velati e pensò che non aveva motivo di dubitare di lui.
    “Certo nonno, vai avanti - gli rispose sorridendogli con dolcezza - non preoccuparti, ti ascolto volentieri.”
    “Ti ringrazio figliolo è importante per me.”
    “Al tempo di questa storia, ero appena un ragazzino, avrò avuto circa quattordici, quindici anni ed ero un po' vivace. Frequentavo un ragazzo di un paio di anni più grande e spesso insieme a lui mi mettevo nei guai. Niente di così riprovevole, ma spesso trasgredivo le regole che i miei genitori mi ripetevano con qualche scappellotto.
    A scuola, in quel periodo, ero distratto, mi annoiavo e raggiungevo a malapena la sufficienza. Stavo crescendo ed ero in eterno conflitto con me stesso, e ogni volta che dovevo fare una scelta era sempre quella sbagliata. I miei davano la colpa alle cattive compagnie, ma era solo perché non sapevo come usare la testa.
    Erano i primi di giugno, la scuola stava per finire e non avevamo compiti da fare a casa, così passavo i miei pomeriggi in giro con gli amici. Pranzavo e uscivo subito per andare in piazzetta ad aspettarli seduto sugli scalini vicino alla fontana. Eravamo un gruppetto di tre, a volte di quattro ragazzi, più o meno della stessa età. Ascoltavamo musica, o fumavamo qualche sigaretta fregata agli adulti, ma il più delle volte organizzavamo qualcosa.
    Spesso finivamo per sottrarre, per qualche ora, la vespa al fratello più grande di Enzo, il mio più caro amico, ed era sempre uno spasso, qualcosa che ci elettrizzava, anche perché sapevamo che i grandi non volevano. Pochi ancora potevano permettersi quel mezzo per noi proibito ed entrarne in possesso ci faceva sentire adulti. 
    Enzo sapeva come mettere in moto quella vespa rossa fiammante, quindi era un gioco da bambini prendercela, girare la chiave, avviare e via. Dopo una mezz’ora, a volte un’ora, rimettevamo la vespa al suo posto e ci andava sempre bene perché nessuno, ma soprattutto il fratello, ci beccava mai.
    Ci salivamo anche in tre e correvamo a tutto gas per i viottoli dei campi o tra i sentieri di ghiaia e terra. Le gambe penzoloni, i capelli liberi al vento, l’aria che ci veniva incontro in pieno viso, le grida… era divertente impennare il mezzo, ancora più spassoso se qualcuno cadeva a terra. Ridevamo fino quasi a farci venire le lacrime agli occhi. Ci sentivamo padroni del mondo e invincibili.
    Possedere una vespa a quell’età, la fine degli anni cinquanta, era il sogno di ogni ragazzo, ma i nostri genitori non potevano permetterselo e la scusa che sentivamo più spesso era: “C’è la bicicletta del nonno dietro il fienile, se vuoi prendi quella, con quei cosi potresti farti male e poi non hai l’età.”
    Quel giorno all'appuntamento in piazzetta arrivò solo Enzo. Gli altri, avevano preferito andare al fiume e non ci avevano aspettato.
    Faceva caldo e c’era afa. Sotto il sole pareva stare come sopra a un girarrosto. I nostri genitori erano tornati nei campi per i fieni, e noi eravamo riusciti a svignarcela con la scusa dei compiti. Purtroppo per prelevare la vespa, senza essere beccati, dovevamo aspettare ancora una buona mezz’ora perché erano appena le due del pomeriggio.
    A quei tempi non sapevamo neanche cosa fossero i cellulari, né tanto meno il telefono fisso nelle case. Per ascoltare un po’ di musica dovevamo usare una radiolina a pile, ma quel giorno non avevamo neanche quella. Ragazzine in giro non ne vedevamo e ci annoiavamo.
    Enzo tirò fuori due sigarette del fratello e ci mettemmo a fumare mentre ci allontanavamo dalla piazzetta per imboccare il sentiero che all’epoca andava verso campi coltivati. 
    In giro non incontrammo nessuno, faceva troppo caldo.
  Poco prima di lasciare il paese, un po’ isolato, c’era un muretto a secco basso che divideva due proprietà e dove ci piaceva sederci perché era lontano dallo sguardo critico degli adulti. Quel giorno lo raggiungemmo per chiacchierare della nostra estate che avremmo trascorso separati.
    Enzo sarebbe salito agli alpeggi con la famiglia, mentre i miei mi avrebbero mandato al sud a trascorrere le vacanze al mare dai parenti e mi aspettava un’estate in barca a pescare con nonno Annibale. Per qualche mese non ci saremmo visti ed eravamo abbastanza contrariati per questo, ma purtroppo a quell’età sono gli altri a decidere e noi potevamo solo ubbidire.
    Dicevo prima che faceva parecchio caldo e a un certo punto ad Enzo venne l'idea di comprarci un gelato. Ma non avevamo soldi. Di quelli ne vedevamo sempre pochi e in casa i miei non ne lasciavano.
    Con qualche lira racimolata rovistando tra i nostri salvadanai riuscimmo a passare dalla latteria per comprarci un Mottarello.”
    Allo sguardo interrogativo di Luca l’anziano precisò:
    “Oggi non esistono più latterie come quelle e quel tipo di gelato credo non lo producano più. Era un cuore alla panna su un bastoncino di legno rivestito di cioccolato fondente. Buono.
    Comunque mentre stavamo aspettando il nostro turno, Enzo vide qualcosa luccicare sul pavimento. Pensando a una monetina, si chinò per raccoglierla e lesto la mise nella tasca dei pantaloni.
    Nella latteria oltre a noi c’era una donna che stava conversando con il proprietario, ma nessuno dei due si accorse del gesto. Comprammo felici il nostro gelato e uscimmo ridendo dal negozio con la nostra piccola sorpresa.
    Ci allontanammo gustandoci quello stecco che ci sembrava speciale perché non era così usuale, come oggi, mangiarne uno. Quando ci sentimmo al sicuro, al solito muretto, Enzo estrasse l’oggetto dalla tasca. Ma quella che credevamo una monetina, era una medaglia in oro.
    Io avrei voluto riportarla subito al negoziante, Enzo diceva no che l’avrebbero incolpato del furto e sarebbe passato per un ladro.
    Insomma per fartela breve, tra una discussione e un'altra, non la restituimmo.


    Luca, che in tutto quel racconto non aveva avuto il coraggio di interrompere il nonno, attese curioso il finale della storia.
    Il vecchio mise la mano in tasca ed estrasse qualcosa.
    “Eccola, ce l’ho ancora io. Enzo all’epoca voleva disfarsene per non fare brutta figura e per timore dei suoi, così me l’ero fatta dare e per tutto questo tempo l’ho custodita in una scatola. L’altro giorno, facendo mettere in ordine alla nonna, è di nuovo saltata fuori.”
    “Adesso quello che ti chiedo è di trovarne il proprietario. Voglio restituirla a lui o ai suoi familiari, non è giusto che continui a tenerla io.” Gli disse mostrandogliela.
    “Hai visto? È una medaglia concessa al Valor Militare. A quel tempo eravamo ragazzini e non ne capivamo l’importanza, ma adesso so cosa possa aver significato per chi l’ha ricevuta e perduta.”
    “Vedi – disse girando la medaglia – abbiamo il nome: Rino e il cognome: Tassoni, non dovrebbe essere difficile rintracciarne il proprietario o la famiglia.”
    “Nonno, ci proverò. Ma è passato tanto tempo. Perché non l’hai fatto tu prima?”
    “Non lo so. All’epoca ero un ragazzo e dopo è finita in quella scatola dove tenevo i ricordi di gioventù e me ne sono completamente dimenticato.”

    Il sabato successivo, come d'abitudine, il nipote tornò a trovare il nonno.
    “Allora, che notizie mi porti? Sono impaziente di sapere.” Gli chiese l'anziano.
    “Ecco nonno, non molto. All’archivio del comune ho trovato diverse famiglie con quel cognome e due persone hanno anche lo stesso nome, ma uno appartiene a un bambino di dieci anni e l’altro a un uomo morto da qualche anno. Tu mi dirai è quello, ma non è così.”
    La nonna entrò nella stanza e Luca, ad un cenno del vecchio, portò il suo discorso su altro. Capì che lei era all'oscuro delle intenzioni del nonno e aspettò che tornasse in cucina per riprendere il racconto.
    “Sono passato all’indirizzo indicato e ho trovato un’anziana che da uno spiraglio di porta, mi ha assicurato che suo marito Primo non ha mai ricevuto alcuna medaglia al valore e a me è sembrato scortese insistere. A quel punto è intervenuta una donna piuttosto giovane che, spalancando la porta, mi ha suggerito di ripassare per parlare con la nipote.
    Oltretutto perché quel nome... Primo? Sono comunque tornato e ho scoperto che l’anziana ha l'Alzheimer, e da quando ha perso il marito non ricorda più niente. Mi dispiace. Sai però, la cosa più incresciosa è che neanche la nipote mi è stata di aiuto, sa solo che il nonno aveva fatto parte di una formazione partigiana che ha combattuto per la liberazione, ma nessuno le ha mai parlato di una medaglia.”
    “A questo punto ci rimane solo la speranza che la nipote chieda, come mi ha promesso, all’unica sorella ancora in vita dell'uomo.”
    “E quindi? Che facciamo?” Aggiunse preoccupato il vecchio.
    “Quindi, non so. Potrei pregare un amico che lavora al giornale di pubblicare un annuncio, ma non so se funziona. Per intanto aspettiamo. Se non escono novità credo sia il caso che continui a conservarla tu.”
    “Ah dimenticavo, ho lasciato il numero del vostro telefono, se esce qualcosa chiamano qua. Ma non ci sperare troppo.”

    Un mese se ne andò senza alcuna novità, ma quando l'anziano aveva ormai perso le speranze, Luca, spulciando su internet un elenco dell’A.N.P.I. sulle medaglie d’oro concesse al Valor Militare, rintracciò un cognome uguale alla persona che stavano cercando e scoprì trattarsi di una medaglia consegnata in memoria. L’uomo, un contadino, nato nei pressi di Modena nel 1914, era caduto a Monte di Santa Giulia di Palagano, provincia di Modena, il 9 gennaio del 1945. Fine della storia.
    Poteva trattarsi di lui, ma poteva essere solo un caso di omonimia. Se non ché qualche giorno appresso il nonno ricevette la telefonata che aspettavano e si poté fare completa chiarezza.
    Alla visita che seguì in presenza di Luca, la donna raccontò di due suoi fratelli, i primi nati di otto, a cui i genitori avevano dato lo stesso nome: Rino, distinguendoli con Primo e Secondo. Ambedue furono arruolati, ma quando giunse l’8 settembre entrarono in una formazione partigiana. Quando finì la guerra Rino Primo, che lavorava in fabbrica, tornò vivo a casa, mentre l’altro, che si occupava della terra dei genitori, caduto sotto il fuoco nemico, ci tornò in una bara.
    Quando la famiglia ritirò la medaglia concessa in sua memoria, lei era piccola  e non capiva poi molto sul suo reale significato. Così un giorno per farla vedere a una amica e potersene vantare la prese di nascosto e se la mise in tasca.
    Caso volle però che la mamma la chiamasse e le ordinasse di andare subito a comprare una bottiglia di latte. Quando la bimba arrivò in latteria, ed estrasse i soldi per pagare, la medaglia le scivolò via dalla tasca e tornata a casa si dimenticò dell'amica e della medaglia
    Fu solo, qualche giorno dopo, quando i genitori si accorsero della sparizione e misero a soqquadro la cascina, che si accorse di non averla più nella tasca del grembiule e cercandola non la trovò da nessuna parte. L'anziana raccontò anche che quella sparizione aveva fatto soffrire molto la madre perché era l'ultima cosa che le rimaneva del figlio, ma per il timore di punizioni la bambina non aveva mai detto di averla presa lei e di averla poi smarrita. 
    "Tutto è bene quel finisce bene", pensò il nonno. Dopo quasi settant'anni la medaglia tornava a casa e lui poteva mettere a tacere la sua coscienza, rimediando, se pur con molto ritardo, a uno sbaglio di gioventù. Ma tale pensiero non lo consolò. Con il suo gesto irresponsabile, per la scelta sbagliata e la sua mancanza di coraggio, aveva fatto soffrire qualcuno, e a questo non avrebbe mai potuto porre rimedio. 
    - Il coraggio, pensò,  è una virtù che non tutti hanno, soprattutto a quindici anni. Spesso si finisce per dare ascolto alla testa degli altri, perché è la scelta più semplice, ma non si pensa mai alle conseguenze. -

Stefania Pellegrini©

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giovedì 11 dicembre 2025

Re Inverno

                                     


Buona lettura

    Re Inverno raggiunse puntuale, come ogni anno, il palazzo dove avrebbe soggiornato per i successivi tre mesi. Nell'aria, però, mancava il pungente freddo che spesso aveva accompagnato la sua venuta. I passerotti cinguettavano allegramente tra i rami degli alberi e il bosco, circostante il palazzo, aveva mantenuto a tratti, tra le fronde degli alberi, il rossore cocente della stagione appena trascorsa.
    Ad attenderlo trovò ancora i piccoli folletti dell'Autunno, tutti vestiti d'arancio e di giallo, con un simpatico cappellino a punta e il mantello rosso.

    “Ma come può essere? Si chiese il Re, nessuno ancora sa del mio arrivo?”
    “C'è qualcuno qua? Siete tutti spariti?” alzò la voce per farsi sentire, ma dovette ripeterlo più volte prima di essere raggiunto dai suoi spiritelli.
    “Dove eravate, briganti?”
    “È questa l'accoglienza per il vostro Sire? Cosa sta succedendo, ditemi?”
    “Vedete Sire, rispose il più grande e coraggioso, l'inquilino del piano di sopra, mister Vento va raccontando qua e là di aver incontrato una bella fanciulla sulle dune del deserto e di essersene innamorato. Va e viene spesso allegramente e purtroppo quando torna, si mette a corteggiare l'aria che conquistata dai suoi balli, dai suoi racconti, si scalda. Gli alberi riprendono a germogliare, l'erba a spuntare, ogni giorno il cielo si presenta azzurro”.
    “E noi, mio caro Sire, ci siamo rinchiusi sulla torre più alta del castello, perchè il caldo ci sfinisce.”
    “Così non va bene, io che ci sto a fare? Dobbiamo riportare ordine, ripristinare l'equilibrio, altrimenti tutto salta! Avete capito?” - gridò ancora, infuriato.
    “Via su, mettevi a lavoro.”
    “ Dove sono Brina e Gelo? Su svelti, chiamateli!! “
    Poi, convocati i suoi ambasciatori, tre grossi corvi neri, li incaricò di cercare subito il Vento del Nord.
    “Portatelo a palazzo a qualunque costo, disse loro, ne va della vostra pelle”.

    Passavano i giorni, re Inverno cominciava a preoccuparsi seriamente. Dei corvi e del Vento del Nord non riceveva notizie e, fuori nel giardino del palazzo, l'erba continuava a spuntare verde e tenera. Una piccola rosa aveva messo fuori la sua testolina rossa su un ramo potato, e il cielo era sempre limpido e azzurro.
    Ogni tanto compariva qualche piccola velatura che s'addensava sul bosco, ma con il sopraggiungere del sole si scioglieva. Sebbene Brina fosse piena di buona volontà, e creasse la notte bellissimi merletti bianchi sul muschio e sull'erba appena spuntata, i primi raggi del mattino vanificavano il suo lavoro.
    Gelo poi se ne stava ben chiuso tra le segrete del castello e non provava certo a far qualcosa, lo trovava inutile e faticoso.
    L'aria pareva soggiogata dagli spiriti del buon umore e dell'allegria, canti e balli andarono avanti per giorni e giorni.
    Poi una mattina, una ventina dalla partenza degli ambasciatori, gli alberi furono scossi da forti raffiche d'aria gelida, mulinelli di foglie andarono a scontrarsi qua e là, in breve il prato del giardino del palazzo fu ricoperto di un bel tappeto ruggine e s'udì in lontananza il gracchiare di corvi.



    Gli scoiattoli svelti si rintanarono nelle loro tane, i folletti dell'autunno, come per magia, scomparvero nelle insenature degli alberi. La luce si fece ben presto grigia e al seguito del nuovo arrivato: il vento del Nord, comparvero nel cielo grandi masse di nuvoloni neri.
    Ma il vento del Sud che non aveva alcuna intenzione di lasciare il suo territorio, dichiarò guerra all'intruso.
    In breve nel bosco si scatenò il putiferio, i due venti presero a scontrarsi a calci e pugni, e fu tale la violenza che le chiome degli alberi, i cespugli, presero ad agitarsi freneticamente, in preda a un fremito convulso. I tronchi scossi da raffiche terribili si piegavano, qualcuno non resistette alla forza prepotente, e si schiantò al suolo.     L'erba più volte schiaffeggiata dai venti si acciaccò sfinita sul terreno, i passerotti fuggirono spaventati, e gli insetti infilarono lesti le loro testoline nei tronchi.
Il cielo, a questo punto, cominciò a scaricare acqua e fu il segnale. Il Vento del Sud capì di aver perso la battaglia e fuggì lontano.
    Avvertito, il Re ordinò a Brina di mettere, rapidamente, il vestito suo più bello e di andare a ricevere il signor Vento del Nord.
    “Mi raccomando, le disse, sei bella, affascinante, usa tutte le armi di seduzione che conosci.”
    Poi passò a dare ordini per il ballo che decise di tenere subito alla sera.

    Nel frattempo il Vento del Nord, dopo aver sconfitto il suo avversario, entrò rumorosamente a palazzo sbattendo porte e finestre. Brina, accorsa precipitosamente a riceverlo, trovò il modo, con grazia,  di calmarlo all'istante.
    La giovane era affascinante, nessuno le resisteva a lungo.
    I suoi occhi azzurri erano così trasparenti da ricordare il colore dell'acquamarina.
    Con il candore della pelle, la figurina snella e aggraziata, la voce dolce e sensuale, accompagnata da delicate movenze, riuscì a conquistare il Vento del Nord che fu subito innamorato perso.
    La sera scese presto sul bosco, e nel palazzo si diede il via ai festeggiamenti che andarono avanti fino al mattino.
    All'alba Gelo e Neve, allegri e forse anche un po' brilli, stufi ormai della festa, si allontanarono dalla sala da ballo per raggiungere la grande terrazza del palazzo.        Parlando e gesticolando animatamente presero a passeggiare sui cornicioni, a saltare sulle grondaie. Scesero fino al prato, si fermarono a chiacchierare, un bel momento, sulla fontana del giardino, poi di nuovo ripresero a salire fino alle tegole del tetto del palazzo e di nuovo a scivolare giù. Andarono avanti fino alla comparsa definitiva della luce.
    Al mattino nel bosco lo scoiattolo Freddy, il più giovane della combriccola provò a mettere la testolina fuori dalla sua tana, ma pensò bene di rientrare al caldo e di rimettersi a dormire.
    Meraviglia delle meraviglie: fuori tanti piccoli batuffoli bianchi stavano scendendo lentamente dal cielo. Non avevano fretta e svolazzavano qua e là, leggeri. Parevano delle vere stelle di cristallo, che ricoprivano il bosco di una candida coltre ovattata .

Epilogo:
    Giulia chiuse il libro e corse alla finestra, la sera stava sopraggiungendo silenziosa, e l'aria velata pareva vestita di rosa. Tutto faceva pensare che potesse arrivare la neve anche lì e con essa la notte di Natale.


Stefania Pellegrini©


AUGURI E SERENE FESTE 
A TUTTI VOI.

lunedì 20 ottobre 2025

Nuovo racconto: Incontri

 


Buona lettura

Anna e Serena vivevano a Genova, si muovevano disinvolte sulle scogliere o tra le acque del mare, ma molto meno lungo i sentieri di montagna.

L’idea dell’escursione era nata alla loro amica Giovanna che le stava ospitando a Chatillon per una breve vacanza, e voleva far conoscere loro le bellezze del luogo. Il Castello di Ussel lo vedevano tutti i giorni sul promontorio scosceso che domina dall’alto Chatillon, e curiose di visitarlo avevano manifestato il desiderio di ammirarlo da vicino, tanto più che l’amica aveva parlato di una gradevole passeggiata.

L’intenzione era di raggiungerlo approfittando del percorso pedonale per godere della vista sulla piana sottostante. Giovanna ne aveva parlato come un’escursione con poco dislivello. Dopo aver affrontato la prima salita ripida, il resto del percorso sarebbe stato pianeggiante o in leggera discesa. Solitamente il Castello era chiuso alle visite ma, le aveva spiegato l'amica, girando attorno ai due lati accessibili, se non altro, potevano apprezzare la sua struttura compatta, con le due torrette cilindriche sul lato d’ingresso a sud, e vedere una delle tre torri quadrangolari sul lato nord. Da lì si sarebbero potute soffermare sull’ampio spiazzo erboso adiacente per osservare il panorama del fondo valle e sostare per il picnic.

Quel giorno di luglio l’aria calda condensava qualche nuvola che si raggruppava qua e là in nembostrati, per cui Giovanna, interpretandole come passeggeri in lento dissolvimento, organizzò la gita. 

Prepararono gli zainetti con borracce d’acqua, qualche panino per il pranzo e al mattino verso le 8:30 raggiunsero la stazione di Chatillon con la macchina. Da lì avrebbero imboccato a piedi la strada che porta a Pontey dove, appena a sinistra dopo l’attraversamento del ponte sulla Dora Baltea, avrebbero preso la mulattiera che porta fino alla frazione di Ussel.

Euforiche per l’escursione, la prima da quando erano giunte in Valle d’Aosta, Anna e Serena imboccarono il selciato in pietra della mulattiera, leggermente in salita, parlando e scherzando allegramente con l’amica.

Nei pressi di un piccolo ponticello dove il percorso si restringe e la vegetazione, costituita da alberi, dirada lievemente lasciando spazio a scorci interessanti sul borgo di Chatillon e la sottostante Dora Baltea, il loro fiato cominciò a fare qualche capriccio e rallentarono il passo, soffermandosi ad ammirare il paesaggio attorno. Erano circondate da un’aria tranquilla, il sole coperto a tratti dalle nuvole rendeva il caldo piacevole. Il silenzio della natura, apparentemente appisolata, era interrotto solo da qualche uccellino appollaiato sulle fronde di alberi vicini che, di tanto in tanto, lanciava richiami canori.

Ad un certo punto, con un paio di svolte decise guadagnarono quota e, proseguendo in fila indiana tra una vegetazione rigogliosa, si ritrovarono su un sentiero sterrato. Fu allora che le due ragazze richiamarono l’attenzione dell’amica per fermarsi a bere dalla borraccia, e soprattutto per riprendere fiato. Sentivano il cuore in gola e avevano le magliette sudate.

 Intanto in quel lasso di tempo si era alzato un leggero vento che muoveva la vegetazione, le foglie degli alberi e in cielo, salendo da dietro le montagne, si stavano formando agglomerati di nubi sempre più compresse, dei cumulonembi dalla forma imponente e scura alla base.

 

Stavano camminando da una ventina di minuti quando cominciarono a sentire le prime gocce, e videro l’aria minacciosa del cielo grigio, scuro come graffite. Ma Giovanna rassicurò fiduciosa le amiche. Quattro, cinque minuti al massimo ed avrebbero raggiunto Ussel. Il Castello era vicino, c’era solo da percorrere un viottolo in pietra leggermente in salita. Ed aggiunse: “Sono solo quattro passi.”  

Però, sappiamo bene cosa può accadere nei climi montani. Dopo le prime gocce di avvertimento, la pioggia prese a scendere a scrosci. Le ragazze vi si trovarono in mezzo, senza la possibilità di ripararsi ed il passaggio dall’acqua alla grandine fu immediato, repentino. Sassolini freddi e grandi come piselli cominciarono a cadere e a rimbalzare sul terreno, sulla vegetazione, provocando inizialmente un forte crepitio, poi un rumore di colpi secchi e ritmati.

Nel giro di pochi secondi, vestite con corti pantaloncini e magliette sportive sbracciate, si ritrovarono zuppe d’acqua, investite da una scarica gelida, violenta, che non risparmiò nessuna parte del loro corpo. Giovanna non riuscì neanche a prendere il K-Way nello zaino tanto l’evento fu rapido.

La grandine colpiva, rimbalzava sulle loro gambe e provocava dolore e rossore sulla pelle. Anna e Serena non si erano mai trovate in una situazione simile e presero a lamentarsi per gli arti freddi e doloranti.

Accelerarono il passo, cercando di ripararsi la testa come potevano. Giovanna davanti, le altre dietro. Il terreno era diventato fanghiglia. Avevano i polpacci e le ginocchia graffiate, ed erano sfinite. Intanto Giovanna cercava di rincuorare le amiche e le esortava a tener duro. Non mancava più molto, Ussel era poco sopra.

La temperatura era scesa di qualche grado, si era fatto freddo attorno ed un forte vento ostacolava la loro salita. Cominciarono ad aver paura di non farcela, cinquecento metri sembravano un'eternità. Erano spaventate ed attraversate da forti brividi di freddo. Allora, con il corpo piegato in avanti, lo sguardo rivolto in basso, i capelli corti zuppi, si misero a correre. Scivolavano, si rialzavano e riprendevano a correre, finché… finché abbandonato il sentiero trafelate, giunsero in vista dei caseggiati, e poterono riprendere fiato. 

Il Castello dall’aspetto tetro, era alla loro sinistra, l’acqua correva sull’asfalto della strada deserta come un ruscelletto in piena, trascinando foglie, aghi di abete, terriccio.

Non grandinava più, ed era calato un po' il vento, ma una pioggia fitta ed insistente continuava a scendere dal cielo completamente nero.

Pensarono di andare alla ricerca di un bar, un luogo dove poter trovare rifugio. Bisognava aspettare, diceva Giovanna. Il temporale si sarebbe presto spostato.

 

Fu allora che udirono una voce femminile. Era di un’anziana affacciatasi sull’uscio di una casetta in pietra, con ciotole di gerani rossi alle finestre.

“Ragazze, non smetterà in fretta, venite in casa. Siete tutte bagnate, ed immagino abbiate freddo. Entrate – La sua voce vibrava come corde di violino – vi asciugate e se avete un cambio potete togliervi quella roba bagnata e sporca. Venite! Vi preparo qualcosa di caldo.” 

“Lei è gentile, grazie – aggiunse con tono riconoscente Giovanna – siamo un po’ stravolte, approfittiamo volentieri. Volevamo vedere il Castello e proseguire per il Ponte delle Capre, ma adesso non so più.”

La donna si muoveva rapida, probabilmente oltre gli ottanta. Minuta, capelli bianchi corti, un po’ arruffati, occhi piccoli vivaci, ricordava un folletto. Le fece accomodare in cucina, una ampia stanza con la stufa a legna e due larghe finestre che davano sul Castello.

Mise dell’acqua sul fuoco per una tisana e prese a dire:

“A… A proposito del Castello. C’è una storia, avvenuta tanti anni fa, la conoscete?” E, senza aspettare risposta, aggiunse con occhi che si accendevano di nuova luce:

“Ve la racconto io”.

“In un tempo lontano, io non lo ricordo, ero piccolina, nella frazione viveva una giovane. Avrà avuto circa venti anni, più o meno la vostra età, quando la madre si suicidò gettandosi dalla rupe del Castello.

 La nonna mi ha raccontato che aveva capelli mori, snella, simpatica. Carina, sì... insomma, credo un tipo come voi. La perdita inaspettata lasciò la ragazza affranta dal dolore, e con il senso di colpa per non essere riuscita a fermare la madre. 

Trascorsero un paio di mesi. Poi la giovane cominciò ad udire voci, che pare sentisse solo lei.

Dolci, non cattive, ma insistenti.

Le sussurravano parole, la chiamavano.

Senza sapere come, ogni notte si ritrovava sullo spiazzo erboso del Castello.

La vecchietta si alzò dalla sedia. Versò la tisana nelle tazze e riprese a dire:

 Un giorno trovò il coraggio di raccontarlo ad un’amica. E disse che quando era là vedeva figure angeliche che ballavano e cantavano.

Le descrisse come bellissime, con lunghe vesti bianche e capelli biondi sciolti fino alla vita. E raccontò che in mezzo a loro vedeva il volto della madre… avvolto da un velo trasparente che sorrideva e poi la salutava, e cercava di rassicurarla e le diceva che stava bene. 

Lilli era una lontana cugina di mia madre e, lei che la conosceva bene, mi ha detto che non era una visionaria, ma gli altri purtroppo, tutti nella frazione, quando cominciò a circolare la sua storia, dissero che si era sognando tutto, e poi che aveva perso il lume della ragione.

Così quando un giorno di ottobre Lilli parlò ai paesani di un fatto che avrebbe presto colpito Ussel e portato morte e dolore, tutti ci scherzarono sopra e risero. 

Provò in vari modi a metterli in guardia, come le aveva suggerito la madre, ma nessuno la prese sul serio. Per tutti diventò: “la pazza”, pure i bambini la canzonavano.

 Così un giorno sparì.”

La vecchietta si fece silenziosa, pareva assorta. Sollevò la tazza della tisana tra le mani e prese a sorseggiare il liquido tiepido. In quel mentre, un gattino bianco e nero entrò nella stanza miagolando.

“Volete sapere come andò? - Riprese la donna sorridendo ed accarezzando il gattino che faceva le fusa.

“Andò che dopo una settimana circa, qualcuno si ammalò. Cominciò con strane febbri che andavano, venivano. Vomito… diarrea, che il dottore curò come influenza. Ma dovete sapere che le persone non guarivano e l’epidemia si allargava.

Alla fine la causa era nell’acqua. Era inquinata, forse da un animale morto. Ma ci misero un po’ a scoprirlo. Intanto i più fragili, diversi anziani, morivano.”

“E a quel punto?” – Chiese Serena –

“Le male lingue si misero in moto. Dovevano dare la colpa a qualcuno… si sa come vanno le cose a volte nei paesi e qualcuno sparse la voce che era la vendetta di Lilli.

Era stata lei ad avvelenare l’acqua.” – precisò l’anziana e, rivolgendo lo sguardo fuori, aggiunse:

“Ragazze sta tornando il sole, non piove più. Potete riprendere la vostra escursione. Il percorso per il Ponte delle Capre dovrebbe essere piacevole, un tratto è addirittura in discesa.”

“Si è mai saputo che ne è stato di Lilli?” – Chiese allora Anna.

“No. Qualcuno, all’epoca, pensò fosse caduta in qualche burrone, qualcun altro disse di averla vista aggirarsi nei boschi. Ma in verità nessuno la vide più.”

 

La tre ragazze uscirono da quella casa in silenzio. Il cielo era tornato limpido, di un blu profondo che pareva un dipinto di Van Gogh.

Anna e Serena avevano lo sguardo perplesso, Giovanna invece appariva tranquilla, ed appena si furono allontanate esordì dicendo:

“Non avrete creduto a quella storia? Capisco che vi sia apparsa affascinante e costellata di magia, ma proprio per questo non è affidabile.”

“Dici?” Aggiunse Anna sollevando le ciglia.

“Ma non può essersi inventata tutto.” Ribatté Serena.

” Da queste parti ogni anziano ha una storia, una leggenda come questa da raccontare. Magari l’epidemia c’è stata ed è esistita anche quella Lilli… ma sul resto ho qualche dubbio.”

 Concluse Giovanna alzando le spalle mentre conduceva le amiche verso il Castello. 

 Ma Serena replicò:

“Comunque non la si può sminuire. La vecchietta le ha solo dato la sua interpretazione. Leggenda o non leggenda, è pur sempre una storia. Un viaggio nel mondo di Lilli e della sua mamma che, in qualche modo, lei ha fatto rivivere. E pensate, se non c'era la grandine non avremmo mai incontrato la vecchietta. Per me è stato bello.

Anche per me.- Aggiunse Anna.

“Sapete, – proseguì seria in volto - in un modo o in un altro, mi piacerebbe non essere dimenticata.”

“Ma va là, – disse Giovanna dandole una pacca sulle spalle – a cosa vai a pensare. Noi non moriremo.” Ed esplose in una sonora risata.

Stefania Pellegrini ©

(racconto pubblicato sulla raccolta: "Chatillon si racconta" ed. 2)

    

sabato 13 settembre 2025

Eillen e il mito della Cailleach Béara

 



By Nigel Cox, CC BY-SA 2.0.


Buona lettura  

            Il verde rigoglioso e acceso della primavera esaltava le distese collinari della penisola di Béara che ondeggiavano alla voce del vento, e l’oceano sottostante velato dalla foschia del mattino aveva un aspetto sonnolento. La terra aspra ma piena di suggestione si dipanava tra i viottoli costeggiati da distese fioriture.

            La bicicletta gialla filava veloce attraverso il sentiero sterrato, che passava attraverso i campi, dove pascolavano greggi di pecore dal manto bianco come neve.

Eileen pedalava, la gonna azzurra di cotone sollevata dal vento si muoveva ondeggiando leggera sulla vecchia bicicletta che sobbalzava ad ogni buca incontrata.

La giovane era in ritardo sull’orario stabilito. La proprietaria del negozio di fiori del villaggio di Allihies era stata chiara: Un altro ritardo e doveva scordarsi quel lavoro.

Eileen non poteva permettersi di perderlo, era tutto ciò che di più caro avesse. Al piccolo nido profumato avvolto nel verde e nei colori si sentiva a casa, anzi avrebbe detto: meglio di casa sua, sempre così silenziosa e fredda. In quel luogo coglieva piacere e calore. C’erano i profumi e i colori dei fiori, c’erano le clienti che le raccontavano immancabilmente qualche fatto delle loro giornate, e i pettegolezzi… be’ quelli non mancavano mai. Eileen era sempre gentile e paziente con tutte e, mentre confezionava e curava i suoi fiori, sorrideva di tanto in tanto o faceva qualche gesto con la testa, per assecondarle e compiacerle, anche se il più del tempo era assorta nei propri pensieri.  

            In quella botteguccia dagli infissi rossi, che spiccavano decisi sulla via tra gli altri stabili colorati di blu, giallo e rosa, c'era arrivata all'età di quattordici anni quando, morta la madre e rimasta sola, era andata a vivere con la nonna paterna, anche lei mancata un anno prima.

            Ora la giovane ne aveva ventitré di anni e si era fatta una splendida ragazza dai capelli rossi e grandi occhi nocciola. Le lentiggini, sulla pelle porcellana del volto, mettevano in risalto il suo sguardo: sveglio e sbarazzino. Il corpo snello, più alta della media delle ragazze del villaggio, la rendevano un appetitoso bocconcino da corteggiare, ma Eileen, di animo gentile e caritatevole, sempre impegnata ad aiutare chi aveva bisogno di cure o di compagnia, non aveva tempo per dare ascolto ai suoi coetanei.

            Quel giorno come ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, si stava recando da una vecchietta, in una casetta piuttosto isolata sopra le alte scogliere frastagliate della costa, per portarle una bottiglia di latte fresco e qualche fetta di soda bread, il pane irlandese.

Sapeva poco di quella donna molto avanti negli anni giunta in quel villaggio quando ormai era già anziana eppure le si era affezionata da subito e la sentiva vicina come una seconda nonna. La sua dolcezza, i suoi preziosi consigli e quel modo particolare di raccontare storie la facevano sentire una persona migliore. 

Arrivò trafelata e mentre poggiava la bicicletta al vecchio muro scrostato della casa, come a voler recuperare tempo, prese a chiamare:

“Moody, eccomi, sto arrivando.” La casa era avvolta nel silenzio e nessuna voce arrivava dal suo interno. La porta d’ingresso era accostata. Strano, pensò la giovane, di solito è sempre chiusa.   La spinse per entrare e si vide passare tra le gambe il gatto che schizzò fuori lanciando un forte miagolio.

“Sean, ma che modi. Che fretta hai di uscire?” Gridò infastidita.

Si diresse in cucina, il fuoco nella stufa si era spento, l’aria era fredda. Moody non c’era. Poggiò allora il sacchetto sul tavolo e in sua direzione, la immaginava in camera, la casetta non aveva che due misere stanze, disse:

“Moody, scusa. Sono in ritardo, lo so, ma prima di uscire trovo sempre qualche altra cosa da fare. Come mai non hai riavviato la stufa? Qua si gela. Ti ho portato del latte, ieri mi sembrava che ne fosse rimasto poco nella bottiglia.”

In quel mentre notò sul tavolo in legno la ciotola del latte rovesciata.

Strano, pensò, che sia stato Sean? Ma non sale mai sopra.

“Moody, ma dove sei? Stai bene? Hai visto cosa ha fatto Sean sul tavolo?”

All’ennesimo silenzio si precipitò in camera. Non era da lei non rispondere. Moody era distesa in poltrona, indossava ancora la vestaglia e le gambe, le spalle, erano avvolte nella solita coperta vecchia e scolorita che si era fatta all’uncinetto.

Eileen le si avvicinò e la toccò leggermente su una spalla, ma niente. Sembrava dormire profondamente. Al secondo tentativo più energico, la testa della donna reclinò sulla spalla destra. Non poteva essere… uno brutto presentimento la portò a controllare il battito del polso, auscultò il collo e si sentì raggelare.

Oh no, Moody! La prese tra le braccia, con delicatezza, il suo corpo abbandonato a se stesso era così minuto, pareva più piccolo e fragile del solito.

Non dovevi andartene. Era una così bella giornata, dopo tanta pioggia, so che ne avresti gioito con me e adesso? Che farò senza di te?” Mormorò tra le labbra mentre sentiva salire le lacrime agli occhi.

Si accasciò a terra come uno straccio bagnato e prese a singhiozzare.

Rivide in un lampo il giorno che si erano incontrate la prima volta, risentì la sua voce sottile, pacata, i suoi consigli e si perse in quei ricordi piacevoli. Rimase assorta in quella posizione per un tempo imprecisato. Dopo cinque forse anche dieci minuti realizzò di dovere avvertire il medico della contea e sempre piangendo inforcò di nuovo la bicicletta e pedalò verso lo studio in paese.

            Alla sera sfinita dalla giornata pesante e dalla perdita, andò a letto presto ma non riusciva a trovare pace: di tanto in tanto si appisolava e si risvegliava scossa da un improvviso incubo. Verso l’alba il suo essere finalmente si acquietò e fu allora che fece un sogno.

Sognò Moody che le diceva:

“Mia cara, non devi soffrire, non voglio che tu pianga più per me. Io non sono morta.”

 Aveva le sembianze di una giovane molto bella, ma l’altezza, gli occhi, la bocca, erano i suoi. Di una bellezza delicata con lunghissimi capelli biondi ondulati che le raggiungevano la vita, indossava una tunica verde leggera che le sfiorava i piedi piccoli e sottili. Nudi.

“Il mio corpo riposerà, ma la mia anima, dopo esser tornata alla pietra che mi ha generato, troverà un nuovo corpo per rinascere.”

“Tornerò! Tornerò, forse anche solo il prossimo inverno. Ma tu dovrai fare una cosa per me.”

Moody parlava e mentre parlava sprigionava luce che si irradiava tutt’attorno.

 Eillen la guardava affascinata. Davanti a quella creatura evanescente, anche la voce pareva arrivare da lontano come una melodia di arpa dispersa nell’aria, era come se avesse perso l’uso della parola. Perplessa e piena di dubbi, non trovava il coraggio di fare domande, se ne stava imbambolata davanti a lei incapace di dire una parola, come una stupida.

Poi accadde qualcosa. Forse vide un lampo, subito dopo buio e Moody scomparve. Aprì gli occhi con una percezione strana, era nella sua stanza, nel letto, l’alba era già sorta da un pezzo. Il dolore struggente del giorno prima era scomparso, al suo posto riconobbe una sensazione di vaga leggerezza, come di ubriacatura.

Sono solo gli effetti del sogno, si disse, e il sogno è semplicemente frutto della mia fantasia.

Poi ricordò qualcosa.

Era un mito. Il mito della Cailleach Béara o Vecchia di Dingle in cui si racconta che il paesaggio e l’aspra costa rocciosa della penisola del Béara sia abitata da secoli da una vecchia che pare abbia origine dalla pietra bagnata dall'Atlantico e alla pietra stessa torni per rigenerarsi passando attraverso molte vite che vanno dalla vecchiaia alla giovinezza in modo ciclico. 

Era possibile che la vecchia Moody fosse quella dea mitologica? 

Di lei si diceva anche che, durante i suoi diversi periodi successivi di giovinezza, avesse dato alla luce gli antenati di numerosi clan importanti della regione. Che sogno stava vivendo?

Si vestì in fretta, consumò in piedi una fetta di plum cake e uscì per andare al lavoro.

Quel giorno trascorse veloce, era sabato e al negozio di fiori, dedicandosi a soddisfare le richieste dei clienti, non ebbe tempo di pensare al sogno e a Moody.

Il mattino successivo si alzò dal letto più tardi del solito visto che era domenica e non andava al lavoro. Fece colazione, e si vestì con calma per recarsi in chiesa.

Uscì e s’incamminò a piedi, l’aria ventilata del primo mattino era ancora piuttosto fresca. Sulla via non incontrò nessuno. Fatto mezzo miglio le venne in mente qualcosa… un cofanetto…  il cofanetto che Moody, in sogno, le aveva chiesto di recuperare.

Tornò rapidamente indietro per prendere la bicicletta, poi cambiò idea. Non aveva fretta, sarebbe andata a piedi e in chiesa alle 11:00, c’era tempo per tutto. Anche se non era molto convinta doveva verificare di non essersi immaginata tutto.

La giornata era luminosa e trasmetteva buon umore. Il vento capriccioso del giorno precedente aveva spazzato via tutte le nubi dal cielo. La casetta le apparve più decrepita del solito. Le persiane in legno erano accostate e tenute insieme con uno spago perché non si chiudevano più, nei vasi qualche narciso aveva la testa gialla reclinata e quando riuscì ad aprire la serratura della porta arrugginita l’accolse un gelo e un silenzio profondi. Le mancarono le fusa e il miagolio di saluto di Sean, ma pensò che era al sicuro, in compagnia dei bambini di una conoscente che se ne stava prendendo cura.

Non aveva più sognato Moody, ma quanto la faceva soffrire la sua assenza.  L'attraversò un brivido e provò a scacciare tristi pensieri. In fin dei conti, dopo che la donna era stata portata via, non era più entrata là dentro.

Non dovette rovistare molto per trovare il cofanetto. D’altra parte Moody era stata chiara: “Vai alla credenza, sposta i libri che vedrai davanti a te e lo troverai.” Non aveva neanche provato a nasconderlo meglio, pensò. 

In legno scuro di forma rotonda e dimensioni piuttosto piccole, il cofanetto, racchiudeva un foglietto ripiegato e un sottile anello d’oro a fascia con impresse pietruzze in smeraldo che dall’usura pareva avere moltissimi anni.

 Quindi è tutto vero, non me lo sono inventato, pensò Eillen rigirandosi tra le mani quei due oggetti, il sogno aveva un fondo di verità. Oh Moody, perché non mi hai mai parlato di questo? E ora che dovrei fare?

Si sedette sulla prima sedia in paglia che vide vicino infilandosi al dito l’anellino prezioso, poi con mani tremanti aprì il bigliettino e lesse:

“Cara amica mia. Sì, sono la vecchia di Dingle o se preferisci la Cailleach Béara. Tu hai portato compagnia, affetto e sollievo ai miei giorni, e meriti di essere ricompensata, per questo ti assicuro una vita lunga e felice. Richiudi il cofanetto con ciò che hai trovato e portalo via con te. Mi raccomando non parlarne con nessuno e non aprirlo più. il suo segreto deve restare tale. Quando sarà giugno, recati alla cresta che guarda Ballycrovane Harbour. Là sul promontorio che mira l’oceano troverai una grossa roccia con una faccia scolpita. Dovrai sotterrarlo lì sotto. Fai in modo di farlo bene, affinché nessun altro lo possa ritrovare.”

 

Trascorse aprile, maggio e finalmente arrivò giugno. Si celebrarono le prime feste con balli e musiche all’aperto mentre le fanciulle del piccolo villaggio sognavano nuovi incontri e nuovi amori.

Eillen scelse una calda domenica luminosa senza vento per raggiungere la cresta. Quando raggiunse il luogo indicato a Kilcatherine, Béara, Eillen restò paralizzata, il grosso masso rappresentava davvero i resti fossilizzati di un volto. Sentì che le tremavano le gambe, salire l’ansia. La pietra era lì davanti a lei grande, misteriosa. Cercò di immaginarsi lo sguardo perso di Moody mentre fissa l'oceano e attende il ritorno del marito Manannán, Dio del Mare, come viene raccontato nel mito. 

Intanto una folata di vento, lieve e improvvisa proveniente dall’oceano, si era levata attorno, grossi gabbiani bianchi e grigi si radunavano, si aggiravano sopra di lei gracchiando, alcuni posandosi sulla pietra. Non capiva se doveva temerli, non ne aveva mai visti così tanti insieme. Istintivamente allungò una mano per toccare quel masso e a quel contatto i gabbiani volarono via, disperdendosi sopra le acque dell’oceano.

Andò a prendere la pala attaccata alla bicicletta e prese a scavare lentamente, quasi con un senso di pudore verso quel luogo che le appariva sacro, poi si distese sull’erba soffice cresciuta attorno e rivolse lo sguardo al cielo.

Il vento si era di nuovo placato ed era bello ciò che stava provando in quel momento, sentiva una profonda pace salire dentro di sé. Abbassò lo sguardo verso l’oceano e lo vide: lontano, verso l’orizzonte. Un grande arcobaleno si era formato nel blu del cielo, e in mezzo il volto di Moody sorrideva. Non desiderò altro che fissare quell’immagine nella mente per sempre perché qualcosa le diceva che sarebbe stata l’ultima. Chissà quale altro luogo avrebbe scelto la donna per rinascere, perché ora ne era certa, una volta restituito il cofanetto la sua anima avrebbe ripreso vita.

Affrontò la strada del ritorno cantando allegramente e, poco più avanti, incontrò un giovane. Un giovane straniero che le chiese informazioni. Doveva recarsi a Allihies, ma si era perso. Proveniva da Cork ed era stato assunto al pub del villaggio. I due si guardarono negli occhi e benché non si fossero mai visti ebbero la sensazione di conoscersi e di piacersi. Il giovane aveva una strana luce nello sguardo, un sorriso magnetico.

Un incontro casuale? Chissà, forse non proprio, forse la vecchia Moody da qualche parte stava sorridendo compiaciuta.


Stefania Pellegrini ©


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