lunedì 22 giugno 2026

Una nuova vita

 


“… Ovunque andasse vedeva i suoi occhi / parlarle d’amore – profondi – intensi, / il volto tatuato nel sole, / nelle figure delle nubi in cielo…” Dalla raccolta “ITACA NEL CUORE” – Poesie dell’autrice.

Una nuova vita

(tratto dalla raccolta QUELL'ESTATE DEL 1984 e altri racconti)

    Solleva lo sguardo verso l'orologio in camera da letto: Le venti e trenta… è tardi. Ludna scatta in piedi. Lascia il foglio aperto sul piccolo tavolo, s'asciuga le lacrime con un fazzoletto e s'affretta a scendere al piano di sotto per mettere a letto la signora. Probabilmente la troverà addormentata sulla poltrona, come fa di solito.
    Il buio l'ha colta all'improvviso in tutto il suo silenzio. Mentre la mente cercava conforto nella scrittura, ombre vaganti hanno preso forma dagli angoli più bui della sua stanza e il tempo di ogni sera è sceso implacabile portandosi appresso i suoi fantasmi.
    La pioggia picchietta secca sui vetri della finestra, sottile avvolge silenziosa la sera in un manto triste, grigio e informe. È la prima di settembre, e potrebbe essere l’annuncio della fine dell’estate.
    Ludna è colta da brividi di freddo: troppo leggera la veste di cotone a maniche corte per quella serata umida, ma non ha tempo per coprirsi meglio. L’abito morbido che indossa, regalatole dalla figlia della signora che sta assistendo, è in fantasia blu leggermente aderente, e ne mette in risalto la figura aggraziata.
    Fisico sottile dalle forme armoniose, pelle vellutata e bronzea, grandi occhi profondi marrone scuro, la giovane, poco più che ventenne, ha uno sguardo misterioso e distaccato, una bellezza e un fascino che non passano inosservati.
Il foglio sul tavolo, scritto in arabo, comincia così:

Mio adorato marito,

finalmente ho trovato un lavoro, la signora che assisto è buona con me e mi tratta bene. Il piccolo paesino, dove mi trovo, è situato a ridosso del mare ed è abitato da pressappoco mille, millecinquecento anime. Ti ho già raccontato del corso serale per stranieri e della lingua italiana che sto imparando pian piano? Forse sì, però non ti ho detto che tutto qui è semplice, e la vita tranquilla scorre lenta tra le varie occupazioni. Sai certi giorni, quando qualcuno del luogo mi rivolge il saluto, mi sembra ancora di essere al paese, nessuno fa caso al colore della mia pelle, nessuno mi sfugge o mi guarda come una diversa.

    La vecchietta assopita sulla poltrona si fa docilmente guidare a letto, Ludna le toglie gli abiti con movimenti lenti e le infila la camicia da notte. Con dolcezza l’aiuta a sdraiarsi, la copre con il lenzuolo e la coperta di lana leggera, poi le augura la buona notte. L’anziana donna minuta e fragile, è avanti con gli anni. Parla poco, ma riesce ancora a fare qualche passo da sola; su di lei Ludna vigila protettiva, occupandosi dei pasti e dell’assistenza notturna. È un lavoro che tutto sommato le piace, la fa sentire utile, e qualche volta le dà l’illusione di aver trovato una nuova famiglia.
    Giunta in paese, da altri luoghi non molto ospitali, e dopo le vicissitudini attraversate, Ludna pensa sia stata una vera fortuna trovare quella sistemazione che le assicura un’occupazione e una casa dove stare.
    Da tempo, l’anziana signora trascorre le sue giornate in silenzio, sulla poltrona scolorita vicino alla finestra del soggiorno, avvolta nel suo affezionato scialle di lana verde acqua e lo sguardo fisso in direzione del mare. In qualche giornata pare rianimarsi con un lavoro a maglia e qualche giro di ferri, ma in definitiva è poco attiva. La figlia passa a farle compagnia nel tardo pomeriggio e si ferma qualche ora per la cena.
    Sono di quei momenti, quando non ha il corso serale, le sue discese verso il mare, nell’ora dell’imbrunire con la spiaggia quasi sempre deserta. Costeggia il sentiero di ghiaia che corre ripido e stretto a mezza costa e raggiunge direttamente la spiaggia. Poggia i piedi nudi sulla lingua di sabbia fredda e compatta e cerca contatto con le onde schiumose della risacca.

Quando riesco scendo alla spiaggia - scrive al marito - punto gli occhi verso l'orizzonte, respiro a fondo e aspetto che il vento mi riporti la voce delle onde, l'odore intenso o solo un istante del nostro mare. Basterebbe così poco mio caro, ma non lo sento, anche in quella risacca docile di certe giornate che mi carezza il pensiero, che mi cattura, non riesco a trovarci un'onda di ricordo. Chi pensa che il mare sia tutto uguale non l’ha mai osservato bene. Qua io lo vedo diverso, e vedo diverso ogni elemento della natura. Sono la luce, i venti che cambiano, è l'aria che respiro e forse sono anche io diversa. Oh, mio caro, sapessi quanto mi mancano i colori dorati delle sabbie del deserto, il sapore del sale del nostro mare, il colore infuocato del sole, i nostri rapidi tramonti.

    Tutto sommato trova piacevole quell'ora malinconica tutta sua, spesso accompagnata dal vento che sale dall’immensa distesa d’acqua in brezza leggera e gioca con la sua figura sottile, smuovendole l’abito e arruffandole i lunghi capelli neri, ricci. La donna può lasciare andare i pensieri e farsi cullare dai suoni, dal gracchiare di qualche gabbiano, dalle nenie che si levano dal frastuono delle onde di certe giornate. In tutta quella vita attorno, che si è fatta parte integrante del suo trascorrere, ci trova sprazzi di tranquillità e per qualche ora il suo cuore trova un po’ di pace.

Anche se non potrò mai dimenticare quanto queste acque, in apparenza tranquille, possano essere violente e causa di tante tragedie, a loro mi sento legata - confida al marito - perché posso raccontare i miei ricordi, le mie pene e sono convinta che quella risacca lenta, che sfiora i miei piedi con una carezza, comprenda la mia sofferenza, la mia solitudine, e la tristezza infinita che mi porto dentro.

    La giovane, purtroppo, ha avuto modo di vederne, di sentirne sulla pelle la forza, la potenza di quelle acque. Ha conosciuto la spaventosa furia delle onde alte che mettono in serio pericolo chi si possa trovare a bordo di una barca a vela o di un grosso barcone e, nel ricordare la sua esperienza, una morsa l'afferra allo stomaco e la possiede fino a prosciugarle la bocca. È un dolore sordo, martellante, che non dà tregua, e finisce per stordirla, mentre irripetibili immagini e sensazioni provate si affollano nella mente. Vorrebbe tanto dimenticare, ma sa che non sarà mai possibile. Certe esperienze non si dimenticano.
    I momenti terribili trascorsi su un barcone vecchio e in cattive condizioni, con pochi giubbotti di salvataggio, stracolmo di uomini, donne, bambini, in mezzo ad acque furibonde sfidando la sorte, hanno scavato nella sua anima un solco indelebile, una ferita profonda, aperta, che non trova unguenti per rimarginarsi.
    Di quei giorni non c’è visione che riesca a cancellare dagli occhi. Spesso si fanno vive alla sera, prima di coricarsi, o di notte quando il ricordo la sveglia assillandola con immagini strazianti di terrore e gli fa rileggere la morte negli occhi di tanti suoi fratelli… il disperato sgomento sui volti dei compagni di viaggio, sente le loro grida nelle orecchie, e ripensa al suo amore.
    Ma il mare non ha colpe, lui non è il nemico, Ludna ora ha capito che ben più pericoloso e temibile è quello sciacallo che s'annida dietro le porte, che circola indisturbato: il nemico che si offre come amico per quei viaggi disperati chiamati della speranza; l'avvoltoio che gioca, specula sulla miseria e la disperazione, che baratta vite per denaro.
    Eppure - si ripete - avevamo un’alternativa? Cedere a qualche scafista, come li chiamano qua, o morire, questo avevamo. Giovani e disperati eravamo, senza più un lavoro. Che altro avremmo potuto fare?... C'erano la guerra, le violenze, la siccità, la miseria; i campi erano troppo secchi, non trovavamo più sorgo per mangiare. Abbiamo venduto i nostri pochi averi e la gente del paese, i nostri genitori, ci hanno aiutato a racimolare 1000 dollari per affrontare il viaggio. Sapevamo di non aver più niente da perdere e avevamo il diritto di sperare in un futuro migliore… I pericoli, la morte, erano lontani da noi… ci sentivamo forti, pronti ad affrontare tutto, anche i disagi del lungo viaggio per raggiungere la nostra meta finale: La Germania.
    In realtà eravamo solo tanto ingenui e incoscienti. Non immaginavamo quello che avremmo affrontato: le quattro settimane di viaggio nel deserto… i letti dove dormivamo in Libia pieni di insetti… le costrizioni a lavorare per i padroni del posto in attesa dell’imbarco…i pericoli che ho corso ogni giorno di venire violentata e poi c’è stato ciò che abbiamo visto… tutta quella gente morta, e sepolta come sacchi di cui liberarsi, a pochi metri da dove dormivamo… senza pietà… né rispetto… per loro e per noi. Allora ci siamo detti che era mille volte meglio affrontare il viaggio in mare, anche se entrambi non sapevamo nuotare e abbiamo pregato… pregato perché avvenisse presto.
    Considerazioni, pensieri silenziosi affollano la sua mente, e suonano più come scuse della sua coscienza, e certi giorni logorano con un rimorso intenso e pesante. Di certo non l’aiutano a stare meglio, né a trovare pace. Non esiste formula che possa cancellare l’amarezza e la consapevolezza di non poter più tornare indietro, né di poter ritrovare la spensieratezza della sua giovinezza.

 Mio amato, sono trascorsi ormai parecchi mesi, quasi un anno per la precisione, dalla nostra ultima volta insieme e mi manchi. Mi manca il conforto della tua presenza, la dolce armonia della tua voce, e l'odore fresco e profumato di cannella della tua pelle... vorrei baciare le tue calde labbra, accarezzarti ancora... Non penso a quella misera stanza da cui siamo fuggiti, ma mi mancano le strade polverose della nostra arida terra, e continua a mancarmi la sua natura selvaggia e calda, l'odore invadente delle nostre spezie. Mi manca la nostra gente.

    Ludna fa un lungo sospiro, alza la testa dal foglio: lacrime copiose prendono a rigarle silenziose il volto scarno e le offuscano la vista. Lascia che scivolino libere come un piccolo ruscello che si fa strada tra i sassi, ma cadendo non fanno rumore. Gocce sparse vanno dalle mani alla penna e si fissano sul foglio, altre bagnano il tavolo. Per un attimo rabbrividisce ancora, ma spera di poter placare la solita morsa che l’afferra alla gola e le stringe il cuore.

 Quando ho ripreso a scrivere questa mia lettera volevo parlarti di tante cose, ma perdonami, adesso non trovo più la forza di continuare. Ti racconto solo questo.
Ieri sono andata alla spiaggia, camminavo e lasciavo le mie orme sulla sabbia. La spiaggia era silenziosa e deserta, e la sabbia, come al solito, compatta, così ho provato a scrivere il tuo nome piccolo, poi più grande... e non puoi immaginare quanto questo mi abbia dato conforto. Mentre scrivevo vedevo lo sguardo intenso dei tuoi occhi, il tuo volto dolce e bellissimo. Mi guardava, mi sorrideva e io ero felice, così camminavo e continuavo a scriverlo. Oggi sono corsa là, sicura di ritrovarti ancora, ma questa notte il mare ha cancellato tutto, non un segno qualsiasi, niente, la marea si era presa ogni cosa. La spiaggia appariva diversa, come se io non fossi mai passata di là e tu non fossi mai esistito. Allora ho capito. Ogni momento ha un suo tempo, il nostro è superato e non potrà più tornare. Provo amarezza al ricordo, mi ripeto che ormai devo farmene una ragione; ma ci sono giorni, come oggi, in cui la ferita geme di più.

Ti amo mio caro, ti amerò per sempre.

Tua devota Ludna

    Tira su con il naso, posa la penna, piega il foglio e lo infila in una busta. Non spedirà mai questa lettera. La ripone, con tutte le altre, in una piccola scatola di latta nel cassetto del tavolino.

***

    Se n'è andato il marito, da solo, una fredda notte di ottobre, accompagnato dal pesante frastuono della sala macchine di un grosso barcone a motore. Aveva solo ventidue anni. Intossicazione da esalazioni di gas, le avevano detto. Per fare posto ai vivi, era stato gettato nel mare Mediterraneo con altri compagni morti quella notte e il loro futuro sognato inghiottito da quelle acque fredde e distanti.
    Ne aveva visti morire tanti così nella stiva, vicino ai motori. Non riuscivano a respirare, vomitavano, i bambini piangevano, e chiedevano di uscire a prendere un po’ di aria, ma non era pronta a perdere proprio lui. Si è mai pronti? Se non l’avessero fermata sarebbe finita anche lei in mare, nel disperato ed estremo tentativo di raggiungere il suo amore.
    Conoscerlo, amarlo, era stato il dono più grande che la vita le avesse potuto dare, un universo, il suo universo, improvvisamente dileguatosi per sempre. Implorare il Cielo, pregarlo, scongiurarlo di prendersi anche lei… per giorni interi, sa Allah quanto ci avesse provato, ma senza alcun risultato.
    Ludna, sul ponte del barcone, disperata, provata da quel dolore lancinante, una pietra a giorni che le pesava sul cuore, congelata dal freddo e pressata da centinaia di altri disperati, ormai senza più forze, né interesse per la sua vita, irrimediabilmente sola, si sarebbe salvata. Il viaggio, lungo e pieno di insidie, su quel barcone che oscillava pericolosamente in balia delle onde, aveva in serbo per lei ancora giorni terribili, pressata da notti insonni interminabili: con le labbra bruciate dal sale, senza più lacrime per piangere, né cibo e acqua, in mezzo a compagni che continuavano a morire.
    Alla fine, la flebile luce, che vedeva accendersi all'orizzonte nelle notti cupe e tempestose e di sconforto più vivo, quella stessa luce che non rispondeva alle sue suppliche, l'avrebbe guidata fuori dalla disperazione, per consegnarle una nuova vita.
    Suo marito aveva sacrificato la sua perché fosse possibile e pensò che se avesse provato ad amarla, quella nuova vita, sarebbe stato un po' come continuare ad amare suo marito. Tutti i sogni che avevano fatto insieme, le parole stesse che si erano detti, non meritavano di essere calpestati, sarebbe stato come tradire il ricordo stesso.

Stefania Pellegrini ©

giovedì 14 maggio 2026

Racconto: Villa Belvedere

 



Il racconto è tratto dalla raccolta EVASIONI TRA LE RIGHE edita da CTL Editore Livorno


BUONA LETTURA


    Varcò la soglia di quella dimora dei primi del Novecento, un bel palazzo bianco, con fregi stile Liberty sulla facciata, circondato da un grande parco con statue in pietra e grosse piante secolari, e si sentì improvvisamente persa. Avrebbe trovato il modo di uscirne?
    La dimora, conosciuta come Villa Belvedere, era situata al colmo di una piccola collina che dominava il mare. Una larga e lunga scala centrale, in granito bianco, conduceva alla porta di ingresso che era a vetri con motivi floreali, incorniciati da ferro battuto nero.
    Mentre percorreva il lungo corridoio bianco, asettico e disadorno, fu avvolta da un enorme silenzio. Un silenzio a dir poco invadente che pareva volerle mettere a nudo l’anima e poi c’era quella luce opalina delle applique alle pareti, si sentì a disagio e non poté fare a meno di chiedersi cosa ci facesse là. Benché fosse stata una sua scelta, perché il luogo sperava rappresentasse la soluzione ai suoi continui malesseri, qualcosa la inquietava. Il mondo fuori le parve improvvisamente lontano, irraggiungibile.
    Le sarebbe bastato girarsi e oltrepassare di nuovo la porta, nessuno l’avrebbe obbligata a restare. Ma non lo fece. Non era tanto essere là a metterle ansia, ma il problema, quel problema che stava semplicemente dentro di lei, e fuori da lì non sarebbe stata meglio, finché non se ne fosse liberata.
    Purtroppo anche la sua fantasia di scrittrice, che la portava sempre a immaginare e scrivere nuove storie, non la stava aiutando a trovare spiegazioni per quello che le accadeva da un po’ di tempo.
    Serena era sempre più smarrita, con la sensazione di essere finita in mezzo a un fitto bosco buio, alla ricerca di un sentiero che la conducesse fuori dal labirinto dove era finita. Era sempre un camminare sotto un cielo senza i colori e la separazione da Sergio, in quella sua assenza che accresceva giorno dopo giorno la forza dell’amore che provava per lui, non faceva che peggiorare il suo stato d’animo.

***

    Tornò al presente, e si ritrovò in una stanza arredata semplicemente con un letto, una poltrona e un piccolo scrittoio in legno, le pareti erano rosa con una finestra che affacciava sul grande giardino sottostante. Si avvicinò ai vetri e il suo sguardo abbracciò piane di olivi millenari e vigne cariche di grappoli gravidi di succhi maturi, la distesa azzurra e immobile del mare in lontananza e vette acute di montagne sullo sfondo. Le parve per un attimo di trovarsi in una terra di mezzo, su una terrazza che dominava l’infinito.
    Quell’infinito, che tante volte aveva cercato tra le mura di casa sua, adesso l’aveva davanti. Lo guardava, eppure non provava niente, come avesse un’armatura intorno al cuore che impedisse alle sue emozioni di fuoriuscire.
    Scacciò l’idea… non le piacque. Provare… anche solo tristezza o rabbia, sarebbe stato sempre qualcosa, ma l’apatia no… non era nelle sue corde. Dove era finito il piacere?
    C’era qualcosa che non andava in lei da qualche tempo e quel qualcosa si era presentato, una mattina al risveglio, con la sensazione di non essere la persona della sera prima.
    Passarono le settimane e la sensazione si fece concreta certezza. Un giorno, all’improvviso realizzò, e iniziò a preoccuparsi. Possibile? In un lampo tutto le fu chiaro: stava entrando nei personaggi dei suoi romanzi. Li sentiva… erano dentro… si muovevano dentro di lei. La logoravano, la costringevano a condividere le loro ansie, ad assumerne gli atteggiamenti… a inseguirne le abitudini… in qualche modo le loro vite, e lei subiva incapace di ribellarsi.
    Provò a liberarsene, a strappare le pagine di quei romanzi, addirittura a bruciarle, ma inutilmente. Quelle compagnie scomode e ingombranti, che limitavano la sua creatività e la sua libertà d’azione, continuarono a farle visita, di tanto in tanto anche fino a sera, catapultandola in una realtà parallela, ostaggio delle loro manie.
    Spostò lo sguardo verso il mare e le sembrò di stare meglio. Una luce flebile accompagnata da una sensazione di pace si fece spazio in lei, ma si dissolse in un attimo e tutto tornò lontano come la montagna, come quelle vette che si lasciavano carezzare dallo sguardo.
    Il largo sentiero sterrato, che saliva dal paese poco più a valle, era deserto. Le si presentò come un fermo immagine privo di movimenti, di suoni, e le sembrò di essere finita fuori dal tempo.
    Sentì che faticava a respirare e cominciò a sudare. Così, forse nel tentativo di evadere da quello stato ansioso, la sua mente la portò su una spiaggia. La giornata era velata, poco luminosa e un vento gelido le si infilava sotto la maglietta salendole su, su, lungo tutta la schiena. Vide in lontananza due cavalli bianchi. All'improvviso uno dei due nitrì come a richiamare l’altro, ed entrambi partirono al galoppo. I loro corpi parevano dotati di una grazia nascosta e solcarono l’aria con un movimento fluido, come fossero dentro il sogno.
    Avanzavano verso di lei, che restò immobile a guardarli, incapace di muoversi. Galoppavano, testa e collo di ognuno allo stesso ritmo, galoppavano allineati. Un attimo dopo gli zoccoli toccarono la sabbia. Adesso erano vicini, così vicini, che poteva vedere bene le froge pulsare affannate, il sudore lucido sulle groppe. Ma… a un certo punto, uno dei due tornò indietro e svanì. L’altro si fermò, come in attesa.
    “Sergio, Sergio, dove sei? - Si lamentò a voce alta rabbrividendo. - Perché non sei qua con me?”
    Doveva chiamarlo, sentirlo almeno al telefono. Prese il cellulare e compose il numero di casa. Gli squilli risuonarono a vuoto, dall’altra parte nessuno rispose.
    In quel mentre fu chiamata per la prima visita medica.

***

    Qualche giorno dopo il suo arrivo, uno degli ospiti le parlò di un boschetto non lontano, all’incirca a un chilometro dalla Villa. Prese a farvi lunghe passeggiate, si inoltrava tra i sentieri e di tanto in tanto incontrava qualche piccolo scoiattolo che, appena la vedeva, s’arrampicava rapido sul tronco di un albero. In quel boschetto, di pini marittimi e alti cespugli di ginestre e rododendri e un mutare continuo di umori e colori, ritrovava ossigeno per il suo corpo stanco, e un po’ dell’energia di un tempo. Era una natura incontaminata che, per brevi momenti, l’aiutava a ritrovare anche un po’ se stessa.
    Trascorsero ancora dei giorni, qualche mese addirittura, ma Serena non stava meglio. Il più delle volte era una lotta continua contro quegli stati di doppia personalità.
    Eppure il medico l’aveva rassicurata, non era affetta da alcuna patologia preoccupante. Le parlava di un mondo che si era creata per sfuggire a qualcosa e, prima o poi, ne sarebbe uscita da sola. Ma a volte, lei si stancava di lottare, precipitava in un buco nero e finiva per sentirsi piccola, piccola, poco più grande di un guscio di tartaruga. Sì, come un guscio capovolto e sperduto in mezzo al mare. Vedeva Sergio salutarla dalla riva e la corrente portarla via… allora provava a tornare indietro, cercava di contrastarla con tutte le sue forze… quella corrente, ma il flusso impetuoso la trascinava via… via, sempre più lontano. Sergio, la terra ferma, si facevano grandi come un punto sulla carta geografica, poi più niente. Solo acqua, tanta acqua tutto attorno.
    Quelli era i momenti di maggiore spaesamento, di forti mal di testa che la lasciavano esausta, con attacchi di ansia e crisi di pianto.
    Gli episodi dissociativi continuarono a importunarla, forse con minore intensità di prima o fu solo una sua impressione. C’è da dire, però che, in certe ore della giornata, l’idea del volto di Sergio cominciava a portarle un po' di conforto e serenità, anche se ogni nuovo giorno, passato lontano da lui, era sofferenza e smarrimento, e spesso la notte si svegliava e guardava il soffitto per ore, o si girava nel letto senza riuscire a riprendere sonno.
    Un mattino, durante la solita passeggiata, le parve di averlo vicino. Lui era lì, lo sentiva respirare. Era dietro di lei, ne era certa, ma non trovò il coraggio di chiamarlo. Poi in mezzo ai suoni del vento le arrivò l’eco della sua voce, e lei d’istinto si voltò. Ma non lo vide, non c’era. Turbata e delusa si soffermò a ricordare i tratti del suo volto, il sorriso, il colore degli occhi, ma notò che certi particolari le sfuggivano. Continuò a cercare, e trovò solo un vuoto dentro, profondo come quello di un pozzo di cui non vedi il fondo.

***

    Una domenica pomeriggio sua figlia Simona le portò un romanzo da leggere. L’aveva trovato in casa su un ripiano della libreria. Era un libro appartenuto a Sergio che Serena aveva dimenticato proprio lì, su quello scaffale e le bastò un attimo per ricordare, e riconoscerne la copertina, perché l’aveva regalato lei stessa al marito.
    Le fece piacere averlo con sé, pensò che sfogliare quelle pagine, sentirne gli odori, sarebbe stato un po’ come, ritrovare il piacere di certi silenzi condivisi, risentirne i respiri, sfiorare le impronte lasciate sulla carta. Passò le sue mani sulla copertina liscia più volte, ma non riuscì ad aprire il libro. Certi ricordi erano ancora tutti lì, dentro di lei, come fantasmi pronti a pugnalarla alle spalle. Di loro portava già troppe ferite che sanguinavano in silenzio, molto meglio non provasse a risvegliarli.
    Tenne le considerazioni per sé e rientrando in camera appoggiò il romanzo sullo scrittoio, avrebbe provato a leggerlo più avanti, quando si fosse sentita pronta. La giornata, e riavere il libro in particolare, l’avevano provata. Si sedette sulla poltrona azzurra che aveva avvicinato alla finestra e in breve si appisolò.
    Quando fu risvegliata per la cena, la sera era già scesa da un pezzo. Il silenzio della stanza le risuonò attorno come la dissonanza di una canzone nostalgica, che l’attirava verso ombre lontane; un gusto di mandorle amare le salì in bocca. Guardò oltre la finestra in cerca di una visione confortante, ma il buio aveva indossato il suo vestito più cupo. Rabbrividendo, scese per la cena.
    Passarono ancora alcuni giorni. Il libro era ancora sullo scrittoio, nella stessa posizione della prima sera, Serena non l’aveva più toccato e lo evitava di proposito. Poi una mattina, appena risvegliatasi dopo aver sognato suo marito, trovò il coraggio di riprenderlo in mano. Con timore ancora, ne sfogliò lentamente alcune pagine e fu allora che trovò il biglietto, un biglietto ripiegato. Lo aprì incuriosita e, quando ne riconobbe la calligrafia, le sue mani presero a tremare. Cercò la poltrona per sedersi, assalita da un improvviso mancamento.
    “Mia cara - scriveva suo marito - so di non avere più molto tempo.” Gli occhi le si inumidirono, ma cercò di reprimere l’emozione e seguitò a leggere:
    “Mesi? Forse solo poche settimane, ma me ne vado sereno. Mi hai regalato momenti indimenticabili. Sei stata la cosa più bella che potesse capitarmi…”
    Si alzò a prendere un fazzoletto dal cassetto per asciugarsi il viso rigato dalle lacrime, poi tornò alla poltrona e riprese a leggere:
    “Ti scrivo perché non voglio che la mia scomparsa ti faccia alzare un muro attorno e ti porti a isolarti dagli altri. Devi continuare a vivere! Devi farlo per me, perché attraverso te continuerò a vivere anch’io.”
    Non riuscì a proseguire, sentì formarsi un nodo in gola, poggiò il foglio sullo scrittoio e andò in cerca di una giacca per scendere in giardino.
    Aveva bisogno di aria.
    Si era sforzata di impedire a Sergio di morire per tenerlo con sé, ne aveva negato il fatto, nella speranza di poterlo riportare indietro, si era chiusa in un altro mondo, ma lui era morto, e ora era il momento di lasciarlo andare.
    Si diresse verso la fontana in pietra, situata in mezzo al grande giardino davanti alla Villa, per sedersi sulla panchina in ferro lì vicino. Gli altri ospiti erano nelle loro camere e c’era attorno un’aria ferma, quieta, la pioggia del giorno prima aveva smesso di cadere, ma la temperatura era scesa di qualche grado.
    Raggiunse la sottile linea del mare con lo sguardo. Il tramonto si stava compiendo sulla lunga distesa azzurra. Una miriade di pennellate in cielo, rosse, arancio, gialle, stavano virando verso il rosa, sfaldandosi sarebbero presto state assorbite dal blu della sera. Una nota positiva le risuonò in petto, e poco dopo, un po’ più serena, ritrovò la forza di rientrare in camera.
    Quel giorno finì così e per la prima volta dopo del tempo, andò a letto con la sensazione di essersi liberata delle sue compagnie ingombranti.
    Sognò Sergio che le diceva:
    “Sappi che io non ti lascerò mai veramente. Non mi vedrai, ma ogni volta che mi chiamerai io verrò a trovarti, sarò sempre vicino a te.”
    Si risvegliò con quel ricordo e si sentì di buon umore.
    Trascorsero ancora dei giorni, e dopo di allora qualcosa cambiò. I suoi personaggi scomodi a volte si ripresentavano, ma sempre con visite brevi e prese a sperare che rientrassero presto tra le pagine dei suoi libri. I sogni iniziarono a portarle una vaga sensazione: Sergio, benché non lo vedesse, era lì con lei. A volte lo sentiva nella stanza, altre sdraiato sul letto con il suo tepore sul petto, il respiro lento e tranquillo.
    Una mattina, ripensando a tutto questo, le venne da fare una considerazione: Incredibile, passi giorni, mesi, anni, accanto a qualcuno e mai pensi alla sofferenza che può darti la sua mancanza. Non gli parli del bisogno che hai di lui, di quanto sia importante per te, dai tutto per scontato.
    Se ne andarono ancora alcune settimane, tutto sommato abbastanza tranquille, poi un lunedì…
    Uscì presto quella mattina, il cielo era terso, pareva aver assunto la trasparenza dell’acqua, ma la temperatura, scesa di brutto, aveva reso l’aria molto fredda e fuori non incontrò nessuno. Con il suo cappotto di panno verde petrolio, il cappello e i guanti di lana neri si avventurò verso il sentiero che scendeva fino al paese. Cercò un taxi e all’autista chiese di essere portata a un certo indirizzo.
    L’auto, appena fuori dall’abitato, superò un paio di tornanti, poi prese un lungo rettilineo costeggiando filari di vigne dai toni rossastri e bruniti, in parte già spogli. Lo spettacolo della natura e quei colori trasmisero a Serena un senso di pace, ma davanti all’aspetto desolato delle vigne si sentì pervasa da un velo di tristezza.
    Dopo una decina di minuti il tassista fermò l’auto davanti a un’alta cancellata in ferro. Aspettò che la donna scendesse, poi si accese una sigaretta.

***

    Al cimitero che dava sulla strada si accedeva da una stradina laterale. Serena si addentrò in quella grande oasi silenziosa dove regnava la pace dell’eterno. Alti cipressi costeggiavano la via centrale e sentì un forte odore di crisantemi.
    Percorse alcune stradine laterali sterrate oltrepassando tombe di marmo bianco e di granito nero, alcune sormontate da statue di figure angeliche, veri e propri monumenti funebri maestosi ed eleganti.
    Quando arrivò davanti a una lapide, in marmo con una piccola croce a lato, ne accarezzò con una mano la foto e disse semplicemente:
    “Ciao amore, mi hai chiamato?”
    “Finalmente ho trovato la strada. Lo so è la prima volta che torno dopo il funerale. Ho avuto bisogno di tempo. Mi ero persa, convinta che negando la tua morte…”
    Sentì un nodo in gola, cercò di deglutire, poi riprese:
    “Non avrei dovuto farlo, solo ora mi accorgo. Sono stata egoista.
    Poi, ho trovato il tuo biglietto… e ho capito.
    L’avevi lasciato in un romanzo di Wilburn Smith, ricordi? Be’, con quello ho realizzato. Ho capito che dovevo lasciarti andare, non potevo continuare a tenerti così, morto… Sei morto!
    Ho vissuto in un mondo parallelo per non soffrire e questo mi ha allontanato da te… o sei tu che ti stai allontanando da me?... Non ci capisco più niente, perché quando cerco di ricordare qualche particolare di te, ti trovo sempre meno. È come se la tua immagine si facesse sempre più confusa e se ne stesse andando pian piano dalla mia mente, e questo mi ha fatto… mi sta facendo paura, non voglio che accada.
    Ho ancora il cuore a pezzi, ma non fuggirò più, te lo prometto.”
    Guardò l’orologio, doveva andare. Si avvicinò alla foto sorridente del marito e gli diede un bacio, poi si asciugò le lacrime e si incamminò verso l’uscita.
    “Da sola ritroverà la via, le aveva detto lo psicoterapeuta.” Ma senza l’aiuto di Sergio - pensò - chissà se ci sarei riuscita.
    Quando tornò a Villa Belvedere, chiese di parlare con il suo dottore. Era pronta a tornare a casa. Adesso era certa, i suoi personaggi scomodi l’avrebbero lasciata in pace.
    Sarebbe andato tutto meglio. Sentiva che sarebbe stato così.
    Con il tempo il dolore, per l’assenza del marito, si attenuò, ma non scomparve, cambiò solo forma. Da profondo, prepotente, assoluto, come una tenaglia che le stringeva il cuore, si fece una sorta di compagno malinconico, paziente e accomodante, e Serena lentamente riprese a vivere. Nei giorni in cui era particolarmente triste e vedeva il mondo girarle attorno irraggiungibile e lontano, saliva al cimitero, riferiva a Sergio i suoi pensieri, e gli parlava delle sue giornate.

Stefania Pellegrini ©



venerdì 20 marzo 2026

Il ballo di Vera e Vito

 


Ispirato da una storia vera

BUONA LETTURA

L’ampia stanza è piena di gente, la festa è appena iniziata. Una sala da ballo si direbbe con festoni appesi alle pareti tra cui grossi fiocchi e fiori in carta crespa colorata. I tavolini e le sedie sono allineanti lungo la parete a destra per lasciare uno spazio libero al centro per chi desideri ballare.

Sul fondo, al centro, è disposto un gruppo composto da tre musicisti con chitarre e pianola. La cantante, una moretta carina, sta intonando una canzone.

Vera entra per mano a Vito con il passo lento, leggermente dondolante, incerto. Tiene lo sguardo leggermente abbassato, i suoi capelli sono grigi, lisci, ravviati alla bene meglio.

Si aggiusta gli occhiali di metallo in un gesto di imbarazzo, e si appoggia alla mano di Vito che la sta guidando verso due sedie ancora libere. Quel clima di allegria che si rincorre nella sala, la stordisce, le fa provare una sensazione di disagio. Cerca di ignorarlo dicendosi che non ha motivo di farsi suggestionare dall’ambiente. Accanto ha Vito.

Di riflesso a quel pensiero, volge lo sguardo verso il compagno. Pensa alla sua anima gentile, alla sua capacità di accogliere i suoi capricci e scatti di insoddisfazione sempre con pazienza, pronto ad assecondarla con i gesti che un cavaliere di altri tempi rivolgerebbe alla sua dama. A lei piace questa sua premura rispettosa, sembra dirle che di lui può fidarsi.

Vito si alza, le solleva dolcemente la mano e la guida lentamente verso il centro della stanza dove qualcuno sta già ballando.

È sempre ben vestito, anche oggi indossa pantaloni lunghi di gabardine beige e una polo di colore abbinata. Ha uno sguardo dolce, paziente, ancora piacevole con i capelli brizzolati pepe e sale leggermente mossi, i baffi e occhi vispi.

Il suono degli strumenti riempie la sala, al centro la coppia dondola lenta. Vera è goffa, pare un po' frastornata tra le braccia del suo compagno che la guida con garbo e dimostra le capacità di un esperto ballerino. Non sa dirsi perché abbia accettato l'invito, con lo sguardo smarrito segue un punto lontano, ma dopo tutto non le dispiace di essere lì in mezzo anche se si accorge di non avere più la leggerezza e la disinvoltura di un tempo.

Un tempo. Ecco... se c'è stato. C'è stato, ma sarà stato quasi mezzo secolo prima, si dice.

Dentro di sé c'è ancora quella Vera, ma ne è passata tanta acqua tra gli argini dalla donna allegra e piacevole che probabilmente è stata.

Vera continua a muoversi al ritmo della musica, la giovane cantante sta intonando Yesterday dei Beatles, Vito la cinge per la vita con delicatezza e sente che le gira un po’ la testa. Stranamente quella ballata lenta non le procura malinconia, ma accende qualcosa dentro di lei che le suggerisce di lasciarsi andare, di abbandonarsi al ritmo delle note e scopre siano movimenti che le procurano benessere perché vanno a mitigare il suo bisogno di attenzioni, e di vicinanza.

Spesso è spaventata da quei malesseri che la fanno sentire un oggetto inutile, abbandonato al degrado dei giorni e quando capita se la prende con la figlia con pensieri mai positivi.

Se almeno la vedessi anche solo qualche volta... invece, quella là è senza cuore e chissà dov’è andata. Ma quando si farà viva gliene dico quattro. Se ne frega di me. Deve sapere come la penso.

Per fortuna ha le braccia di Vito, come adesso, e la sua presenza, a scacciare i tarli molesti, e trova quel senso di pace, che non sa spiegarsi da dove arrivi, ma è come un giglio spuntato da sotto la neve ghiacciata, sempre inatteso.

Torna a sedersi, il suo volto è come trasognato, alza lo sguardo verso di lui, e le sorride aprendo leggermente quelle sue labbra così abituate a restare contratte. Nei suoi occhi si è accesa una strana luce viva, probabilmente da un fiorire di tiepida gratitudine.


Ad un certo punto, in un angolo della sala si crea un po’ di movimento da un avvicendamento di persone, presto sarà tempo di intervallo per i musicisti e della merenda per tutti.

Su alcuni tavoli posti al fondo sono apparse teglie di torte e tranci di pizza, la musica si è già interrotta, e qualcuno si alza, qualcun altro prende a parlare animatamente.

In quel preciso istante, una giovane donna, apparsa sulla porta, guarda in giro come se cercasse qualcuno, poi decisa va verso di loro.

Che ci fai qui? Dove sei stata per tutto questo tempo?” Esordisce con tono brusco e risentito Vera.

Ciao mamma, ci siamo viste appena due giorni fa. Ti ricordi?” Aggiunge sorpresa la giovane. “Lo sai che lavoro e non posso passare tutti i giorni. Come stai oggi?”

Vera si riprende subito, e risponde con lo stesso tono:

Bene, bene. Come vuoi che stia?”

Una donna dello staff nota la nuova arrivata e si avvicina per salutarla, in mano tiene un bicchiere di plastica con una bibita che porge a Vera e Vito.

Allora, che ve ne pare non è una bella festa?”

Sì – risponde Vera, accennando un tiepido sorriso – dovreste organizzarle più spesso.” Tanto basta per farle tornare il sereno sul volto. Si volge ancora verso la figlia, e aggiunge con voce giuliva:

Mi sto proprio divertendo.”

Vera continua a parlare mentre Vito dal canto suo è rimasto in silenzio e in disparte. Sta provando un po’ di disagio per la situazione, e ha lasciato la mano della compagna facendo un passo indietro. Ora vorrebbe tanto essere da un’altra parte, allontanarsi, ma per educazione resta lì come un allocco.

Quando, dopo qualche minuto, la donna si accorge di non averlo più accanto, con fare leggero, dice alla figlia:

Oh, ma che sbadata. Non vi ho presentati, sono proprio maleducata”. E volgendosi verso di lui aggiunge sorridendo:” Questo è Vito.”

Ma sì mamma - aggiunge la figlia – tranquilla, me l’hai già presentato.”


Prima che un susseguirsi di giorni scanditi dalle stesse ripetizioni non l’avessero avvolta in un velo di profonda solitudine, Vera credeva di ricordare quasi tutto, ma ora non ne più tanto sicura.

Forse Vito ha ancora una moglie, ma con lei lui è accorto, affettuoso, e le dà la compagnia di cui ha bisogno, che importanza può avere allora il resto, lui non ne parla e lei quella donna non l’ha mai vista.

La loro frequentazione non è nata tanto da una specie di attrazione, ma più per un'abitudine, consolidata tra loro, di condivisione. Il tempo di Vera e Vito non è più fatto di iniziative e di domande o aspettative, entrambi hanno bisogno di una quotidianità gestita da altri che non crei conflitti o dubbi e soprattutto di abitudini per poter trovare la sicurezza dietro cui ripararsi, e proteggersi da ciò che appare loro sconosciuto e faccia paura.

Se non c'è più percezione del prima si può parlare solo di tempo sfumato ed è quindi un tempo fuori controllo il loro, che in qualche modo li ha sconfitti, eppure entrambi sono riusciti a trovare una loro dimensione dove le emozioni continueranno a esistere perché i loro cuori, per suonare la stessa nota, non hanno bisogno di tempo, né di memoria.

Inedito 2026

Stefania Pellegrini©

TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALL'AUTRICE©


mercoledì 14 gennaio 2026

Uno sbaglio di gioventù

 


Joaquin Sorolla

Buona lettura


    “Volevi vedermi?”

    “Sì, tua nonna Elvira dice che mi è partito il cervello, ma quella là cosa vuoi che capisca, è vecchia. Ho bisogno che tu mi faccia un grosso favore.”
    “Certo, sai che puoi contare sempre su di me.” Rispose Luca.
    “Prima però devo raccontarti una storia accaduta tanti anni fa. È un po’ lunga quindi siediti comodo vicino a me.”
    Prese le mani del nipote tra le sue e proseguì: “Le mie gambe non reggono più e sono costretto su questa sedia a rotelle, ma sai che la testa mi funziona ancora.”
    Il giovane guardò il nonno con tenerezza, i suoi occhi un po' velati e pensò che non aveva motivo di dubitare di lui.
    “Certo nonno, vai avanti - gli rispose sorridendogli con dolcezza - non preoccuparti, ti ascolto volentieri.”
    “Ti ringrazio figliolo è importante per me.”
    “Al tempo di questa storia, ero appena un ragazzino, avrò avuto circa quattordici, quindici anni ed ero un po' vivace. Frequentavo un ragazzo di un paio di anni più grande e spesso insieme a lui mi mettevo nei guai. Niente di così riprovevole, ma spesso trasgredivo le regole che i miei genitori mi ripetevano con qualche scappellotto.
    A scuola, in quel periodo, ero distratto, mi annoiavo e raggiungevo a malapena la sufficienza. Stavo crescendo ed ero in eterno conflitto con me stesso, e ogni volta che dovevo fare una scelta era sempre quella sbagliata. I miei davano la colpa alle cattive compagnie, ma era solo perché non sapevo come usare la testa.
    Erano i primi di giugno, la scuola stava per finire e non avevamo compiti da fare a casa, così passavo i miei pomeriggi in giro con gli amici. Pranzavo e uscivo subito per andare in piazzetta ad aspettarli seduto sugli scalini vicino alla fontana. Eravamo un gruppetto di tre, a volte di quattro ragazzi, più o meno della stessa età. Ascoltavamo musica, o fumavamo qualche sigaretta fregata agli adulti, ma il più delle volte organizzavamo qualcosa.
    Spesso finivamo per sottrarre, per qualche ora, la vespa al fratello più grande di Enzo, il mio più caro amico, ed era sempre uno spasso, qualcosa che ci elettrizzava, anche perché sapevamo che i grandi non volevano. Pochi ancora potevano permettersi quel mezzo per noi proibito ed entrarne in possesso ci faceva sentire adulti. 
    Enzo sapeva come mettere in moto quella vespa rossa fiammante, quindi era un gioco da bambini prendercela, girare la chiave, avviare e via. Dopo una mezz’ora, a volte un’ora, rimettevamo la vespa al suo posto e ci andava sempre bene perché nessuno, ma soprattutto il fratello, ci beccava mai.
    Ci salivamo anche in tre e correvamo a tutto gas per i viottoli dei campi o tra i sentieri di ghiaia e terra. Le gambe penzoloni, i capelli liberi al vento, l’aria che ci veniva incontro in pieno viso, le grida… era divertente impennare il mezzo, ancora più spassoso se qualcuno cadeva a terra. Ridevamo fino quasi a farci venire le lacrime agli occhi. Ci sentivamo padroni del mondo e invincibili.
    Possedere una vespa a quell’età, la fine degli anni cinquanta, era il sogno di ogni ragazzo, ma i nostri genitori non potevano permetterselo e la scusa che sentivamo più spesso era: “C’è la bicicletta del nonno dietro il fienile, se vuoi prendi quella, con quei cosi potresti farti male e poi non hai l’età.”
    Quel giorno all'appuntamento in piazzetta arrivò solo Enzo. Gli altri, avevano preferito andare al fiume e non ci avevano aspettato.
    Faceva caldo e c’era afa. Sotto il sole pareva stare come sopra a un girarrosto. I nostri genitori erano tornati nei campi per i fieni, e noi eravamo riusciti a svignarcela con la scusa dei compiti. Purtroppo per prelevare la vespa, senza essere beccati, dovevamo aspettare ancora una buona mezz’ora perché erano appena le due del pomeriggio.
    A quei tempi non sapevamo neanche cosa fossero i cellulari, né tanto meno il telefono fisso nelle case. Per ascoltare un po’ di musica dovevamo usare una radiolina a pile, ma quel giorno non avevamo neanche quella. Ragazzine in giro non ne vedevamo e ci annoiavamo.
    Enzo tirò fuori due sigarette del fratello e ci mettemmo a fumare mentre ci allontanavamo dalla piazzetta per imboccare il sentiero che all’epoca andava verso campi coltivati. 
    In giro non incontrammo nessuno, faceva troppo caldo.
  Poco prima di lasciare il paese, un po’ isolato, c’era un muretto a secco basso che divideva due proprietà e dove ci piaceva sederci perché era lontano dallo sguardo critico degli adulti. Quel giorno lo raggiungemmo per chiacchierare della nostra estate che avremmo trascorso separati.
    Enzo sarebbe salito agli alpeggi con la famiglia, mentre i miei mi avrebbero mandato al sud a trascorrere le vacanze al mare dai parenti e mi aspettava un’estate in barca a pescare con nonno Annibale. Per qualche mese non ci saremmo visti ed eravamo abbastanza contrariati per questo, ma purtroppo a quell’età sono gli altri a decidere e noi potevamo solo ubbidire.
    Dicevo prima che faceva parecchio caldo e a un certo punto ad Enzo venne l'idea di comprarci un gelato. Ma non avevamo soldi. Di quelli ne vedevamo sempre pochi e in casa i miei non ne lasciavano.
    Con qualche lira racimolata rovistando tra i nostri salvadanai riuscimmo a passare dalla latteria per comprarci un Mottarello.”
    Allo sguardo interrogativo di Luca l’anziano precisò:
    “Oggi non esistono più latterie come quelle e quel tipo di gelato credo non lo producano più. Era un cuore alla panna su un bastoncino di legno rivestito di cioccolato fondente. Buono.
    Comunque mentre stavamo aspettando il nostro turno, Enzo vide qualcosa luccicare sul pavimento. Pensando a una monetina, si chinò per raccoglierla e lesto la mise nella tasca dei pantaloni.
    Nella latteria oltre a noi c’era una donna che stava conversando con il proprietario, ma nessuno dei due si accorse del gesto. Comprammo felici il nostro gelato e uscimmo ridendo dal negozio con la nostra piccola sorpresa.
    Ci allontanammo gustandoci quello stecco che ci sembrava speciale perché non era così usuale, come oggi, mangiarne uno. Quando ci sentimmo al sicuro, al solito muretto, Enzo estrasse l’oggetto dalla tasca. Ma quella che credevamo una monetina, era una medaglia in oro.
    Io avrei voluto riportarla subito al negoziante, Enzo diceva no che l’avrebbero incolpato del furto e sarebbe passato per un ladro.
    Insomma per fartela breve, tra una discussione e un'altra, non la restituimmo.


    Luca, che in tutto quel racconto non aveva avuto il coraggio di interrompere il nonno, attese curioso il finale della storia.
    Il vecchio mise la mano in tasca ed estrasse qualcosa.
    “Eccola, ce l’ho ancora io. Enzo all’epoca voleva disfarsene per non fare brutta figura e per timore dei suoi, così me l’ero fatta dare e per tutto questo tempo l’ho custodita in una scatola. L’altro giorno, facendo mettere in ordine alla nonna, è di nuovo saltata fuori.”
    “Adesso quello che ti chiedo è di trovarne il proprietario. Voglio restituirla a lui o ai suoi familiari, non è giusto che continui a tenerla io.” Gli disse mostrandogliela.
    “Hai visto? È una medaglia concessa al Valor Militare. A quel tempo eravamo ragazzini e non ne capivamo l’importanza, ma adesso so cosa possa aver significato per chi l’ha ricevuta e perduta.”
    “Vedi – disse girando la medaglia – abbiamo il nome: Rino e il cognome: Tassoni, non dovrebbe essere difficile rintracciarne il proprietario o la famiglia.”
    “Nonno, ci proverò. Ma è passato tanto tempo. Perché non l’hai fatto tu prima?”
    “Non lo so. All’epoca ero un ragazzo e dopo è finita in quella scatola dove tenevo i ricordi di gioventù e me ne sono completamente dimenticato.”

    Il sabato successivo, come d'abitudine, il nipote tornò a trovare il nonno.
    “Allora, che notizie mi porti? Sono impaziente di sapere.” Gli chiese l'anziano.
    “Ecco nonno, non molto. All’archivio del comune ho trovato diverse famiglie con quel cognome e due persone hanno anche lo stesso nome, ma uno appartiene a un bambino di dieci anni e l’altro a un uomo morto da qualche anno. Tu mi dirai è quello, ma non è così.”
    La nonna entrò nella stanza e Luca, ad un cenno del vecchio, portò il suo discorso su altro. Capì che lei era all'oscuro delle intenzioni del nonno e aspettò che tornasse in cucina per riprendere il racconto.
    “Sono passato all’indirizzo indicato e ho trovato un’anziana che da uno spiraglio di porta, mi ha assicurato che suo marito Primo non ha mai ricevuto alcuna medaglia al valore e a me è sembrato scortese insistere. A quel punto è intervenuta una donna piuttosto giovane che, spalancando la porta, mi ha suggerito di ripassare per parlare con la nipote.
    Oltretutto perché quel nome... Primo? Sono comunque tornato e ho scoperto che l’anziana ha l'Alzheimer, e da quando ha perso il marito non ricorda più niente. Mi dispiace. Sai però, la cosa più incresciosa è che neanche la nipote mi è stata di aiuto, sa solo che il nonno aveva fatto parte di una formazione partigiana che ha combattuto per la liberazione, ma nessuno le ha mai parlato di una medaglia.”
    “A questo punto ci rimane solo la speranza che la nipote chieda, come mi ha promesso, all’unica sorella ancora in vita dell'uomo.”
    “E quindi? Che facciamo?” Aggiunse preoccupato il vecchio.
    “Quindi, non so. Potrei pregare un amico che lavora al giornale di pubblicare un annuncio, ma non so se funziona. Per intanto aspettiamo. Se non escono novità credo sia il caso che continui a conservarla tu.”
    “Ah dimenticavo, ho lasciato il numero del vostro telefono, se esce qualcosa chiamano qua. Ma non ci sperare troppo.”

    Un mese se ne andò senza alcuna novità, ma quando l'anziano aveva ormai perso le speranze, Luca, spulciando su internet un elenco dell’A.N.P.I. sulle medaglie d’oro concesse al Valor Militare, rintracciò un cognome uguale alla persona che stavano cercando e scoprì trattarsi di una medaglia consegnata in memoria. L’uomo, un contadino, nato nei pressi di Modena nel 1914, era caduto a Monte di Santa Giulia di Palagano, provincia di Modena, il 9 gennaio del 1945. Fine della storia.
    Poteva trattarsi di lui, ma poteva essere solo un caso di omonimia. Se non ché qualche giorno appresso il nonno ricevette la telefonata che aspettavano e si poté fare completa chiarezza.
    Alla visita che seguì in presenza di Luca, la donna raccontò di due suoi fratelli, i primi nati di otto, a cui i genitori avevano dato lo stesso nome: Rino, distinguendoli con Primo e Secondo. Ambedue furono arruolati, ma quando giunse l’8 settembre entrarono in una formazione partigiana. Quando finì la guerra Rino Primo, che lavorava in fabbrica, tornò vivo a casa, mentre l’altro, che si occupava della terra dei genitori, caduto sotto il fuoco nemico, ci tornò in una bara.
    Quando la famiglia ritirò la medaglia concessa in sua memoria, lei era piccola  e non capiva poi molto sul suo reale significato. Così un giorno per farla vedere a una amica e potersene vantare la prese di nascosto e se la mise in tasca.
    Caso volle però che la mamma la chiamasse e le ordinasse di andare subito a comprare una bottiglia di latte. Quando la bimba arrivò in latteria, ed estrasse i soldi per pagare, la medaglia le scivolò via dalla tasca e tornata a casa si dimenticò dell'amica e della medaglia
    Fu solo, qualche giorno dopo, quando i genitori si accorsero della sparizione e misero a soqquadro la cascina, che si accorse di non averla più nella tasca del grembiule e cercandola non la trovò da nessuna parte. L'anziana raccontò anche che quella sparizione aveva fatto soffrire molto la madre perché era l'ultima cosa che le rimaneva del figlio, ma per il timore di punizioni la bambina non aveva mai detto di averla presa lei e di averla poi smarrita. 
    "Tutto è bene quel finisce bene", pensò il nonno. Dopo quasi settant'anni la medaglia tornava a casa e lui poteva mettere a tacere la sua coscienza, rimediando, se pur con molto ritardo, a uno sbaglio di gioventù. Ma tale pensiero non lo consolò. Con il suo gesto irresponsabile, per la scelta sbagliata e la sua mancanza di coraggio, aveva fatto soffrire qualcuno, e a questo non avrebbe mai potuto porre rimedio. 
    - Il coraggio, pensò,  è una virtù che non tutti hanno, soprattutto a quindici anni. Spesso si finisce per dare ascolto alla testa degli altri, perché è la scelta più semplice, ma non si pensa mai alle conseguenze. -

Stefania Pellegrini©

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giovedì 11 dicembre 2025

Re Inverno

                                     


Buona lettura

    Re Inverno raggiunse puntuale, come ogni anno, il palazzo dove avrebbe soggiornato per i successivi tre mesi. Nell'aria, però, mancava il pungente freddo che spesso aveva accompagnato la sua venuta. I passerotti cinguettavano allegramente tra i rami degli alberi e il bosco, circostante il palazzo, aveva mantenuto a tratti, tra le fronde degli alberi, il rossore cocente della stagione appena trascorsa.
    Ad attenderlo trovò ancora i piccoli folletti dell'Autunno, tutti vestiti d'arancio e di giallo, con un simpatico cappellino a punta e il mantello rosso.

    “Ma come può essere? Si chiese il Re, nessuno ancora sa del mio arrivo?”
    “C'è qualcuno qua? Siete tutti spariti?” alzò la voce per farsi sentire, ma dovette ripeterlo più volte prima di essere raggiunto dai suoi spiritelli.
    “Dove eravate, briganti?”
    “È questa l'accoglienza per il vostro Sire? Cosa sta succedendo, ditemi?”
    “Vedete Sire, rispose il più grande e coraggioso, l'inquilino del piano di sopra, mister Vento va raccontando qua e là di aver incontrato una bella fanciulla sulle dune del deserto e di essersene innamorato. Va e viene spesso allegramente e purtroppo quando torna, si mette a corteggiare l'aria che conquistata dai suoi balli, dai suoi racconti, si scalda. Gli alberi riprendono a germogliare, l'erba a spuntare, ogni giorno il cielo si presenta azzurro”.
    “E noi, mio caro Sire, ci siamo rinchiusi sulla torre più alta del castello, perchè il caldo ci sfinisce.”
    “Così non va bene, io che ci sto a fare? Dobbiamo riportare ordine, ripristinare l'equilibrio, altrimenti tutto salta! Avete capito?” - gridò ancora, infuriato.
    “Via su, mettevi a lavoro.”
    “ Dove sono Brina e Gelo? Su svelti, chiamateli!! “
    Poi, convocati i suoi ambasciatori, tre grossi corvi neri, li incaricò di cercare subito il Vento del Nord.
    “Portatelo a palazzo a qualunque costo, disse loro, ne va della vostra pelle”.

    Passavano i giorni, re Inverno cominciava a preoccuparsi seriamente. Dei corvi e del Vento del Nord non riceveva notizie e, fuori nel giardino del palazzo, l'erba continuava a spuntare verde e tenera. Una piccola rosa aveva messo fuori la sua testolina rossa su un ramo potato, e il cielo era sempre limpido e azzurro.
    Ogni tanto compariva qualche piccola velatura che s'addensava sul bosco, ma con il sopraggiungere del sole si scioglieva. Sebbene Brina fosse piena di buona volontà, e creasse la notte bellissimi merletti bianchi sul muschio e sull'erba appena spuntata, i primi raggi del mattino vanificavano il suo lavoro.
    Gelo poi se ne stava ben chiuso tra le segrete del castello e non provava certo a far qualcosa, lo trovava inutile e faticoso.
    L'aria pareva soggiogata dagli spiriti del buon umore e dell'allegria, canti e balli andarono avanti per giorni e giorni.
    Poi una mattina, una ventina dalla partenza degli ambasciatori, gli alberi furono scossi da forti raffiche d'aria gelida, mulinelli di foglie andarono a scontrarsi qua e là, in breve il prato del giardino del palazzo fu ricoperto di un bel tappeto ruggine e s'udì in lontananza il gracchiare di corvi.



    Gli scoiattoli svelti si rintanarono nelle loro tane, i folletti dell'autunno, come per magia, scomparvero nelle insenature degli alberi. La luce si fece ben presto grigia e al seguito del nuovo arrivato: il vento del Nord, comparvero nel cielo grandi masse di nuvoloni neri.
    Ma il vento del Sud che non aveva alcuna intenzione di lasciare il suo territorio, dichiarò guerra all'intruso.
    In breve nel bosco si scatenò il putiferio, i due venti presero a scontrarsi a calci e pugni, e fu tale la violenza che le chiome degli alberi, i cespugli, presero ad agitarsi freneticamente, in preda a un fremito convulso. I tronchi scossi da raffiche terribili si piegavano, qualcuno non resistette alla forza prepotente, e si schiantò al suolo.     L'erba più volte schiaffeggiata dai venti si acciaccò sfinita sul terreno, i passerotti fuggirono spaventati, e gli insetti infilarono lesti le loro testoline nei tronchi.
Il cielo, a questo punto, cominciò a scaricare acqua e fu il segnale. Il Vento del Sud capì di aver perso la battaglia e fuggì lontano.
    Avvertito, il Re ordinò a Brina di mettere, rapidamente, il vestito suo più bello e di andare a ricevere il signor Vento del Nord.
    “Mi raccomando, le disse, sei bella, affascinante, usa tutte le armi di seduzione che conosci.”
    Poi passò a dare ordini per il ballo che decise di tenere subito alla sera.

    Nel frattempo il Vento del Nord, dopo aver sconfitto il suo avversario, entrò rumorosamente a palazzo sbattendo porte e finestre. Brina, accorsa precipitosamente a riceverlo, trovò il modo, con grazia,  di calmarlo all'istante.
    La giovane era affascinante, nessuno le resisteva a lungo.
    I suoi occhi azzurri erano così trasparenti da ricordare il colore dell'acquamarina.
    Con il candore della pelle, la figurina snella e aggraziata, la voce dolce e sensuale, accompagnata da delicate movenze, riuscì a conquistare il Vento del Nord che fu subito innamorato perso.
    La sera scese presto sul bosco, e nel palazzo si diede il via ai festeggiamenti che andarono avanti fino al mattino.
    All'alba Gelo e Neve, allegri e forse anche un po' brilli, stufi ormai della festa, si allontanarono dalla sala da ballo per raggiungere la grande terrazza del palazzo.        Parlando e gesticolando animatamente presero a passeggiare sui cornicioni, a saltare sulle grondaie. Scesero fino al prato, si fermarono a chiacchierare, un bel momento, sulla fontana del giardino, poi di nuovo ripresero a salire fino alle tegole del tetto del palazzo e di nuovo a scivolare giù. Andarono avanti fino alla comparsa definitiva della luce.
    Al mattino nel bosco lo scoiattolo Freddy, il più giovane della combriccola provò a mettere la testolina fuori dalla sua tana, ma pensò bene di rientrare al caldo e di rimettersi a dormire.
    Meraviglia delle meraviglie: fuori tanti piccoli batuffoli bianchi stavano scendendo lentamente dal cielo. Non avevano fretta e svolazzavano qua e là, leggeri. Parevano delle vere stelle di cristallo, che ricoprivano il bosco di una candida coltre ovattata .

Epilogo:
    Giulia chiuse il libro e corse alla finestra, la sera stava sopraggiungendo silenziosa, e l'aria velata pareva vestita di rosa. Tutto faceva pensare che potesse arrivare la neve anche lì e con essa la notte di Natale.


Stefania Pellegrini©


AUGURI E SERENE FESTE 
A TUTTI VOI.

lunedì 20 ottobre 2025

Nuovo racconto: Incontri

 


Buona lettura

Anna e Serena vivevano a Genova, si muovevano disinvolte sulle scogliere o tra le acque del mare, ma molto meno lungo i sentieri di montagna.

L’idea dell’escursione era nata alla loro amica Giovanna che le stava ospitando a Chatillon per una breve vacanza, e voleva far conoscere loro le bellezze del luogo. Il Castello di Ussel lo vedevano tutti i giorni sul promontorio scosceso che domina dall’alto Chatillon, e curiose di visitarlo avevano manifestato il desiderio di ammirarlo da vicino, tanto più che l’amica aveva parlato di una gradevole passeggiata.

L’intenzione era di raggiungerlo approfittando del percorso pedonale per godere della vista sulla piana sottostante. Giovanna ne aveva parlato come un’escursione con poco dislivello. Dopo aver affrontato la prima salita ripida, il resto del percorso sarebbe stato pianeggiante o in leggera discesa. Solitamente il Castello era chiuso alle visite ma, le aveva spiegato l'amica, girando attorno ai due lati accessibili, se non altro, potevano apprezzare la sua struttura compatta, con le due torrette cilindriche sul lato d’ingresso a sud, e vedere una delle tre torri quadrangolari sul lato nord. Da lì si sarebbero potute soffermare sull’ampio spiazzo erboso adiacente per osservare il panorama del fondo valle e sostare per il picnic.

Quel giorno di luglio l’aria calda condensava qualche nuvola che si raggruppava qua e là in nembostrati, per cui Giovanna, interpretandole come passeggeri in lento dissolvimento, organizzò la gita. 

Prepararono gli zainetti con borracce d’acqua, qualche panino per il pranzo e al mattino verso le 8:30 raggiunsero la stazione di Chatillon con la macchina. Da lì avrebbero imboccato a piedi la strada che porta a Pontey dove, appena a sinistra dopo l’attraversamento del ponte sulla Dora Baltea, avrebbero preso la mulattiera che porta fino alla frazione di Ussel.

Euforiche per l’escursione, la prima da quando erano giunte in Valle d’Aosta, Anna e Serena imboccarono il selciato in pietra della mulattiera, leggermente in salita, parlando e scherzando allegramente con l’amica.

Nei pressi di un piccolo ponticello dove il percorso si restringe e la vegetazione, costituita da alberi, dirada lievemente lasciando spazio a scorci interessanti sul borgo di Chatillon e la sottostante Dora Baltea, il loro fiato cominciò a fare qualche capriccio e rallentarono il passo, soffermandosi ad ammirare il paesaggio attorno. Erano circondate da un’aria tranquilla, il sole coperto a tratti dalle nuvole rendeva il caldo piacevole. Il silenzio della natura, apparentemente appisolata, era interrotto solo da qualche uccellino appollaiato sulle fronde di alberi vicini che, di tanto in tanto, lanciava richiami canori.

Ad un certo punto, con un paio di svolte decise guadagnarono quota e, proseguendo in fila indiana tra una vegetazione rigogliosa, si ritrovarono su un sentiero sterrato. Fu allora che le due ragazze richiamarono l’attenzione dell’amica per fermarsi a bere dalla borraccia, e soprattutto per riprendere fiato. Sentivano il cuore in gola e avevano le magliette sudate.

 Intanto in quel lasso di tempo si era alzato un leggero vento che muoveva la vegetazione, le foglie degli alberi e in cielo, salendo da dietro le montagne, si stavano formando agglomerati di nubi sempre più compresse, dei cumulonembi dalla forma imponente e scura alla base.

 

Stavano camminando da una ventina di minuti quando cominciarono a sentire le prime gocce, e videro l’aria minacciosa del cielo grigio, scuro come graffite. Ma Giovanna rassicurò fiduciosa le amiche. Quattro, cinque minuti al massimo ed avrebbero raggiunto Ussel. Il Castello era vicino, c’era solo da percorrere un viottolo in pietra leggermente in salita. Ed aggiunse: “Sono solo quattro passi.”  

Però, sappiamo bene cosa può accadere nei climi montani. Dopo le prime gocce di avvertimento, la pioggia prese a scendere a scrosci. Le ragazze vi si trovarono in mezzo, senza la possibilità di ripararsi ed il passaggio dall’acqua alla grandine fu immediato, repentino. Sassolini freddi e grandi come piselli cominciarono a cadere e a rimbalzare sul terreno, sulla vegetazione, provocando inizialmente un forte crepitio, poi un rumore di colpi secchi e ritmati.

Nel giro di pochi secondi, vestite con corti pantaloncini e magliette sportive sbracciate, si ritrovarono zuppe d’acqua, investite da una scarica gelida, violenta, che non risparmiò nessuna parte del loro corpo. Giovanna non riuscì neanche a prendere il K-Way nello zaino tanto l’evento fu rapido.

La grandine colpiva, rimbalzava sulle loro gambe e provocava dolore e rossore sulla pelle. Anna e Serena non si erano mai trovate in una situazione simile e presero a lamentarsi per gli arti freddi e doloranti.

Accelerarono il passo, cercando di ripararsi la testa come potevano. Giovanna davanti, le altre dietro. Il terreno era diventato fanghiglia. Avevano i polpacci e le ginocchia graffiate, ed erano sfinite. Intanto Giovanna cercava di rincuorare le amiche e le esortava a tener duro. Non mancava più molto, Ussel era poco sopra.

La temperatura era scesa di qualche grado, si era fatto freddo attorno ed un forte vento ostacolava la loro salita. Cominciarono ad aver paura di non farcela, cinquecento metri sembravano un'eternità. Erano spaventate ed attraversate da forti brividi di freddo. Allora, con il corpo piegato in avanti, lo sguardo rivolto in basso, i capelli corti zuppi, si misero a correre. Scivolavano, si rialzavano e riprendevano a correre, finché… finché abbandonato il sentiero trafelate, giunsero in vista dei caseggiati, e poterono riprendere fiato. 

Il Castello dall’aspetto tetro, era alla loro sinistra, l’acqua correva sull’asfalto della strada deserta come un ruscelletto in piena, trascinando foglie, aghi di abete, terriccio.

Non grandinava più, ed era calato un po' il vento, ma una pioggia fitta ed insistente continuava a scendere dal cielo completamente nero.

Pensarono di andare alla ricerca di un bar, un luogo dove poter trovare rifugio. Bisognava aspettare, diceva Giovanna. Il temporale si sarebbe presto spostato.

 

Fu allora che udirono una voce femminile. Era di un’anziana affacciatasi sull’uscio di una casetta in pietra, con ciotole di gerani rossi alle finestre.

“Ragazze, non smetterà in fretta, venite in casa. Siete tutte bagnate, ed immagino abbiate freddo. Entrate – La sua voce vibrava come corde di violino – vi asciugate e se avete un cambio potete togliervi quella roba bagnata e sporca. Venite! Vi preparo qualcosa di caldo.” 

“Lei è gentile, grazie – aggiunse con tono riconoscente Giovanna – siamo un po’ stravolte, approfittiamo volentieri. Volevamo vedere il Castello e proseguire per il Ponte delle Capre, ma adesso non so più.”

La donna si muoveva rapida, probabilmente oltre gli ottanta. Minuta, capelli bianchi corti, un po’ arruffati, occhi piccoli vivaci, ricordava un folletto. Le fece accomodare in cucina, una ampia stanza con la stufa a legna e due larghe finestre che davano sul Castello.

Mise dell’acqua sul fuoco per una tisana e prese a dire:

“A… A proposito del Castello. C’è una storia, avvenuta tanti anni fa, la conoscete?” E, senza aspettare risposta, aggiunse con occhi che si accendevano di nuova luce:

“Ve la racconto io”.

“In un tempo lontano, io non lo ricordo, ero piccolina, nella frazione viveva una giovane. Avrà avuto circa venti anni, più o meno la vostra età, quando la madre si suicidò gettandosi dalla rupe del Castello.

 La nonna mi ha raccontato che aveva capelli mori, snella, simpatica. Carina, sì... insomma, credo un tipo come voi. La perdita inaspettata lasciò la ragazza affranta dal dolore, e con il senso di colpa per non essere riuscita a fermare la madre. 

Trascorsero un paio di mesi. Poi la giovane cominciò ad udire voci, che pare sentisse solo lei.

Dolci, non cattive, ma insistenti.

Le sussurravano parole, la chiamavano.

Senza sapere come, ogni notte si ritrovava sullo spiazzo erboso del Castello.

La vecchietta si alzò dalla sedia. Versò la tisana nelle tazze e riprese a dire:

 Un giorno trovò il coraggio di raccontarlo ad un’amica. E disse che quando era là vedeva figure angeliche che ballavano e cantavano.

Le descrisse come bellissime, con lunghe vesti bianche e capelli biondi sciolti fino alla vita. E raccontò che in mezzo a loro vedeva il volto della madre… avvolto da un velo trasparente che sorrideva e poi la salutava, e cercava di rassicurarla e le diceva che stava bene. 

Lilli era una lontana cugina di mia madre e, lei che la conosceva bene, mi ha detto che non era una visionaria, ma gli altri purtroppo, tutti nella frazione, quando cominciò a circolare la sua storia, dissero che si era sognando tutto, e poi che aveva perso il lume della ragione.

Così quando un giorno di ottobre Lilli parlò ai paesani di un fatto che avrebbe presto colpito Ussel e portato morte e dolore, tutti ci scherzarono sopra e risero. 

Provò in vari modi a metterli in guardia, come le aveva suggerito la madre, ma nessuno la prese sul serio. Per tutti diventò: “la pazza”, pure i bambini la canzonavano.

 Così un giorno sparì.”

La vecchietta si fece silenziosa, pareva assorta. Sollevò la tazza della tisana tra le mani e prese a sorseggiare il liquido tiepido. In quel mentre, un gattino bianco e nero entrò nella stanza miagolando.

“Volete sapere come andò? - Riprese la donna sorridendo ed accarezzando il gattino che faceva le fusa.

“Andò che dopo una settimana circa, qualcuno si ammalò. Cominciò con strane febbri che andavano, venivano. Vomito… diarrea, che il dottore curò come influenza. Ma dovete sapere che le persone non guarivano e l’epidemia si allargava.

Alla fine la causa era nell’acqua. Era inquinata, forse da un animale morto. Ma ci misero un po’ a scoprirlo. Intanto i più fragili, diversi anziani, morivano.”

“E a quel punto?” – Chiese Serena –

“Le male lingue si misero in moto. Dovevano dare la colpa a qualcuno… si sa come vanno le cose a volte nei paesi e qualcuno sparse la voce che era la vendetta di Lilli.

Era stata lei ad avvelenare l’acqua.” – precisò l’anziana e, rivolgendo lo sguardo fuori, aggiunse:

“Ragazze sta tornando il sole, non piove più. Potete riprendere la vostra escursione. Il percorso per il Ponte delle Capre dovrebbe essere piacevole, un tratto è addirittura in discesa.”

“Si è mai saputo che ne è stato di Lilli?” – Chiese allora Anna.

“No. Qualcuno, all’epoca, pensò fosse caduta in qualche burrone, qualcun altro disse di averla vista aggirarsi nei boschi. Ma in verità nessuno la vide più.”

 

La tre ragazze uscirono da quella casa in silenzio. Il cielo era tornato limpido, di un blu profondo che pareva un dipinto di Van Gogh.

Anna e Serena avevano lo sguardo perplesso, Giovanna invece appariva tranquilla, ed appena si furono allontanate esordì dicendo:

“Non avrete creduto a quella storia? Capisco che vi sia apparsa affascinante e costellata di magia, ma proprio per questo non è affidabile.”

“Dici?” Aggiunse Anna sollevando le ciglia.

“Ma non può essersi inventata tutto.” Ribatté Serena.

” Da queste parti ogni anziano ha una storia, una leggenda come questa da raccontare. Magari l’epidemia c’è stata ed è esistita anche quella Lilli… ma sul resto ho qualche dubbio.”

 Concluse Giovanna alzando le spalle mentre conduceva le amiche verso il Castello. 

 Ma Serena replicò:

“Comunque non la si può sminuire. La vecchietta le ha solo dato la sua interpretazione. Leggenda o non leggenda, è pur sempre una storia. Un viaggio nel mondo di Lilli e della sua mamma che, in qualche modo, lei ha fatto rivivere. E pensate, se non c'era la grandine non avremmo mai incontrato la vecchietta. Per me è stato bello.

Anche per me.- Aggiunse Anna.

“Sapete, – proseguì seria in volto - in un modo o in un altro, mi piacerebbe non essere dimenticata.”

“Ma va là, – disse Giovanna dandole una pacca sulle spalle – a cosa vai a pensare. Noi non moriremo.” Ed esplose in una sonora risata.

Stefania Pellegrini ©

(racconto pubblicato sulla raccolta: "Chatillon si racconta" ed. 2)