martedì 13 settembre 2022

Occasioni mancate, racconto.

 


Buona lettura.

Una giovane, avrei detto come se ne incontrano tante, non poteva avere più di diciassette anni. La conobbi in un periodo inquieto della mia vita, una mattina in un bar. Mi piaceva scrivere, affidare al foglio le mie emozioni, inventarmi storie, ma da un po’ di tempo la mia creatività era come appisolata. Mi mancava quella vena che metteva in corpo energia e motivava la fantasia e le mie giornate.  Il caldo soffocante di quell'estate poteva esserne la causa, ma più probabilmente era il periodo incasinato che stavo vivendo in famiglia.

Mi urtò il braccio con il gomito sinistro mentre stavo sorseggiando un caffè al banco e qualche goccia finì sul vestito blu che indossavo.  La ragazza, mortificata, continuava a chiedermi scusa e a insistere per ordinarmene un altro. Le dissi che non era il caso, l’inconveniente era di poco conto.

Aveva un piercing fissato sul centro del labbro inferiore e il lungo abito leggero di mussola a fiorellini, tenuto su da due sottili laccetti, con una balza arricciata al fondo, lasciava scoperti dei tatuaggi sulle spalle, tra cui un bocciolo di rosa.

Poco dopo un uomo ci raggiunse, l’afferrò per un braccio in malo modo, e la costrinse a seguirlo fuori dal locale.  Non ebbi il tempo di reagire, e rimasi impalata  come un baccalà a seguire la scena. Quell’uomo era stato maleducato e prepotente ed io non avevo detto niente, ma ormai non potevo farci più nulla e finì che mi misi l’animo in pace.

***

Passò del tempo, l'estate un ricordo. Settembre, o forse ottobre, una bella giornata comunque, ancora estiva. Stavo passando per il mercato rionale affollato di gente.

Distrattamente intravidi una giovane dietro altre persone, agitava le braccia in segno di saluto, cercando di farsi notare.

“E adesso, questa che vuole?” Poi la riconobbi e accennai un sorriso forzato, rispondendo controvoglia al saluto. 

Non ero dell’umore giusto per fare incontri quel mattino. Ero contrariata per non poter prelevare al bancomat perché non trovavo la mia carta di credito. Avevo messo a soqquadro la casa, e non era saltata fuori.

La giovane, per niente scoraggiata dall’espressione del mio volto, accelerò il passo per raggiungermi. Alta, molto magra, aveva una camminata leggera, che ricordava la grazia di una farfalla. Indossava grossi orecchini pendenti gialli a forma di fiore e l'abito verde in fantasia della prima volta.

I suoi occhi turchesi erano così grandi che parevano contenere un mare dentro e i capelli lunghi di un biondo slavato tendente al bianco, annodati in tanti cordoncini, ricordavano la criniera di un leone.

-Ciao, mi disse, ti ricordi?... Ci siamo già incontrate qualche tempo fa al bar… il caffè... ricordi? Mi chiamo Sofia e vorrei scusarmi per l’altra volta. Sai mio fratello è molto possessivo e mi controlla. Gli voglio bene, ma sai com’è: a volte vorrei sparisse perché è davvero un rompiscatole. –

Mi guardava dritta negli occhi con una certa spavalderia, però il tono della voce, il leggero tremore della bocca, mi fecero pensare ci fosse in quelle scuse una forzatura. Ma fui subito distratta dal ricordo delle lacrime versate per le litigate con mio fratello, ai tempi in cui ero poco più che una bambina. Così per alleggerire il momento gliene parlai, raccontando i suoi modi troppo protettivi e che trovavo ridicoli. Non lo sopportavo, non si fidava di me e mi dava fastidio dover giustificare ogni mio spostamento.  

Ci scherzammo un po’ sopra, ma c’era confusione intorno a noi, voci che andavano, venivano, si faceva fatica a capirci. Così le proposi di andare in un luogo tranquillo, magari per berci qualcosa e scambiare quattro chiacchiere. La presi dolcemente sotto braccio e la guidai verso il bar dietro l’angolo.

Cercai una posizione un po’ appartata a un tavolino all'interno e ordinai un caffè per me e una bibita per lei. Il locale era tranquillo, nonostante il mercato vicino: solo due clienti appoggiati al bancone e un’anziana seduta dall’altra parte della stanza. Si respirava un’atmosfera piacevole e mi distrassi ad ascoltare la barista che conversava allegramente con uno dei due avventori. Presi a sorseggiare il mio caffè e spostai gli occhi sulla mia compagna che fino a quel momento era rimasta in silenzio con lo sguardo basso. Beveva lentamente la sua coca concentrata o forse assorta nei suoi pensieri. Non mi pareva molto rilassata. Si trastullava con il bicchiere girandolo tra le mani, poi lo posava e prendeva a torcersi le dita lunghe e sottili. 

C’era qualcosa in lei che mi sfuggiva, ma non capivo cosa.

Presi a parlare del tempo, di cose futili, così tanto per metterla a suo agio e Sofia parve allentare la tensione e ritrovare la voce.

Finì la sua coca-cola e prese a raccontarmi una storia.

Mi parlò del fratello, aveva dieci anni più di lei. La teneva chiusa in casa e la lasciava uscire solo per mezz'ora al giorno o per andare a scuola, pedinandola spesso. I suoi genitori erano morti entrambi in un incidente stradale qualche anno prima. Un forte dolore e una grande perdita che non aveva ancora superato.  Dopo la tragedia, il fratello si era dovuto trasferire in quella città per lavoro, e l’aveva portata con sé costringendola a cambiare scuola e a lasciare le amicizie. Mi parlò delle sue difficoltà a inserirsi nella nuova vita. Mi parlò di infelicità, di solitudine, di disagio, di stati d’animo che nessuno attorno a lei aveva compreso. Parlava, parlava e più raccontava, più trovavo tutto poco chiaro e logico, c’erano omissioni, mancava qualche collegamento. Finì che ci capii sempre meno, ma cercai di non mostrarle i miei dubbi. 

-Perché questa ragazza mi sta raccontando tutto questo? A me... una sconosciuta. -   Che motivi ha quell’uomo per tenerla chiusa in casa, quasi segregata, e controllata a vista? -

-Mi sta forse nascondendo qualcosa? - 

Allora le chiesi dove abitasse e Sofia mi spiegò vagamente, parlandomi di una zona alla periferia della città, ma omise il numero civico e il nome della strada, e io per delicatezza non lo chiesi. Avremmo avuto tempo, più avanti. 

Le proposi altri incontri, pensai potessero aiutarla, se era sola e infelice come raccontava. Così ci salutammo dandoci appuntamento per il mercoledì successivo in quello stesso bar.

La seguii con lo sguardo mentre si allontanava con quel suo passo leggero di farfalla, e l’abito svolazzante di qua e di là. Mi faceva tenerezza, così dolce e fragile.  Rientrai a casa, però, con la sensazione spiacevole di un amaro in bocca e con maggiore inquietudine di quando ero uscita.

- Possibile si fosse inventata tutto? -

         La sua storia era infarcita di fantasie. Aveva parlato attraverso sensazioni, guidata credo dalle sue emozioni, più che da qualcosa di completamente reale, almeno questa era la mia opinione.

         Chi era veramente? -

***

Continuammo a incontrarci ma il quarto mercoledì mancò l’appuntamento, l’aspettai per una buona mezz'ora, poi tornai a casa. Pensai avesse avuto un contrattempo, e me ne dimenticai. Però non mancai agli altri appuntamenti, ma Sofia non si presentò più.

Allora mi pentii di non aver mai cercato di saperne di più. Ora avevo pochi dati per rintracciarla. Mi misi egualmente a cercarla. Andai in periferia, chiesi sue notizie al bar che frequentavamo, chiesi in giro a chi pensai potesse averla vista, nessuno però sembrò conoscerla.

Era come sparita nel nulla, ed io non riuscivo a dimenticare i suoi occhi turchesi, il mare inquieto che vi avevo letto dentro, il viso dolce, la voce bassa a tratti timorosa. Arrivai persino ad aprire il giornale e a scorrere la pagina della cronaca in cerca di sue notizie. La cercai nei volti tra la folla. Una notte la sognai che mi chiedeva aiuto. Diventò  il mio pensiero fisso e quel chiodo nella testa prese a torturarmi.

Tornai al mercato, al bar nelle ore che ci eravamo incontrate la prima volta,  sperando sempre in un incontro che mi tranquillizzasse.  

***

Una mattina, circa un anno dopo, la cameriera del bar, dove passo per la colazione, mi prende in disparte e mi dice: - Sai quella ragazza che cercavi? Mio fratello ieri mi ha parlato di lei, un suo amico vive nel palazzo dove abitava. -

-Abitava?... Ha forse cambiato ancora città? - La guardo stranita, allora è per questo?

La barista mi porta in disparte, in un angolo tranquillo del locale e ci sediamo a un tavolino. Mi faccio portare un’acqua tonica con ghiaccio e limone. Mi è venuto sete. Un’arsura improvvisa mi sta prosciugando la gola.

Lei prende a raccontare quello che ha saputo e io resto lì ad ascoltarla senza trovare parole per intervenire. Ma, più va avanti con il racconto e più mi sale una rabbia che faccio fatica a contenere.

Sofia mi ha mentito. Ero preparata a rivelazioni anche spiacevoli, eppure scoprire che ho parlato con una Sofia che in realtà si chiamava Anita, una giovane fuggita da una comunità di recupero a circa un centinaio di km di distanza da lì, mi fa male. Mi sento presa in giro.

Come posso non essermene accorta? Tutti quei bei discorsi di incoraggiamento, e non ho mai capito quali problemi avesse veramente.

- Ma brava, mi dico e adesso sentiti pure in colpa. – Avresti potuto fare qualcosa? Forse... avrei potuto? – Non lo saprò mai, come non saprò mai perché si facesse chiamare Sofia.  Il suo corpo, privo di vita, è stato ritrovato da un passante vicino ad un cespuglio in un cortile adiacente al caseggiato dove viveva.

Sofia, faccio fatica a chiamarla Anita, è morta! Morta per overdose, una settimana prima.

    La rivelazione mi lascia scioccata, non riesco ad accettare l'idea. Povera ragazza, era poco più che una bambina. Cerco di rimettere insieme tutta la storia.

In realtà, la giovane non aveva fratelli, solo due genitori preoccupati che l’hanno cercata per molto tempo. Viveva con un uomo, probabilmente quello intervenuto al bar al primo incontro, e con altri sbandati come lei, in un appartamento di uno stabile alla periferia del paese vicino.

In definitiva la sua storia, l’aveva un fondo di verità. La colpa è mia, stava a me saperla leggere tra le righe. Sofia era davvero prigioniera! Prigioniera della droga e forse anche di quell’uomo con cui si accompagnava.

Cercava libertà? Cercava stabilità, equilibrio? Forse andava solo cercando se stessa.

-Benedetta figliola, perché non hai provato a farmi capire? -

    O forse aveva provato, ma io non c'ero arrivata. Per questo mi aveva fermato? Perché cercava aiuto? Ed io, che avevo fatto?

Un bel niente, sono stata solo capace di dubitare, e non ho compreso quello che Sofia stava davvero vivendo. 

Se avessi dato un po’ ascolto al mio istinto e avessi provato a cercare la verità? Forse… chissà. Sono confusa… triste… amareggiata anche. È facile pensare che doveva andare così, che neanche io avrei potuto salvarla.

Resta il fatto che non ci ho provato.

Stefania Pellegrini ©

Anno 2022

Ogni diritto riservato 



Anno 2010 - Anna e Marco 
Lucio Dalla e Francesco De Gregori

La canzone  racconta la storia di due ragazzi immaturi e sfiduciati, solo troppo giovani, che hanno una visione pessimistica del futuro e dei progetti, ma che troveranno nel loro amore appena sbocciato, a differenza della protagonista del mio racconto, forse la via del lieto fine.

12 commenti:

  1. Una triste storia, che racconti con molta bravura. Ho letto assaporando l'amarezza. Un caro saluto, Stefania.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Felice, sei molto gentile, grazie per l'attenzione.

      Elimina
  2. Ascolto dall'hotel val pusteria https://www.bonfanti-hotel.com/

    RispondiElimina
  3. È proprio così: ci sono persone che si rompono, che si perdono e noi non si riesce a riagganciarle.
    Ha descritto bene come svicolino parlando, ma non parlando

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Alberto per la tua visita e l'attenzione rivolta al mio racconto..

      Elimina
  4. Steffi, un relato que mantiene la inquietud hasta el final, me ha gustado enormemente amiga, mantiene en ti ese deseo de segir leyendo para descubrir el secreto de esa vida..
    me ha encantado, te felicito
    Un abrazo y buen fin de semana

    RispondiElimina
  5. Ciao Stefania.
    Un racconto davvero particolare che parla di fiducia e voglia di comprendere le persone per aiutarle e salvarle in qualche modo. Non sempre ci riusciamo ma non è colpa nostra. Ciò che conta è il desiderio di conoscerle queste persone e se non ci riusciamo e solo perché non ne abbiamo avuto realmente la possibilità. Ciò che conta è provarci. Sentirsi in colpa per non aver compreso serve a poco.
    Abbraccio forte e grazie per questa bellissima tua storia.
    P.s. credo ci sia un errore di battitura ma forse non ho compreso io. Te lo indico lo stesso così, se fosse come penso lo correggi: "Finì la sua coca-cola e prese a raccontandomi una storia". Di nuovo ciao e buona serata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Pia per la segnalazione, si tratta di una svista lo correggo subito. E grazie x il tuo apprezzamento. Purtroppo in questi giorni sono a letto influenzata, è un momento non troppo buono,spero non sia covid, comunque appena mi riprendo passo x un saluto. Grazie ancora

      Elimina
    2. Ciao Stefania. Ho visto che sei passata e questo mi rincuora. Spero che ora vada tutto bene e che non sia stato Covid. Un forte smack e buona Domenica.

      Elimina
  6. Un racconto che ho letto con piacere.Ciao

    RispondiElimina
  7. Ciao bel racconto. Brava. Occasioni mancate poi è un titolo interessante. Chi nella sua vita non ha avuto delle occasioni mancate. Delle opportunità che per motivi diversi non ha potuto o voluto cogliere. Un saluto e buona continuazione di settimana

    RispondiElimina
  8. Ero convinta di aver lasciato un commento al tuo bel racconto ma non lo vedo, comunque sia lieta Pasqua Stefy, tantissimi auguri a te e ai tuoi cari, abbraccio!

    RispondiElimina