lunedì 31 marzo 2025

Quell'estate del 1984

 In groppa a un puledro accaldato / corre la mattinata alle alte vie. / Tra i verdi colori accesi / delle piane / ali di luce posano sui nostri visi / l’allegra presenza…” Dalla raccolta “Isole” – Poesie dell’autrice.

(tratto dalla raccolta omonima: "QUELL'ESTATE DEL 1984 e altri racconti - CTL Editore - anno 2024"

Valle d’Aosta, luglio 1984


«Siamo arrivati» dice la mamma «prendi il tuo zaino e la valigia.»

Damien si alza e si avvia verso le porte, al fondo della carrozza. Oltre il finestrino riconosce Romuald e suo padre, lo zio della mamma, sul marciapiede sottostante e con un cenno della mano li saluta. Il treno si ferma e il ragazzino dà una mano a scendere i bagagli.

È una giornata di intensa luminosità, il cielo è particolarmente azzurro, ma è un caldo afoso che li saluta alle 15:00 di quel 16 luglio. Una leggera brezza, ma è solo aria calda in movimento, sta agitando le fronde degli alberi e sollevando polvere attorno. La stazione è deserta, solo passeggeri in discesa.

Che noia il viaggio, una vera tortura cercare di stare seduto al proprio posto, mentre la mamma lo esortava a non alzarsi per non disturbare i passeggeri. Una pretesa un po’ esagerata per un ragazzino di otto anni con l’esuberanza e la spensieratezza dell’infanzia. Sua madre ha insistito perché si portasse un libro da leggere, ma se ne è stufato quasi subito.

Avrà un mese tutto per lui, perché lei rientrerà quanto prima a Parigi. Un mese lontano da casa è un sogno che si realizza e si veste di mille sfumature. Non vede i parenti dalle feste natalizie di due anni prima ed è eccitato per quella vacanza all’alpeggio.

Dal canto suo, anche Romuald, un ragazzo alto e robusto di dieci anni, mentre suo padre parla con zia Sofia, sta pregustando e immaginando le giornate che passeranno insieme. La novità lo elettrizza molto, finalmente avrà compagnia per quei mesi estivi; lontano dai suoi amici del paese, saranno un vero spasso, e qualcosa di speciale da raccontare al suo rientro a scuola.

Un amico! Avrà un amico con cui giocare lungo i pendii delle sue montagne oltre a Nerina, il suo cane, a Noemi, Gaia e Bella, le sue tre amiche mucche, le più curiose della mandria e Tigre, il gatto fulvo di casa.

Sono entrambi figli unici, ma a Romuald, verso i quattro anni, è arrivata la compagnia di Nerina, uno spinone meticcio dal mantello bianco morbido con una macchia nera sull’occhio sinistro, ed è stato come fosse entrata in casa una sorellina. All’inizio tenera, indifesa, un fagottino di pelo bianco da coccolare e proteggere, poi crescendo la sua inseparabile amica.

Delle volte è un po’ troppo invadente - pensa Romuald, ma non saprebbe stare senza di lei, gli mancherebbe troppo la sua vivace esuberanza. Il calore del suo pelo abbondante, il respiro rassicurante, a volte perfino il suo russare nel letto accanto a lui.

L’alpeggio si trova oltre i 2000 mt, nei pressi dell’Alpe Tsa de Fontaney. Là, presso il casolare in pietra e legno, costruito dal nonno e successivamente migliorato dal papà di Romuald, con i servizi igienici interni e un gruppo elettrogeno per l’energia elettrica, Damien trascorrerà la sua vacanza spensierata.

Dopo i primi venticinque minuti di strada asfaltata, zio Giovanni imbocca con il furgone una larga mulattiera. Romuald stuzzica Damien, le dà delle pacche sulla spalla, ma il ragazzino risponde con delle gomitate, vuole essere lasciato in pace per guardare fuori del finestrino e ammirare il paesaggio che gli viene incontro. In alpeggio non è mai stato, come pure in alta montagna, ogni cosa che vede è una scoperta.

Il furgone supera un bosco di imponenti larici, raggiunge uno spazio aperto fino a delle baite, rientra ancora nel bosco e sale per comodi tornanti. Damien ha visto quanta potenza abbia l’acqua quando sgorga dalla montagna e cade violentemente sulla pietraia sottostante. Ha sentito il frastuono, il crepitare, ha visto l’acqua cristallina dei ruscelli e sempre con occhi pieni di meraviglia le alte abetaie del bosco venirgli incontro e le mucche pascolare tranquille sulle verdi distese erbose. Questa è la montagna, è bellezza e magia che non lasciano indifferenti, neanche un ragazzino come lui.

Quando raggiungono l’alpeggio la mamma di Romuald li sta aspettando sul balcone in legno dell’abitazione, una lunga costruzione orizzontale in pietra con annessa la stalla per le mucche e la casera. Scende accompagnata da Nerina che abbaia disturbata dall’inconsueto movimento e che d’impeto alza le zampe sul petto di Damien. Tigre invece scappa, troppo trambusto per le sue abitudini e si rifugia in casa.

***

È trascorsa una settimana, la madre di Damien è tornata a Parigi, le giornate in alpeggio trascorrono tra mille cose da fare. Anche i due ragazzini, loro malgrado, sono chiamati a dare una mano agli adulti e vengono coinvolti a cercare le erbe nel bosco, a occuparsi della stalla, quando le mucche sono al pascolo, liberandola dallo sterco e lavando la pavimentazione. Devono pensare a portare dentro la casera i secchi pieni di latte munto, servirà per fare la fontina, e ad andare in cerca di legna da bruciare per cuocere la polenta. E poi i compiti per le vacanze, anche lassù vanno fatti. Ma alla loro età c’è sempre un modo per giocare e ridere anche facendo altro.

Quel giorno, fin dalle prime ore dell’alba, una caligine pesante grava sulle vette delle montagne circostanti. Il Monte Morion e il Faroma sono incappucciati da una fitta coltre di nuvole. L’aria è umida e pizzica la pelle. Damien e Romuald stanno facendo colazione quando sentono i primi scrosci di pioggia di un temporale estivo. Rumoreggia e lampeggia verso le montagne vicine, il cielo è carico di energia e, per completare il quadro, c’è anche il vento a dare una mano, ma i ragazzi sono felici perché potranno essere dispensati dai soliti lavori.

Damien corre a prendere i mattoncini lego in camera, Romuald cerca invece il suo coltellino e un pezzetto di legno. Pensa che potrà insegnare al cugino come trasformarlo in un simpatico galletto.

Così gli grida da sotto: «Damien lascia stare le costruzioni, ho trovato qualcosa di più divertente da fare, ma mi devi aiutare. Dai scendi giù.»

«Arrivo» gli risponde Damien, buttando sul letto la scatola con i mattoncini che ha in mano.

Scende le scale di corsa e raggiunge Romuald in cucina.

«Cosa volevi farmi vedere?»

«Niente, una cosa… ma ho trovato solo il coltellino.»

«Cosa cerchi?»

«Un pezzo di legno, mi sembrava di averlo lasciato qua dentro» risponde Romuald rovistando in una cassetta di ferro che contiene attrezzi vari.

«Dai vieni con me, mettiti gli stivali e il K-way» aggiunge.

«Dove andiamo?»

«Sssh, parla piano, non farti sentire da mia madre.» «Usciamo fuori, Dai vieni.»

«Andiamo al casolare qua dietro, papà lo usa per riporci gli attrezzi, magari ci troviamo qualcosa.»

La donna sta riordinando le camere e non si accorge di niente.

I due ragazzi sgattaiolano fuori con Nerina al seguito. Sta diluviando e si mettono a correre.

La struttura è un vecchio rudere in legno con una porta di spesse tavole fissate con grossi bulloni di ferro, e fa pensare che un tempo fosse usato come ricovero per i pastori. Il tetto ricoperto da lose, tegole di lastre di pietra, è ancora in buone condizioni. Quando i ragazzi ne spalancano la porta si trovano davanti a un’unica stanza spoglia, con una finestrella e una scala in ferro che serve probabilmente per salire al solaio. In un angolo, vicino a un vecchio camino e a della legna accatastata, sono appoggiati una vanga, un paio di rastrelli e due secchi di ferro.

Dentro è abbastanza buio, l’unica luce è quella grigia di fuori e avanzano con fare circospetto mentre le assi di legno del pavimento scricchiolano sotto i loro piedi.

In quel mentre un rombo di un tuono e il successivo fulmine, seguito, da un movimento scomposto di ali, li fa sobbalzare. Nerina prende ad abbaiare forte. Damien si spaventa, raggiunge il cugino e gli mette le braccia al collo.

«Chi c’è? Se c’è qualcuno esca fuori» grida.

Ma in un attimo Romuald capisce e lo schernisce:

«Fifone… è solo un uccello. Un uccello che è entrato dentro. Vedi è più spaventato di noi, poverino, facciamolo uscire. E poi aiutami a cercare. Mi serve qualcosa di non troppo grosso, così ti insegno a scolpire. Ti faccio vedere come si fa un galletto di legno.»

Si guardano in giro, spostano, cercano, a un certo punto Romuald vede il solaio, un soppalco di vecchie tavole in legno.

«Chissà cosa ci sarà là sopra, vieni Damien, andiamo a vedere.»

«E se la scala non regge? Vedi come sono stretti gli scalini? Dai prendiamo quello che ci serve e andiamocene» gli risponde.

«Tua madre a quest’ora si sarà accorta della nostra assenza e se ci viene a cercare?» Ma Romuald non lo ascolta più, è già salito sul terzo scalino. Allora aggiunge: «Va be’ vai su prima tu, ma fai in fretta. Io ti aspetto qui.»

«Sei proprio un fifone, ma chi vuoi che venga qua, fuori diluvia e comunque se anche fosse, gli diciamo la verità. Siamo venuti a cercare dei pezzi di legno. Non è così?»

«Sì, forse hai ragione» aggiunge Damien e inizia a salire anche lui.

Nerina intanto si è accovacciata sopra della paglia vicino al camino, pare dormire ma ha le orecchie dritte e la bocca aperta. È in allerta.

Sopra, sul soppalco, una flebile luce filtra attraverso le intercapedini delle pareti, e sul tavolato in legno, ricoperto in parte da paglia e foglie secche, c’è un vecchio materasso con grosse macchie giallognole di umidità, una rete arrugginita buttata in un angolo e una vecchia cassa in ferro e legno, chiusa con un lucchetto.

«Di chi era questo capanno? Tu lo sai?» chiede Damien.

«Ma sì, mi pare fosse del cognato di mio nonno, ma io non l’ho mai conosciuto. Dai vieni, vediamo cosa c’è dentro questa cassa.»

«Lo vedi che è chiusa, come pensi di aprirla?»

«Con questo.» Romuald mette la mano in tasca ed estrae il suo coltellino. Poi aggiunge: «Portiamola un po’ più alla luce. Dai aiutami, trasciniamola. Qua è tutto buio.»

«Aspetta, non è pesante. Lascia stare, ce la faccio da solo.»

Mentre il ragazzo sta trascinando la cassa, alcune assi del pavimento si muovono sotto i suoi scarponi e si ferma per controllare.

«Dai, apriamo prima la cassa, poi guardi» aggiunge Damien.

Romuald allora prende ad armeggiare con il suo coltellino e, dopo qualche tentativo andato a vuoto, riesce a far saltare la serratura del lucchetto. La cassa si apre quasi magicamente e i ragazzi si trovano davanti a dei vecchi abiti da uomo, un cappello di paglia, una pagina di giornale del 1944, una pipa, e la fotografia di una giovane in mezzo a un prato che sorride all’obbiettivo.

«Ma questa non è nonna Ada quando era giovane?» esclama sorpreso Damien.

Romuald prende la foto in mano, la osserva un po’, poi aggiunge: «Ma dai, chissà chi è» e la rimette giù.

Poi ricorda le tavole del pavimento.

Se si muovono non sarà così complicato spostarle e si inginocchia per provare.

«C’è della roba qua sotto! esclama, oh cavolo, un fucile e… questo foglio?»

«Fammi vedere» interviene Damien.

«Aspetta, voglio prima leggere io.»

«Boh, non è niente, è solo una lettera scritta da un certo Leon alla sua amica, sembra una lettera d’addio» precisa Romuald, mettendosela in tasca e imbracciando il fucile. «Bello questo. Non ne ho mai visti. Praticamente è un vecchio moschetto, peccato sia arrugginito.»

Damien fa un passo indietro spaventato: «Romuald mettilo giù - gli dice - rimettilo subito al suo posto.» Ha la fronte imperlata di sudore, è preoccupato. E se il fucile fosse carico?

«Ma di che hai paura? Non ha le munizioni.»

In quel mentre sentono Nerina abbaiare e subito dopo la voce della mamma alle loro spalle: «Che ci fate, quassù? Posate subito quella roba, rimettete tutto a posto e scendete giù.» Il tono della sua voce è alterato.

«Zia, non è come pensi, non stavamo facendo niente di male.»

«Non mi interessa. Romuald dovrà dare delle spiegazioni a suo padre, quando rientra.»

«Ma mamma, siamo entrati solo per cercare un tronchetto di legno da scolpire per un galletto, non è giusto» replica il ragazzo.

«Certo… e quello? Che ci facevi con un fucile in mano? Dove l’hai trovato? Insomma, non fate storie, filate subito a casa.»

«Mi sbaglio o ti avevamo detto di non entrare qua dentro? - aggiunge - Per punizione vi metterete a fare i compiti. Forza ragazzi, a casa.»

«Vieni Nerina.»

***

Giovanni, il padre di Romuald, arriva poco dopo. Ha già chiuso le mucche nella stalla quando entra in casa e una raffica di vento fa sbattere con violenza il portone. Si toglie la cerata grondante d’acqua, lascia in un angolo gli scarponi pieni di fango e indossa un paio di sabot, gli zoccoli in legno. Fuori continua a piovere a dirotto, tutta la forza della natura sembra essersi scatenata quel giorno, dentro c’è il piacevole tepore della stufa accesa in cucina, Nerina si è accovacciata vicino e Tigre è acciambellato su una sedia. I ragazzi, in soggiorno, lo sentono arrivare e abbassano la testa sui libri, fingendo di fare i compiti, in verità un attimo prima stavano facendo volare gli aeroplanini di carta appena costruiti.

La mamma dice al marito di raggiungerla in cucina e si mettono a confabulare tra di loro per una decina di minuti. Poi l’uomo chiama i ragazzi e li fa sedere intorno al tavolo per una tazza calda di the e dei dolci.

Pare abbastanza tranquillo mentre gli avvicina il piatto con i biscotti e inizia dicendo:

«Ragazzi la mamma mi ha raccontato quello che avete fatto - e aggiunge con tono di voce fermo - anch’io devo sgridarvi. Non dovevate andare là dentro. C’è sempre un motivo dietro un divieto, non è mai così tanto per dire. Quindi per un’altra volta prima di fare, pensateci. Piuttosto parlatene con noi. Chiedete! Quel casolare è vecchio, non è proprio in buone condizioni. Vi potevate fare del male, lo sapete?» Resta un attimo in silenzio scrutando la faccia dei ragazzi, poi aggiunge:

«Avete capito ora? Comunque veniamo a quello che avete trovato.»

«Il casolare, tanti anni fa, apparteneva a Gustavo il marito di zia Ada, la sorella del nonno. Lo usava come rifugio quando andava a caccia ed entrambi ci passavano l’estati. Poi scoppiò la guerra e Gustavo dopo l’armistizio dell’8 settembre aderì al gruppo alpini della resistenza, entrando a far parte della banda partigiana del Monte Faroma. Il gruppo si nascondeva a Pierrey, ma lo zio usava anche il suo casolare per nascondere i fucili, le pallottole per moschetto, alcune cartine topografiche militari ed esplosivi da mina. Zia Ada rimase in paese, ma cercò di dare una mano, nonostante aspettasse Sofia, tua mamma, Damien, e si unì alle persone rimaste per inviare messaggi ai partigiani quando scendevano a procurarsi da mangiare. E come lo facevano? Con segnali di luci dalle finestre perché, sapete, in cima al paese c’era il posto di blocco dei fascisti e dovevano fare molta attenzione.»

Damian prende a girarsi tra le mani l’aeroplano di carta, poi solleva un biscotto dal piatto, e lentamente lo avvicina alla bocca. Il nonno Gustavo lui non l’ha mai visto, a malapena conosce il suo nome, nessuno gli ha detto come era morto e prova sentimenti contrastanti: è curioso di scoprire qualcosa su di lui, ma nello stesso tempo, non sa… si sente agitato. Cerca di immaginarselo nascondersi tra quelle montagne, acquattarsi dietro i massi, vivere nella paura, a spiare il volo del nibbio o qualsiasi altro rumore circostante. Poi scaccia quell’idea: no - pensa - il nonno doveva essere un uomo coraggioso se era andato lassù a combattere. Non era certo un fifone come me.

«Poi Gustavo resta coinvolto in una imboscata e viene ucciso - prosegue Giovanni - Dopo la sua scomparsa, con la nascita di Sofia e la fine della guerra, zia Ada non vuole più salire quassù, ci troverebbe troppi ricordi. Così dopo qualche anno lo cede, insieme alla terra intorno, a mio padre che lo userà soprattutto come deposito di fieno per le mucche. Vicino farà costruire questa casa, la stalla per le mucche e la casera dove adesso portate il latte per la fontina.»

«Ma tu papà avevi mai visto quel fucile, eri mai stato sopra, sul soppalco?»

«Ci sono stato alcune volte con il nonno, sapevo dell’esistenza di alcune lettere che Gustavo si era scambiato con la zia durante il periodo di latitanza, abbiamo anche trovato resti di munizioni e qualche fucile. Di quello invece non ne sapevamo niente. Chissà perché era nascosto proprio lì.»

Romuald resta per un attimo silenzioso poi aggiunge: «Papà… devo dirti una cosa.»

«E cioè?»

«Vedi… - mette la mano in tasca ed estrae il foglio - papà… vedi… ho trovato anche questo. Pare una lettera d’addio di un certo Leon, forse un compagno dello zio, immagino.»

«Fammi vedere» suo padre sembra sorpreso, legge.

La lettera parla di un uomo malato, molto malato in preda a forti crisi di tosse e febbre alta, costretto a stare disteso su una branda perché non ha più la forza di camminare. I compagni di tanto in tanto gli portano qualcosa da mangiare e gli lasciano un fucile vicino, nell’eventualità si presenti qualche nazifascista. Ma l’uomo sente che non gli resta molto da vivere e scrive appunto una lettera di addio alla sua compagna.


Francia, primavera 2017


«Papà, quindi il bisnonno Gustavo non era morto in uno scontro a fuoco con i nazifascisti? È così?»

Damien guarda la figlia che gli si è accovacciata vicino, l’accarezza e ripensa a quella lontana estate. Risente l’odore pungente dell’erba, della pioggia estiva, il suono delle risate, le piacevoli sensazioni di allora e rivede la faccia seria dello zio Giovanni dopo la lettura della lettera.

Ne risente la voce:

Ragazzi, promettetemi che quello che vi dirò adesso resterà tra di noi. Non dovete raccontarlo a nessuno e soprattutto a zia Ada. Sono passati più di quarant’anni, tanto tempo, non ha senso comunque ritornare sul passato, non so come la prenderebbe. Dovete sapere che il nome di battaglia dello zio Gustavo era “Leon”, tutti ne usavano uno quando entravano nella resistenza per evitare ritorsioni dei nazifascisti contro i familiari e conoscenti…

Quindi, vuoi dire… - sente la sua voce perplessa di bimbo - vuoi dire che il nonno non è morto combattendo?

Non lo sappiamo, la lettera farebbe pensare questo. A tua nonna non fu fatto vedere il corpo perché temevano perdesse il bambino che portava in grembo, quindi tutto ci sta…

Damien sorride con dolcezza alla figlia e le risponde con le parole dello zio Giovanni:

«Alla fine cosa cambia sapere come sia effettivamente morto. Certamente lassù ha combattuto. E ha combattuto per la libertà. È stato un uomo giusto legato ai valori di unità e giustizia. Questo ha detto di lui, chi l’ha conosciuto e questo solo devi ricordarti. È stato un uomo coraggioso che si è sacrificato, come molti, molti altri, per permettere anche a te, ora, di vivere in pace.»

La bambina chiude il libro di storia e, alzando gli occhi verso il papà, chiede:

«Riusciste a mantenere il segreto?»

«Certo, quel giorno lo zio, raccontandoci i fatti, ci dimostrò di aver fiducia in noi e noi non potevamo tradirla quella fiducia. Eravamo piccoli ma, in qualche modo, capimmo che dovevamo rispettare la memoria del bisnonno come la si conosceva e anche Giovanni e la bisnonna. Ognuno a modo loro meritava questo.»

«E adesso non è più un segreto?»

«No tesoro, ora posso raccontarlo perché la bisnonna non è più tra noi, anche a nonna Sofia ne ho parlato tardi e solo dopo la morte della sua mamma.»

«La guerra è una gran brutta cosa, bambina mia. Non bisognerebbe ricorrere alle armi, non portano mai pace. Seminano solo vittime, distruzione e per chi sopravvive dolore e povertà. Anche la tua bisnonna non ha attraversato momenti facili, sai? Anche dopo che la guerra era finita. Da sola e con tua nonna piccolina.

«Per questo è venuta in Francia?»

«No. Non si è mai proprio trasferita in Francia, è rimasta sempre fedele al suo paese e al ricordo del marito. È successo solo dopo che è diventata troppo vecchia e tua nonna ha insistito per averla vicina.»

«Finita la guerra, al paese ha dovuto tirare avanti come poteva. Aveva un pezzetto di terreno dietro casa e si è messa a seminare insalata, patate, dei pomodori e ha vissuto di quello che raccoglieva.

Poi sapeva cucire, sua mamma gliel’aveva insegnato e si è messa a fare la sarta.

Ma la gente non aveva soldi, dopo la guerra c’era tutto da ricostruire e tanta povertà. Non è stato facile neanche così. All’inizio le persone non potevano permettersi di rivolgersi a una sarta.»

«Un giorno mi porterai là tra quelle montagne dove ha combattuto il bisnonno, me le farai conoscere?»

Damien non può fare a meno di sorridere alle parole appena pronunciate dalla sua bimba.

«Dai piccola, hai sentito la mamma? Dobbiamo andare. Ma ti prometto che ci penserò, vediamo con lei come fare.»

Stefania Pellegrini ©

DIRITTI RISERVATI


martedì 25 febbraio 2025

Racconto: La prova


 Buona lettura


    La sveglia sul comodino suonò più volte prima che Teresa spostasse una mano dal cuscino per spegnerla. Pigramente fece qualche movimento per alzarsi, poi realizzò: era sabato, la sua giornata di riposo. Si girò nel letto, quel dolce tepore sotto le lenzuola la faceva stare bene e cercò di riappisolarsi, ma sentì Dolly entrare in camera per reclamare la sua dose di coccole mattutine.
    Controvoglia scese le gambe giù dal letto e infilò le pantofole, il filo di luce che filtrava oltre le persiane faceva presagire una bella giornata di sole. Si avvicinò alla finestra e spalancò le imposte. Non si era sbagliata, un cielo di un azzurro intenso le dette il buongiorno. Era bello iniziare la giornata così, le metteva in corpo voglia di uscire all'aria aperta, di fare qualsiasi cosa, anche un po' di attività fisica.
    Non aveva programmi per la giornata, ci poteva mettere tutto o il contrario di tutto. Era libera di scegliere... e non c'era cosa che amasse di più. Non dover rendere conto a nessuno è una gran bella cosa, pensò, mentre entrava in bagno. Si mise sotto la doccia e si lasciò avvolgere dal flusso di quell'acqua calda che le scivolava sulla pelle e lungo tutto il corpo. Era una sensazione piacevole e ne approfittò senza fretta.
    Mentre si avvolgeva nell'asciugamano sentì lo squillo del cellulare. Brava, non aveva spento neanche quello, chissà dove aveva la testa ieri  sera.
    Andò in soggiorno per vedere sul display il numero che stava chiamando. Quando lesse: Questore Minniti, tutto il suo buon umore sfumò in un attimo. Non era certo per augurarle un buon sabato che stava chiamando.
    E te pareva. Pensò seccata Teresa.  Che è il mio giorno di riposo, quello se lo ricorda? Cosa ci sarà di così urgente? 
    “Buongiorno Dottoressa Colangeli, alla buon ora - l'apostrofò il Questore con voce alterata. - Perché non risponde al telefono? E' da mezz'ora che il Commissario Vella prova a chiamarla. Ha bisogno di lei per un cadavere che hanno trovato a San Piero. Faccia in fretta. Voglio i risultati dell'autopsia sul tavolo entro stasera.”
    “Ma, Signor Questore, non faccio miracoli... oltretutto oggi sarebbe anche il mio giorno libero.”
    “Riposo... riposo... sa pensare solo a questo, lo vada a dire a quel poveretto che non era il giorno giusto per morire, perché lei era di riposo. Si sbrighi Dottoressa, il riposo lo farà un altro giorno. Le concedo 48 ore.”
    Le dette l'indirizzo e riattaccò senza permetterle di replicare.
    Ecco qua, giornata rovinata.
    Quando aveva scelto patologia forense, sapeva che poteva andare incontro anche a giornate come quelle, era parte del suo lavoro e l'aveva sempre accettato di buon grado fino a quella mattina. Quella mattina le pesò terribilmente, dopo la settimana stressante che aveva avuto.
    Andò in cucina per mangiare qualcosa, e il cane la seguì continuando a leccarle la mano. “Dolly, mi dispiace, le disse, oggi per le coccole dovrai aspettare.”
    Passò nella camera da letto, poi di nuovo in bagno e sentì ancora il telefono. Non smetteva di squillare.
    “Tresa, perché non rispondevi al telefono? Minniti ti ha già detto tutto? Sbrigati. Sono qua da quasi un'ora.” Era la voce sostenuta del commissario Vella, Pietro come glielo proponeva la rubrica.
    “Buongiorno a te. Adesso non saluti neppure più? Io non sono a tua disposizione 24 ore su 24. Ho la mia vita e si dà il caso che oggi fosse anche il mio giorno di riposo. Eppoi quante volte ti devo dire che non voglio essere chiamata Tresa! Sono Te re sa, è difficile dire Teresa? La prossima volta ti riaggancio il telefono.”
    “Ma dai... quante storie... scherzavo... era per farti arrabbiare. Mi piace quando ti arrabbi, hai carattere.”
    “ Allora quando arrivi? Aspettiamo i tuoi rilievi.”
    “Ancora non riesco a volare. Venti minuti, mezz'ora al massimo e sono da te. Ciao.” Sull'ultima parola la donna interruppe bruscamente la comunicazione.

***
    Il morto, disteso a terra, in pantaloni e maglietta, era in posizione supina con i piedi rivolti alla porta. Vella era in cucina, e le andò incontro aggiornandola sul ritrovamento.
    “L'ha visto un vicino, la porta era aperta. Da un primo esame non ci sono segni di scasso e le impronte, che abbiamo rilevato in casa, presumo appartengano alla vittima, comunque controlleremo. Apparentemente pare tutto a posto, il letto è sfatto, ma pare vi abbia dormito una sola persona. I vicini delle case davanti dicono di non aver visto niente di strano, né persone che si aggirassero nei paraggi. Cosa ne pensi?”
    “E' presto per dire. Sai che prima devo fare l'autopsia - Teresa esaminò attentamente il cadavere e aggiunse - Sul corpo non ci sono ferite evidenti, è entrato in Rigor mortis, quindi mi fa pensare che l'ora del decesso risalga a prima delle otto di questa mattina. Non escluderei si possa trattare di morte naturale, comunque ti dirò tutto quando avrò finito. Adesso potete rimuoverlo. ”
    “Abbiamo a che fare con un certo Amilcare Benelli nato a Trieste.”- Aggiunse Vella. - “ Abitava qua da solo sei mesi, e il vicino, che ha trovato il corpo, gli aveva parlato solo tre volte. Pare fosse una persona schiva, che stava sempre da solo. Altro non sono riuscito a scoprire. Ho bisogno tu mi dica, al più presto, di cosa è morto.”
    “Va bene. Adesso vado, tanto non avete più bisogno di me. Ti faccio sapere.”
    “Aspetto allora.”
    “ Mi raccomando, dammi notizie prima possibile.” Le gridò mentre stava già salendo in macchina. Teresa le fece un cenno di saluto con la mano e se ne andò.


    A casa Dolly l'aspettava vicino alla porta. Appena la giovane entrò il cane le saltò addosso portandole le zampe al petto, allora le diede qualche coccola e le preparò la ciotola con il pasto. Dopo non più di un quarto d'ora era già fuori casa per fare una sosta al bar di fronte, mangiare un panino e dirigersi verso l'istituto di medicina legale che distava dieci minuti di macchina.
    La giornata mite di primavera, l'allegria canterina dei passerotti sugli alberi, cozzò terribilmente con l'ambiente silenzioso e buio. Entrò in sala autopsie ed ebbe un brivido. Non mi abituerò mai, pensò. 
    Il cadavere l'aspettava già disteso sul lettino di ferro. Quando fece scorrere la lampo del sacco grigio e vide da vicino il volto di un giovane quarantenne apparentemente in buona salute di corporatura esile, le tornò in mente il luogo squallido dove era stato rinvenuto... l'ingresso buio senza mobili, né quadri appesi, e l'altra stanza... la cucina, era spoglia con le pareti incolori, una semplice credenza, un tavolo e due sedie. 
    Era, in apparenza, così tutto perfettamente in ordine che pareva che nessuno vi vivesse da tempo e si sorprese a dirgli: “Mi sa che tu ultimamente non sia stato troppo felice. Ma puoi stare tranquillo che qualunque cosa sta dietro a tutto questo, la scoprirò, la scopriremo. Puoi contarci.”
    Si soffermò a guardarlo ancora un attimo, dopo di ché iniziò a esaminarlo, cercando di non tralasciare niente, anche il pur minimo elemento era importante per stabilire le cause del decesso. Lui non poteva più parlare, ma aveva senz'altro qualcosa da dirle, ce l'avevano sempre tutti quelli che aveva incontrato su quel tavolo nella sua professione di patologa e indagare quelle loro verità la faceva sentire utile.
    Notò che il cadavere presentava macchie di un marrone violaceo, sul lato anteriore, nella parte bassa del corpo, le cosiddette macchie ipostatiche dovute alla posizione in cui si era trovato l'uomo dopo la morte. Non trovò fori di entrata di proiettile, né ferite di arma da taglio. Le pelle giallognola presentava un ispessimento anormale, e pensò fosse strano. Allora ne esaminò la gola e vide che era arrossata, come se l'uomo avesse ingerito una sostanza irritante. Era importante? Ancora non lo sapeva. Aveva bisogno di fare altri esami, ma la sottile presenza di alitosi dal tipico odore di aglio la insospettì e si spostò a esaminare gli altri organi.
    L'autopsia le richiese tempo e pazienza, come sempre, e si fecero le diciannove senza che se ne rendesse conto. Fu la deconcentrazione e un leggero mal di testa che la portarono a sincerarsi dell'ora. Doveva fare ancora un paio di esami e aspettare i risultati per cui pensò fosse meglio interrompere e andarsene a casa per riprendere il mattino successivo a mente più lucida.
    Si era già fatta un'idea sulla causa della morte, appena a casa ne informò il Questore e verso le dieci provò a chiamare anche Pietro.
    Il suo telefono squillò diverse volte a vuoto, alla fine le rispose la voce impastata di una persona apparentemente un po' sbronza.
    “Tresa – Al solito, proprio non voleva ricordarsi il suo nome, godeva a farla arrabbiare. Si trattenne da insultarlo e lasciò che formulasse le frasi – A quest'ora? Sei ancora in istituto?”
    “Ciao Pietro, ma mi hai detto tu di chiamare appena avessi fatto l'autopsia.” “Che ti succede? Stai male? Hai una voce strana. Non sono riuscita a concluderla ma posso darti già qualche indicazione. Però se ti disturbo, richiamo domattina. Verso le nove va bene? Troppo presto?”
    “Ma no, no, sono solo. Dimmi pure.”

    Il Commissario Vella, catanese di origine, da un paio d'anni di istanza alla Questura di Pisa, era un giovane capace ma anche affascinante e lo si vedeva sempre in compagnia di qualche femmina. Corporatura robusta, un metro e ottanta, occhi celesti, sguardo intrigante, capelli neri ricci, aveva la fama di ruba cuori. In giro però si vociferava che nessuna era ancora riuscita a conquistare il suo di cuore. Tante avventure, ma mai niente di serio. Teresa lo trovava un po' presuntuoso, ma tutto sommato simpatico e di buona compagnia.
    Pietro invece provava un'attrazione particolare per lei, non era dovuta tanto a qualcosa nel suo fisico: le forme aggraziate, gli occhi di un verde cristallino come il mare o lo sguardo sveglio, di donne così ne aveva attorno ogni giorno. No, c'era qualcosa in lei che andava al di là di questo, ma non sapeva spiegarsi cosa fosse. Era brillante, indipendente, aveva un carattere deciso, e pareva sapere sempre ciò che voleva.

    “Tutto fa supporre che l'uomo sia morto per avvelenamento. - precisò la donna. - Ma te lo dico con più chiarezza domani mattina. Si è trattato di un avvelenamento lento, ma qualcosa deve aver sentito perché è stato colto da una neuropatia periferica.”
    “Che vuol dire? Non usare parolone, ti prego. Faccio il commissario, non il medico. “
    “Voglio dire che deve aver accusato sintomi prima di morire, forse già qualche giorno prima, come debolezza, intorpidimento, difficoltà nella coordinazione dei movimenti, e probabilmente dolori addominali e vomito.”
    “ L'hanno avvelenato, allora. Ma chi?”
    “Questo sta a te accertarlo, domani è domenica, ma farò un salto in istituto per concludere. Minniti mi sta con il fiato sul collo, vuole al più presto il referto dell'autopsia. Non lo sopporto quando fa così, comunque tu intanto hai materiale per andare avanti con le indagini.”
    Il referto conclusivo che Teresa presentò, diceva tra l'altro: - “... Esaminato e sezionato i vari organi: cuore, fegato, polmoni, milza, pancreas, sono tutti in ottimo stato, coerenti con un uomo in salute e quarantenne qual era il malcapitato. Esaminando lo stomaco ho rilevato presenza di un veleno e si stabilisce si sia trattato di arsenico, assunto in più volte. Si dichiara quindi morte per avvelenamento... “
    Appena Vella lo lesse, concluse che era da escludere una morte accidentale, doveva indagare per un omicidio, benché le impronte rilevate fossero solo della vittima, tornò sul luogo con l'ispettore Colantuoni per accertarsi di non aver trascurato alcuna altra prova. Se Benelli non riceveva mai nessuno a casa, pensò, l'avvelenamento doveva essere avvenuto altrove. In cucina infatti non trovarono bicchieri sporchi, né altro.
    A carico dell'uomo alla Questura di Pisa e di Firenze non risultava niente e chi l'aveva conosciuto ne parlava bene. Chi poteva aver voluto la sua morte e perché?

    La sera del lunedì, di una giornata umida e nuvolosa, lo colse a camminare avanti e indietro per l'ufficio, mentre formulava nella mente le più svariate ipotesi.
    E se si fosse suicidato? Non doveva scartare neanche quell'idea, eppure... eppure gli sembrò così malsana da accantonarla subito. Ma chi era Amilcare Benelli? Di lui ne sapeva poco o niente. Doveva andare a fondo. E se l'avesse ucciso qualcuno, qual era il movente? Si impose di analizzare una cosa alla volta, per intanto poteva seguire una pista, rintracciare un amico conosciuto alla scuola di Polizia: l'Ispettore Boldrini della Questura di Venezia. Se il defunto Benelli aveva abitato in Veneto, come le avevano detto, qualcosa su di lui si doveva riuscire a scoprire.
    Lungo la strada di casa pensò di fare una deviazione, e si diresse verso Via Garibaldi, l'appartamento di Teresa. Sentì improvvisamente la voglia di vederla e di parlarle.
    La giovane donna non si mostrò sorpresa, non era la prima volta, quando un caso si faceva complicato. Pietro le aveva detto più volte che aveva buon intuito e a parlarne con lei le cose gli apparivano sempre più chiare.

    “Sono in alto mare Teresa. Non riesco a cavare alcun ragno dal buco.” Pietro era preoccupato e agitato.
    Presa alla sprovvista e di buon umore la donna pensò di alleggerire la tensione con la proposta: “ Ordino due pizze, ti va? Così mi racconti con calma.”
    “ Va bene, per me la solita capricciosa, fatti aggiungere anche due birre.”
    Attese che ordinasse e riattaccò con l'esposizione dei fatti di cui era venuto a conoscenza.

    “Il Benelli lavorava in una conceria a Prato e oggi sono andato a parlare con i suoi compagni. Ho scoperto che non lo vedevano da giovedì scorso, ma era già successo. Mi hanno detto anche che, quando era presente si faceva i fatti suoi, andava d'accordo con tutti e sembra non avesse una famiglia. Tutto qui. Comunque ho chiamato un amico alla Questura di Venezia. Mi ha promesso che farà ricerche per me, così mi evita di andare là.”
    “Ah, dimenticavo. In tasca gli abbiamo trovato un biglietto da visita di uno psicologo e nell'armadietto del bagno un flacone vuoto di Xanax. Pensi sia rilevante?
    “Lo Xanax è un farmaco per ridurre l'ansia e favorire il sonno. Ma non ne ho trovata traccia nel corpo.” Precisò la donna. Arrivarono le pizze e i due, in silenzio, si sedettero al tavolo. Mentre faceva saltare il tappo della bottiglia di una birra, Teresa esordì: “Stai cercando le prove di un assassinio e se invece l'uomo si fosse suicidato? Hai pensato a questa ipotesi? ”
    “Sì, ci ho pensato, ma se voleva togliersi la vita perché non farlo con lo Xanax, non era più semplice e meno doloroso? Comunque domani telefono allo psicologo del biglietto e prendo un appuntamento.”

***

    Il martedì Pietro uscì dallo studio senza aver scoperto niente. Il medico non aveva mai visto il Benelli e non aveva trovato nessun appuntamento fissato a quel nome.     Le indagini non lo stavano portando da nessuna parte. Vide passare il martedì, poi il mercoledì e il giovedì, il venerdì pomeriggio finalmente ricevette la telefonata dell'amico da Venezia.
    “Allora abbiamo scoperto che quel tuo Amilcare Benelli ha lavorato per anni all'Ilva di Porto Marghera, una vita tranquilla, un operaio modello. Abitava a Mestre con moglie e una figlia di tre anni. Poi però due anni fa le ha perse, investite da un camion sulle strisce pedonali. I condomini dove abitava mi hanno detto che dopo la disgrazia evitava tutti, non andava più a lavoro e non parlava con nessuno Per un mese l'hanno visto uscire poco di casa. Poi un giorno l'hanno di nuovo incontrato per le scale e per strada. Ma la cosa è andata avanti un paio di mesi perché dalla sera alla mattina ha lasciato l'alloggio e non l'hanno più visto. Mi dispiace ma è tutto quello che sono riuscito a sapere.”
    “ Ah, aspetta c'è un'altra cosa. C'era uno psicologo, un certo Antonio Giovannoni, che pare lo avesse in cura. L'abbiamo contattato, ma è meglio gli parli anche tu, ti do il numero telefonico. “
    “Grazie, Boldrini, mi sei stato di grande aiuto, magari riesco a fare chiarezza. ”
     Riagganciò il telefono e fece il numero dello psicologo di Mestre.
  Dopo qualche ora, lasciò l'ufficio, ma continuò a pensare al caso. Mentre raggiungeva la macchina gli vennero in mente le parole di Teresa e si ritrovò in Via Giuseppe Garibaldi con i cartoni di due pizze.

    “Ciao, disturbo?”
    “Ma no, prego. Fai come fossi a casa tua. Non ti è venuto in mente che potessi avere un impegno?”
    “Scusa, hai ragione. Stavo pensando al caso di Amilcare Benelli e mi sono ritrovato qua sotto.”
    “Ma certo. Va be' - le disse sorridendo – dai, ormai sei qui. Siediti e racconta.”
    “Allora secondo me è andata così. - Aggiunse Teresa, dopo aver mandato giù un boccone di pizza - Probabilmente quell'uomo ha provato ad andare avanti, lo spiega il fatto che ha lasciato Mestre e ha ricominciato a lavorare a Prato. Forse era convinto di aver superato la tragedia, poi però il vuoto e la disperazione lo hanno di nuovo portato a fondo e non ha visto altra scelta che il suicidio.”
    “Questo me l'ha lasciato intendere anche lo psicologo, sembra che, già a Mestre, avesse pensato più volte di farla finita, perché non trovava più un senso all'essere vivo, senza la moglie e la bambina. Ma stabilito questo, perché uccidersi in quel modo, e poi dove ha buttato la boccetta? Non era più semplice e veloce usare lo Xanax?”
    “Va a capire cosa gli sia passato per la testa, magari doveva andare dallo psicologo per farselo ordinare. Tu hai cercato bene a casa sua?” Avete guardato nell'immondizia?” Aggiunse Teresa.
    “Sì, in cucina. Ma ora che me lo dici ricordo di aver visto che, all'esterno della casa, c'è anche un piccolo spiazzo verde. A parte cercare impronte non abbiamo fatto altro. Domani mattina vado subito a controllare.”

    A Vella, quel sabato, bastò aggirarsi nei pressi della casa per trovare le prove e risolvere il caso. Poggiato dietro un secchio di plastica c'era un sacchetto nero dell'immondizia. Forse il Benelli l'aveva messo quella mattina con l'intenzione di buttarlo nel cassonetto più tardi. Poi, però, rientrando in casa si era sentito male, era caduto a terra e non si era più rialzato.
    Tra i vari rifiuti domestici, rinvenne una boccetta vuota con alcune gocce di un liquido inodore e incolore che l'analisi successiva confermò si trattasse di arsenico. Insieme trovò un quaderno su cui la vittima aveva scritto alcuni pensieri per la moglie e la figlia. Per lo più ricordi di momenti felici passati insieme, ma le ultime frasi furono significative: Ve ne siete andate ed è impossibile riportarvi indietro, scrivere di voi non mi ha aiutato, le parole non mi hanno dato sollievo. Ci ho provato ma è impossibile andare avanti così. E' arrivata l'ora di arrendersi e di porre fine a questa mia vita infelice.
    Il commissario non ebbe più dubbi. Non c'era stato nessun omicidio. Amilcare Benelli si era semplicemente suicidato.

Stefania Pellegrini©

Anno 2025   

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