“In groppa a un puledro accaldato / corre la mattinata alle alte vie. / Tra i verdi colori accesi / delle piane / ali di luce posano sui nostri visi / l’allegra presenza…” Dalla raccolta “Isole” – Poesie dell’autrice.
(tratto dalla raccolta omonima: "QUELL'ESTATE DEL 1984 e altri racconti - CTL Editore - anno 2024"
Valle d’Aosta, luglio 1984
«Siamo arrivati» dice la mamma «prendi il tuo zaino e la valigia.»
Damien si alza e si avvia verso le porte, al fondo della carrozza. Oltre il finestrino riconosce Romuald e suo padre, lo zio della mamma, sul marciapiede sottostante e con un cenno della mano li saluta. Il treno si ferma e il ragazzino dà una mano a scendere i bagagli.
È una giornata di intensa luminosità, il cielo è particolarmente azzurro, ma è un caldo afoso che li saluta alle 15:00 di quel 16 luglio. Una leggera brezza, ma è solo aria calda in movimento, sta agitando le fronde degli alberi e sollevando polvere attorno. La stazione è deserta, solo passeggeri in discesa.
Che noia il viaggio, una vera tortura cercare di stare seduto al proprio posto, mentre la mamma lo esortava a non alzarsi per non disturbare i passeggeri. Una pretesa un po’ esagerata per un ragazzino di otto anni con l’esuberanza e la spensieratezza dell’infanzia. Sua madre ha insistito perché si portasse un libro da leggere, ma se ne è stufato quasi subito.
Avrà un mese tutto per lui, perché lei rientrerà quanto prima a Parigi. Un mese lontano da casa è un sogno che si realizza e si veste di mille sfumature. Non vede i parenti dalle feste natalizie di due anni prima ed è eccitato per quella vacanza all’alpeggio.
Dal canto suo, anche Romuald, un ragazzo alto e robusto di dieci anni, mentre suo padre parla con zia Sofia, sta pregustando e immaginando le giornate che passeranno insieme. La novità lo elettrizza molto, finalmente avrà compagnia per quei mesi estivi; lontano dai suoi amici del paese, saranno un vero spasso, e qualcosa di speciale da raccontare al suo rientro a scuola.
Un amico! Avrà un amico con cui giocare lungo i pendii delle sue montagne oltre a Nerina, il suo cane, a Noemi, Gaia e Bella, le sue tre amiche mucche, le più curiose della mandria e Tigre, il gatto fulvo di casa.
Sono entrambi figli unici, ma a Romuald, verso i quattro anni, è arrivata la compagnia di Nerina, uno spinone meticcio dal mantello bianco morbido con una macchia nera sull’occhio sinistro, ed è stato come fosse entrata in casa una sorellina. All’inizio tenera, indifesa, un fagottino di pelo bianco da coccolare e proteggere, poi crescendo la sua inseparabile amica.
Delle volte è un po’ troppo invadente - pensa Romuald, ma non saprebbe stare senza di lei, gli mancherebbe troppo la sua vivace esuberanza. Il calore del suo pelo abbondante, il respiro rassicurante, a volte perfino il suo russare nel letto accanto a lui.
L’alpeggio si trova oltre i 2000 mt, nei pressi dell’Alpe Tsa de Fontaney. Là, presso il casolare in pietra e legno, costruito dal nonno e successivamente migliorato dal papà di Romuald, con i servizi igienici interni e un gruppo elettrogeno per l’energia elettrica, Damien trascorrerà la sua vacanza spensierata.
Dopo i primi venticinque minuti di strada asfaltata, zio Giovanni imbocca con il furgone una larga mulattiera. Romuald stuzzica Damien, le dà delle pacche sulla spalla, ma il ragazzino risponde con delle gomitate, vuole essere lasciato in pace per guardare fuori del finestrino e ammirare il paesaggio che gli viene incontro. In alpeggio non è mai stato, come pure in alta montagna, ogni cosa che vede è una scoperta.
Il furgone supera un bosco di imponenti larici, raggiunge uno spazio aperto fino a delle baite, rientra ancora nel bosco e sale per comodi tornanti. Damien ha visto quanta potenza abbia l’acqua quando sgorga dalla montagna e cade violentemente sulla pietraia sottostante. Ha sentito il frastuono, il crepitare, ha visto l’acqua cristallina dei ruscelli e sempre con occhi pieni di meraviglia le alte abetaie del bosco venirgli incontro e le mucche pascolare tranquille sulle verdi distese erbose. Questa è la montagna, è bellezza e magia che non lasciano indifferenti, neanche un ragazzino come lui.
Quando raggiungono l’alpeggio la mamma di Romuald li sta aspettando sul balcone in legno dell’abitazione, una lunga costruzione orizzontale in pietra con annessa la stalla per le mucche e la casera. Scende accompagnata da Nerina che abbaia disturbata dall’inconsueto movimento e che d’impeto alza le zampe sul petto di Damien. Tigre invece scappa, troppo trambusto per le sue abitudini e si rifugia in casa.
***
È trascorsa una settimana, la madre di Damien è tornata a Parigi, le giornate in alpeggio trascorrono tra mille cose da fare. Anche i due ragazzini, loro malgrado, sono chiamati a dare una mano agli adulti e vengono coinvolti a cercare le erbe nel bosco, a occuparsi della stalla, quando le mucche sono al pascolo, liberandola dallo sterco e lavando la pavimentazione. Devono pensare a portare dentro la casera i secchi pieni di latte munto, servirà per fare la fontina, e ad andare in cerca di legna da bruciare per cuocere la polenta. E poi i compiti per le vacanze, anche lassù vanno fatti. Ma alla loro età c’è sempre un modo per giocare e ridere anche facendo altro.
Quel giorno, fin dalle prime ore dell’alba, una caligine pesante grava sulle vette delle montagne circostanti. Il Monte Morion e il Faroma sono incappucciati da una fitta coltre di nuvole. L’aria è umida e pizzica la pelle. Damien e Romuald stanno facendo colazione quando sentono i primi scrosci di pioggia di un temporale estivo. Rumoreggia e lampeggia verso le montagne vicine, il cielo è carico di energia e, per completare il quadro, c’è anche il vento a dare una mano, ma i ragazzi sono felici perché potranno essere dispensati dai soliti lavori.
Damien corre a prendere i mattoncini lego in camera, Romuald cerca invece il suo coltellino e un pezzetto di legno. Pensa che potrà insegnare al cugino come trasformarlo in un simpatico galletto.
Così gli grida da sotto: «Damien lascia stare le costruzioni, ho trovato qualcosa di più divertente da fare, ma mi devi aiutare. Dai scendi giù.»
«Arrivo» gli risponde Damien, buttando sul letto la scatola con i mattoncini che ha in mano.
Scende le scale di corsa e raggiunge Romuald in cucina.
«Cosa volevi farmi vedere?»
«Niente, una cosa… ma ho trovato solo il coltellino.»
«Cosa cerchi?»
«Un pezzo di legno, mi sembrava di averlo lasciato qua dentro» risponde Romuald rovistando in una cassetta di ferro che contiene attrezzi vari.
«Dai vieni con me, mettiti gli stivali e il K-way» aggiunge.
«Dove andiamo?»
«Sssh, parla piano, non farti sentire da mia madre.» «Usciamo fuori, Dai vieni.»
«Andiamo al casolare qua dietro, papà lo usa per riporci gli attrezzi, magari ci troviamo qualcosa.»
La donna sta riordinando le camere e non si accorge di niente.
I due ragazzi sgattaiolano fuori con Nerina al seguito. Sta diluviando e si mettono a correre.
La struttura è un vecchio rudere in legno con una porta di spesse tavole fissate con grossi bulloni di ferro, e fa pensare che un tempo fosse usato come ricovero per i pastori. Il tetto ricoperto da lose, tegole di lastre di pietra, è ancora in buone condizioni. Quando i ragazzi ne spalancano la porta si trovano davanti a un’unica stanza spoglia, con una finestrella e una scala in ferro che serve probabilmente per salire al solaio. In un angolo, vicino a un vecchio camino e a della legna accatastata, sono appoggiati una vanga, un paio di rastrelli e due secchi di ferro.
Dentro è abbastanza buio, l’unica luce è quella grigia di fuori e avanzano con fare circospetto mentre le assi di legno del pavimento scricchiolano sotto i loro piedi.
In quel mentre un rombo di un tuono e il successivo fulmine, seguito, da un movimento scomposto di ali, li fa sobbalzare. Nerina prende ad abbaiare forte. Damien si spaventa, raggiunge il cugino e gli mette le braccia al collo.
«Chi c’è? Se c’è qualcuno esca fuori» grida.
Ma in un attimo Romuald capisce e lo schernisce:
«Fifone… è solo un uccello. Un uccello che è entrato dentro. Vedi è più spaventato di noi, poverino, facciamolo uscire. E poi aiutami a cercare. Mi serve qualcosa di non troppo grosso, così ti insegno a scolpire. Ti faccio vedere come si fa un galletto di legno.»
Si guardano in giro, spostano, cercano, a un certo punto Romuald vede il solaio, un soppalco di vecchie tavole in legno.
«Chissà cosa ci sarà là sopra, vieni Damien, andiamo a vedere.»
«E se la scala non regge? Vedi come sono stretti gli scalini? Dai prendiamo quello che ci serve e andiamocene» gli risponde.
«Tua madre a quest’ora si sarà accorta della nostra assenza e se ci viene a cercare?» Ma Romuald non lo ascolta più, è già salito sul terzo scalino. Allora aggiunge: «Va be’ vai su prima tu, ma fai in fretta. Io ti aspetto qui.»
«Sei proprio un fifone, ma chi vuoi che venga qua, fuori diluvia e comunque se anche fosse, gli diciamo la verità. Siamo venuti a cercare dei pezzi di legno. Non è così?»
«Sì, forse hai ragione» aggiunge Damien e inizia a salire anche lui.
Nerina intanto si è accovacciata sopra della paglia vicino al camino, pare dormire ma ha le orecchie dritte e la bocca aperta. È in allerta.
Sopra, sul soppalco, una flebile luce filtra attraverso le intercapedini delle pareti, e sul tavolato in legno, ricoperto in parte da paglia e foglie secche, c’è un vecchio materasso con grosse macchie giallognole di umidità, una rete arrugginita buttata in un angolo e una vecchia cassa in ferro e legno, chiusa con un lucchetto.
«Di chi era questo capanno? Tu lo sai?» chiede Damien.
«Ma sì, mi pare fosse del cognato di mio nonno, ma io non l’ho mai conosciuto. Dai vieni, vediamo cosa c’è dentro questa cassa.»
«Lo vedi che è chiusa, come pensi di aprirla?»
«Con questo.» Romuald mette la mano in tasca ed estrae il suo coltellino. Poi aggiunge: «Portiamola un po’ più alla luce. Dai aiutami, trasciniamola. Qua è tutto buio.»
«Aspetta, non è pesante. Lascia stare, ce la faccio da solo.»
Mentre il ragazzo sta trascinando la cassa, alcune assi del pavimento si muovono sotto i suoi scarponi e si ferma per controllare.
«Dai, apriamo prima la cassa, poi guardi» aggiunge Damien.
Romuald allora prende ad armeggiare con il suo coltellino e, dopo qualche tentativo andato a vuoto, riesce a far saltare la serratura del lucchetto. La cassa si apre quasi magicamente e i ragazzi si trovano davanti a dei vecchi abiti da uomo, un cappello di paglia, una pagina di giornale del 1944, una pipa, e la fotografia di una giovane in mezzo a un prato che sorride all’obbiettivo.
«Ma questa non è nonna Ada quando era giovane?» esclama sorpreso Damien.
Romuald prende la foto in mano, la osserva un po’, poi aggiunge: «Ma dai, chissà chi è» e la rimette giù.
Poi ricorda le tavole del pavimento.
Se si muovono non sarà così complicato spostarle e si inginocchia per provare.
«C’è della roba qua sotto! esclama, oh cavolo, un fucile e… questo foglio?»
«Fammi vedere» interviene Damien.
«Aspetta, voglio prima leggere io.»
«Boh, non è niente, è solo una lettera scritta da un certo Leon alla sua amica, sembra una lettera d’addio» precisa Romuald, mettendosela in tasca e imbracciando il fucile. «Bello questo. Non ne ho mai visti. Praticamente è un vecchio moschetto, peccato sia arrugginito.»
Damien fa un passo indietro spaventato: «Romuald mettilo giù - gli dice - rimettilo subito al suo posto.» Ha la fronte imperlata di sudore, è preoccupato. E se il fucile fosse carico?
«Ma di che hai paura? Non ha le munizioni.»
In quel mentre sentono Nerina abbaiare e subito dopo la voce della mamma alle loro spalle: «Che ci fate, quassù? Posate subito quella roba, rimettete tutto a posto e scendete giù.» Il tono della sua voce è alterato.
«Zia, non è come pensi, non stavamo facendo niente di male.»
«Non mi interessa. Romuald dovrà dare delle spiegazioni a suo padre, quando rientra.»
«Ma mamma, siamo entrati solo per cercare un tronchetto di legno da scolpire per un galletto, non è giusto» replica il ragazzo.
«Certo… e quello? Che ci facevi con un fucile in mano? Dove l’hai trovato? Insomma, non fate storie, filate subito a casa.»
«Mi sbaglio o ti avevamo detto di non entrare qua dentro? - aggiunge - Per punizione vi metterete a fare i compiti. Forza ragazzi, a casa.»
«Vieni Nerina.»
***
Giovanni, il padre di Romuald, arriva poco dopo. Ha già chiuso le mucche nella stalla quando entra in casa e una raffica di vento fa sbattere con violenza il portone. Si toglie la cerata grondante d’acqua, lascia in un angolo gli scarponi pieni di fango e indossa un paio di sabot, gli zoccoli in legno. Fuori continua a piovere a dirotto, tutta la forza della natura sembra essersi scatenata quel giorno, dentro c’è il piacevole tepore della stufa accesa in cucina, Nerina si è accovacciata vicino e Tigre è acciambellato su una sedia. I ragazzi, in soggiorno, lo sentono arrivare e abbassano la testa sui libri, fingendo di fare i compiti, in verità un attimo prima stavano facendo volare gli aeroplanini di carta appena costruiti.
La mamma dice al marito di raggiungerla in cucina e si mettono a confabulare tra di loro per una decina di minuti. Poi l’uomo chiama i ragazzi e li fa sedere intorno al tavolo per una tazza calda di the e dei dolci.
Pare abbastanza tranquillo mentre gli avvicina il piatto con i biscotti e inizia dicendo:
«Ragazzi la mamma mi ha raccontato quello che avete fatto - e aggiunge con tono di voce fermo - anch’io devo sgridarvi. Non dovevate andare là dentro. C’è sempre un motivo dietro un divieto, non è mai così tanto per dire. Quindi per un’altra volta prima di fare, pensateci. Piuttosto parlatene con noi. Chiedete! Quel casolare è vecchio, non è proprio in buone condizioni. Vi potevate fare del male, lo sapete?» Resta un attimo in silenzio scrutando la faccia dei ragazzi, poi aggiunge:
«Avete capito ora? Comunque veniamo a quello che avete trovato.»
«Il casolare, tanti anni fa, apparteneva a Gustavo il marito di zia Ada, la sorella del nonno. Lo usava come rifugio quando andava a caccia ed entrambi ci passavano l’estati. Poi scoppiò la guerra e Gustavo dopo l’armistizio dell’8 settembre aderì al gruppo alpini della resistenza, entrando a far parte della banda partigiana del Monte Faroma. Il gruppo si nascondeva a Pierrey, ma lo zio usava anche il suo casolare per nascondere i fucili, le pallottole per moschetto, alcune cartine topografiche militari ed esplosivi da mina. Zia Ada rimase in paese, ma cercò di dare una mano, nonostante aspettasse Sofia, tua mamma, Damien, e si unì alle persone rimaste per inviare messaggi ai partigiani quando scendevano a procurarsi da mangiare. E come lo facevano? Con segnali di luci dalle finestre perché, sapete, in cima al paese c’era il posto di blocco dei fascisti e dovevano fare molta attenzione.»
Damian prende a girarsi tra le mani l’aeroplano di carta, poi solleva un biscotto dal piatto, e lentamente lo avvicina alla bocca. Il nonno Gustavo lui non l’ha mai visto, a malapena conosce il suo nome, nessuno gli ha detto come era morto e prova sentimenti contrastanti: è curioso di scoprire qualcosa su di lui, ma nello stesso tempo, non sa… si sente agitato. Cerca di immaginarselo nascondersi tra quelle montagne, acquattarsi dietro i massi, vivere nella paura, a spiare il volo del nibbio o qualsiasi altro rumore circostante. Poi scaccia quell’idea: no - pensa - il nonno doveva essere un uomo coraggioso se era andato lassù a combattere. Non era certo un fifone come me.
«Poi Gustavo resta coinvolto in una imboscata e viene ucciso - prosegue Giovanni - Dopo la sua scomparsa, con la nascita di Sofia e la fine della guerra, zia Ada non vuole più salire quassù, ci troverebbe troppi ricordi. Così dopo qualche anno lo cede, insieme alla terra intorno, a mio padre che lo userà soprattutto come deposito di fieno per le mucche. Vicino farà costruire questa casa, la stalla per le mucche e la casera dove adesso portate il latte per la fontina.»
«Ma tu papà avevi mai visto quel fucile, eri mai stato sopra, sul soppalco?»
«Ci sono stato alcune volte con il nonno, sapevo dell’esistenza di alcune lettere che Gustavo si era scambiato con la zia durante il periodo di latitanza, abbiamo anche trovato resti di munizioni e qualche fucile. Di quello invece non ne sapevamo niente. Chissà perché era nascosto proprio lì.»
Romuald resta per un attimo silenzioso poi aggiunge: «Papà… devo dirti una cosa.»
«E cioè?»
«Vedi… - mette la mano in tasca ed estrae il foglio - papà… vedi… ho trovato anche questo. Pare una lettera d’addio di un certo Leon, forse un compagno dello zio, immagino.»
«Fammi vedere» suo padre sembra sorpreso, legge.
La lettera parla di un uomo malato, molto malato in preda a forti crisi di tosse e febbre alta, costretto a stare disteso su una branda perché non ha più la forza di camminare. I compagni di tanto in tanto gli portano qualcosa da mangiare e gli lasciano un fucile vicino, nell’eventualità si presenti qualche nazifascista. Ma l’uomo sente che non gli resta molto da vivere e scrive appunto una lettera di addio alla sua compagna.
Francia, primavera 2017
«Papà, quindi il bisnonno Gustavo non era morto in uno scontro a fuoco con i nazifascisti? È così?»
Damien guarda la figlia che gli si è accovacciata vicino, l’accarezza e ripensa a quella lontana estate. Risente l’odore pungente dell’erba, della pioggia estiva, il suono delle risate, le piacevoli sensazioni di allora e rivede la faccia seria dello zio Giovanni dopo la lettura della lettera.
Ne risente la voce:
… Ragazzi, promettetemi che quello che vi dirò adesso resterà tra di noi. Non dovete raccontarlo a nessuno e soprattutto a zia Ada. Sono passati più di quarant’anni, tanto tempo, non ha senso comunque ritornare sul passato, non so come la prenderebbe. Dovete sapere che il nome di battaglia dello zio Gustavo era “Leon”, tutti ne usavano uno quando entravano nella resistenza per evitare ritorsioni dei nazifascisti contro i familiari e conoscenti…
Quindi, vuoi dire… - sente la sua voce perplessa di bimbo - vuoi dire che il nonno non è morto combattendo?
Non lo sappiamo, la lettera farebbe pensare questo. A tua nonna non fu fatto vedere il corpo perché temevano perdesse il bambino che portava in grembo, quindi tutto ci sta…
Damien sorride con dolcezza alla figlia e le risponde con le parole dello zio Giovanni:
«Alla fine cosa cambia sapere come sia effettivamente morto. Certamente lassù ha combattuto. E ha combattuto per la libertà. È stato un uomo giusto legato ai valori di unità e giustizia. Questo ha detto di lui, chi l’ha conosciuto e questo solo devi ricordarti. È stato un uomo coraggioso che si è sacrificato, come molti, molti altri, per permettere anche a te, ora, di vivere in pace.»
La bambina chiude il libro di storia e, alzando gli occhi verso il papà, chiede:
«Riusciste a mantenere il segreto?»
«Certo, quel giorno lo zio, raccontandoci i fatti, ci dimostrò di aver fiducia in noi e noi non potevamo tradirla quella fiducia. Eravamo piccoli ma, in qualche modo, capimmo che dovevamo rispettare la memoria del bisnonno come la si conosceva e anche Giovanni e la bisnonna. Ognuno a modo loro meritava questo.»
«E adesso non è più un segreto?»
«No tesoro, ora posso raccontarlo perché la bisnonna non è più tra noi, anche a nonna Sofia ne ho parlato tardi e solo dopo la morte della sua mamma.»
«La guerra è una gran brutta cosa, bambina mia. Non bisognerebbe ricorrere alle armi, non portano mai pace. Seminano solo vittime, distruzione e per chi sopravvive dolore e povertà. Anche la tua bisnonna non ha attraversato momenti facili, sai? Anche dopo che la guerra era finita. Da sola e con tua nonna piccolina.
«Per questo è venuta in Francia?»
«No. Non si è mai proprio trasferita in Francia, è rimasta sempre fedele al suo paese e al ricordo del marito. È successo solo dopo che è diventata troppo vecchia e tua nonna ha insistito per averla vicina.»
«Finita la guerra, al paese ha dovuto tirare avanti come poteva. Aveva un pezzetto di terreno dietro casa e si è messa a seminare insalata, patate, dei pomodori e ha vissuto di quello che raccoglieva.
Poi sapeva cucire, sua mamma gliel’aveva insegnato e si è messa a fare la sarta.
Ma la gente non aveva soldi, dopo la guerra c’era tutto da ricostruire e tanta povertà. Non è stato facile neanche così. All’inizio le persone non potevano permettersi di rivolgersi a una sarta.»
«Un giorno mi porterai là tra quelle montagne dove ha combattuto il bisnonno, me le farai conoscere?»
Damien non può fare a meno di sorridere alle parole appena pronunciate dalla sua bimba.
«Dai piccola, hai sentito la mamma? Dobbiamo andare. Ma ti prometto che ci penserò, vediamo con lei come fare.»
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